venerdì 12 febbraio 2021

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MediaLibrary online: Il virus dell'Occidente


"... In realtà, come ho già iniziato ad accennare, il mitologico pluralismo liberale dei sistemi politici capitalistici è sempre un pluralismo relativo ovvero un pluralismo che presuppone la condivisione di una cornice di sistema da parte di tutti gli attori coinvolti nel gioco politico. Quando una posizione è realmente antagonistica e passa dalla virtualità della libera espressione (ammesso che possa trovare i mezzi per esprimersi in maniera effettiva) al mettere realmente in discussione l’assetto fondamentale del sistema, fino a prefigurare una sua trasformazione, anche nelle democrazie liberali questa contraddizione oggettiva produce necessariamente conflitto. Perché gli attori sistemici, quelli stabiliti come quelli outsider, non possono non reagire; e a quel punto, poiché per lo più l’egemonia non è sufficiente, la stabilità o l’equilibrio di classe relativo che danno il tono al rapporto tra Stato e società civile vengono ripristinati o manipolati in ogni caso attraverso la coercizione, in un arco di possibilità che va dall’esercizio del monopolio statale della forza, alla destabilizzazione, sino al colpo di Stato. Del resto, questo avviene anche per molto meno: per suscitare conflitti acuti e reazioni politiche violente e autoritarie in Occidente è sufficiente che i rapporti di forza vengano anche solo alterati in maniera significativa e che le disuguaglianze e le esclusioni vengano sensibilmente ridotte e riequilibrate anche in assenza di sfide realmente strategiche che siano in grado di proporre

un’alternativa di sistema, come dimostra la storia della fine della
democrazia moderna e della restaurazione borghese. Una restaurazione che si completa ai nostri giorni con la tecnocrazia, il bonapartismo postmoderno e il populismo ma che è iniziata nel nostro paese il 12 dicembre 1969 con la strage di Piazza Fontana per proseguire nella seconda metà degli anni Settanta con la strategia della tensione e con la repressione di movimenti di emancipazione che, pure, non prefiguravano in nessun modo l’avvento del socialismo in Italia ma cercavano semplicemente di spingere un po’ più in là il processo di democratizzazione in forme costituzionalmente legittime.
Ebbene, tanto più con queste esperienze non particolarmente luminose alle spalle (esperienze che, pur in forme differenti, si sono
presentate in tutti i paesi liberali), non esiste nessun motivo sensato
per impiegare due pesi e due misure e per contestare a priori che,
quantomeno in linea teorica, anche in una società socialista possa
affermarsi un consensus democratico; nel cui ambito sono ammesse perciò tutte le posizioni tranne quelle che vogliono mettere in discussione il socialismo stesso, in analogia con il “principio della tolleranza” definito da Popper. Nel negare la coincidenza tra “il liberalismo” e “il cosiddetto liberismo economico” e nel derubricare la “massima del lasciar fare e lasciar passare” a un fatto meramente “empirico” e legato alla situazione concreta, del resto, Benedetto Croce non stava soltanto esaltando il pragmatismo della concezione liberale della storia ma stava anche riconoscendo che il socialismo – la “socializzazione o statificazione dei mezzi di produzione” – può a sua volta benissimo collocarsi nell’ambito della libertà moderna come patrimonio culturale ed etico ormai condiviso della civiltà europea e, oggi, globale. E persino il “comunismo”, sebbene si opponga come “materialismo” allo “spiritualismo” liberale, e cioè alla sua visione etico-politica, “al pari del liberalismo” manifesta una “concezione immanentistica e terrena della vita” e conserva dunque un’“affinità” con esso che è insediata nel comune riconoscimento della modernità. Ragion per cui, se è lecito parlare di un pluralismo relativo liberale bisogna anche poter parlare liberamente di un pluralismo relativo socialista. Se la questione del multipartitismo o del bipartitismo è, come abbiamo visto, del tutto secondaria e inessenziale, va poi detto che in entrambi i casi e per entrambi i sistemi la legittimità dello specifico regime sociale e politico in vigore è un semplice dato di fatto che si è generato all’atto della sua fondazione attraverso l’esercizio della forza. E il vero problema rimane semmai quello – certo tutt’altro che di semplice risoluzione – di stabilire le procedure e le garanzie di un simile possibile pluralismo socialista attraverso il governo della legge, con la conseguente definizione dei diritti individuali, comprese le libertà negative, nel loro rapporto con quelli collettivi...".

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