Forse sono queste le parole che più e meglio raccolgono il senso dell’unicità di quella esperienza, per molti aspetti irriducibile alle sole categorie di comprensione, rielaborazione e valutazione che ci sono invece imposte dal presente. Anche per questa ragione, però, rischiano di rivelarsi come il più sincero epitaffio di una parabola esistenziale, prima ancora che politica, dove al senso di un inedito protagonismo, quello di coloro che fino ad allora erano rimasti ai margini, si coniugava la gioia della liberazione soprattutto dalla necessità di avere paura.
Poiché la dimensione generazionale ha avuto una grande importanza in ciò che leggiamo e interpretiamo come «lotta di Liberazione», tanto più se la riconduciamo alle sue letture nell’oggi. E questo non perché fosse un’impresa dei giovani contro gli «anziani» ma per il suo costituire un moto di profonda frattura rispetto all’ordine preesistente delle cose. Non solo, quindi, nei riguardi del fascismo ma anche rispetto al passato liberale. La storiografia ha recepito e sancito definitivamente la rilevanza di quell’esperienza, per molti aspetti corale, collettiva, senz’altro libertaria e quindi rifondativa. Pertanto identitaria, in quanto trasfusa come ossatura degli ordinamenti collettivi successivi, a partire dalla Repubblica e dalla Costituzione, soprattutto con la partecipazione della collettività popolare al processo politico. Non di meno, proprio in ragione di ciò, intimamente divisiva e conflittuale, poiché il nesso tra Resistenza e conflitto rimane a tutt’oggi insopprimibile.
Due nomi tra i diversi che possono essere fatti, vanno ancora una volta richiamati: quello di Claudio Pavone, che nel 1991 ha celebrato i fondamenti morali del percorso antifascista e resistenziale così come quello di Santo Peli, che è riuscito a consegnarci una storia composita, della quale ci è restituita la trama della pluralità e della discontinuità delle appartenenze, delle motivazioni, delle partecipazioni così come della ricomposizione degli esiti.
Anche per questo, la lotta di Liberazione non fu rivolta solo contro l’occupante e i suoi tristi e cupi scherani neofascisti. Si trattava semmai di liberare forze fino ad allora rimaste compresse e devitalizzate poiché neutralizzate anticipatamente. Forze poste ai margini della storia del nostro Paese e dell’Europa.
Il bisturi incise a forza anche in quella che poi sarebbe stata conosciuta prima come «maggioranza silenziosa» e poi come «zona grigia». Non è un caso, infatti, se oggi a rispondere livorosamente a quella storia si sia incaricato perlopiù chi, recuperando la memorialistica neofascista, celebra il richiamo alla nobilitazione del qualunquismo. La scrittura di Giampaolo Pansa, fenomeno pubblicistico ad ampio raggio, vellica quello che è il bisogno di cancellare qualsiasi ragionamento politico attraverso l’esaltazione dell’indifferenza, i ripetuti sarcasmi sull’impegno, la refrattarietà verso la partecipazione e la presa di posizione, il tutto vissuto altrimenti come la perdita di un confortevole orizzonte d’indistinzione nel quale riconoscersi e paludarsi.
Non è la dicotomia fascismo e antifascismo ad essere messa in discussione, pur nella sua evidente storicità, e neanche quella tra destra e sinistra, quest’ultima destinata comunque a ridefinirsi in base al mutamento sociale. Semmai è la dialettica tra inclusione ed esclusione, laddove la ristrutturazione profonda delle società a sviluppo avanzato ha rilanciato la diseguaglianza come condizione immodificabile e, per più aspetti, «naturale». La lunga crisi dell’antifascismo, allora non risponde tanto al cambio di passo intergenerazionale – venendo definitivamente meno coloro che si erano formati negli anni del fascismo, della Resistenza e della Liberazione – bensì al declino di quelle culture politiche e delle prassi istituzionali che dal rifiuto del Ventennio mussoliniano sono concretamente derivate.
Per certi aspetti è la stessa crisi dell’antifascismo a costituire l’indice di questo transito definitivo dalla politica al populismo, quest’ultimo segnato dalla democrazia senza la Costituzione, dalla vuota prassi in assenza di concreti diritti. Se la Resistenza ci aveva consegnato il bisogno del pluralismo, l’età che stiamo vivendo ci riconsegna all’ansia dell’uniformità, senza la quale molti si sentono perduti, messi ai margini dalle trasformazioni governate dall’ipertrofia dei mercati. La questione dei diritti sociali, fortemente ancorata alle politiche redistributive della ricchezza sociale, è divenuta impronunciabile perché cancellando le seconde si fa evanescente la prima. Oggi a essere messo in discussione è il diritto all’eguaglianza, non quello alla differenza. Anche per questo la società si affanna e ripiega su di sé, cercando nel bisogno di identico, di «sempre uguale», la compensazione per la perdita della speranza in un mutamento partecipato.

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