ARTICOLO - Marco Bascetta il manifesto 2013.10.31 - 10 CULTURA
È un atteggiamento usuale e sempre più frequente tra i seguaci di una
dottrina economica spiegare i guasti evidenti scaturiti dalle proprie
ricette con l'argomento che queste ultime non sono state applicate fino
in fondo o con il dovuto zelo: non è stato privatizzato a sufficienza;
il lavoro non è stato reso abbastanza flessibile; la spesa sociale non è
stata ridotta quanto necessario per abbattere la pressione fiscale
sulla libera impresa, e così via. Non c'è da sorprendersene. Quando si
fa poggiare la dottrina su una assiomatica, sulla pretesa di agire
secondo la razionalità indiscutibile di una tecnica matematica, che
sbaraglia il vacuo accapigliarsi delle opinioni, l'errore non può
risiedere nei postulati, ma solo nella loro negligente applicazione,
nella debolezza degli agenti. Del resto è fin dalle sue origini che la
«triste scienza» si propone come indagine e illustrazione di quelle
«leggi di natura» che guidano in ogni suo aspetto la vita dell'homo
oeconomicus e cioè dell'essere umano tout court. La promessa di
benessere dell'economia liberista non teme smentite, non si lascia
turbare dai capricci della contingenza, l'esperienza empirica, la
contraddizione patente tra previsioni e risultati, le sono del tutto
indifferenti.
Il buio dell'inconoscibile
Jean Paul Fitoussi, nel volume Il teorema del lampione (Einaudi,
pp. 218, euro 18), riassume questa presunzione dottrinaria con la nota
storiella dell'uomo che cerca un oggetto perduto sotto la luce di un
lampione, non perché l'abbia perduto in quel luogo, ma perché è l'unico
ad essere illuminato. Non è però tanto ingenuo quanto sembra, il nostro
uomo. Il buio, in fondo, è l'inconoscibile dove risulterebbe vano
intraprendere una qualunque ricerca. Nulla vi si potrebbe comunque
trovare. La luce del lampione è la sfera del conoscibile, rappresenta le
sole categorie attraverso cui si possa attingere a una realtà
intellegibile. Il nostro matto nottambulo è, né più né meno, che la
caricatura di un filosofo trascendentale. La scienza economica, a sua
volta, non intende brancolare nelle tenebre e perdere la presa su quel
mondo che è in grado di conoscere condizionandolo. Per questa precisa
ragione seleziona i soli fattori che è in grado di dominare.
Ma non è nelle alte sfere della filosofia teoretica che Fitoussi intende
condurci, bensì attraverso il disastro della crisi economica che stiamo
vivendo e la caparbia applicazione di terapie che accelerano il
deperimento del malato, devastando il presente e ipotecando il futuro.
Lo fa ripercorrendo con precisione e chiarezza le diverse tappe della
crisi, dalla bolla immobiliare statunitense e il sovraindebitamento
privato alla crisi dei debiti sovrani, dalla recessione alimentata dalle
politiche di stabilità ai livelli di vita declinanti nei paesi
industrializzati. Passaggi catastrofici dominati, scrive Fitoussi, da
quella irrazionalità dei mercati «che porta a pensare che il futuro
assomigli necessariamente al presente» e dunque a escludere le
possibilità alternative che nel presente possono annidarsi, le scelte
eterodosse che forse potrebbero condurci fuori dall'impasse. Il fatto è
che non si tratta di «pensare» che il futuro debba riprodurre il
presente, ma di volerlo e di agire in conseguenza, di difendere cioè «lo
stato di cose esistente». Non si intende «interpretare il mondo», ma
impedire che esso cambi. Non si tratta, detto in altre parole, di
mancanza di fantasia ma di politica di conservazione.
Conservazione dell'oligarchia
Conservazione di che cosa? Di un rapporto di forze tra dominanti e
dominati infinitamente favorevole ai primi, di un potere oligarchico
fuoriuscito da qualsiasi forma di contratto sociale, di una enorme
capacità di controllo e di ricatto sulle popolazioni. Il famoso «non ci
sono alternative» non è presunzione teoretica ma volontà politica,
imposizione di una gerarchia sociale che non ammette più intrusioni.
L'insieme delle argomentazioni che l'economista francese mette in campo
sono assai efficaci nell'illustrare come la crisi si avviti su se stessa
moltiplicando i guasti che presume di riparare, e come il crescente
divario tra i pochi ricchi e la massa crescente degli impoveriti non
alimenti alcuna dinamica espansiva presente o futura, ma distribuisca
sulla maggioranza della popolazione i rischi e gli «effetti collaterali»
dell'azzardo sempre più spinto di cui l'accumulazione capitalistica ha
bisogno per seguire il suo corso.
La «società del rischio» non è solo una condizione sociale o un esito
storico della modernità, ma un efficace strumento di sfruttamento e
valorizzazione del capitale. Ha però il difetto, l'impostazione adottata
da Fitoussi, di imputare questo processo a una cecità dottrinaria
convinta dell'efficienza e della razionalità dei mercati i quali
sarebbero in grado, alla fine, se non ostacolati dall'intervento
pubblico o da politiche di diverso orientamento sociale, di ristabilire
l'equilibrio migliore. Si tratterebbe dunque di smontare il dogma della
razionalità dei mercati per aprire la strada a politiche in grado di
correggerne le «storture».
Ripetutamente, Fitoussi evoca l'avidità degli operatori finanziari
attribuendole, almeno in parte, l'attivazione di quei dispositivi di
moltiplicazione della ricchezza che in realtà la concentrano nelle mani
di pochi e la distruggono nel più vasto contesto della società.
Arroganza concettuale e avidità, due disvalori morali, due peccati
capitali, sarebbero dunque i temibili demoni che reggono il timone della
crisi facendo rotta verso tempeste sempre più rovinose.
Non vi è dubbio che queste passioni negative esistano e giochino la loro
parte. Ma interpretare l'accumulazione del capitale, la sua
irrinunciabile vocazione a crescere e a colonizzare sempre nuove sfere,
in termini di avidità è un bel salto all'indietro nell'analisi del
capitalismo. Un rinchiudersi nell'orizzonte invalicabile del sistema,
nella sottointesa convinzione che esso possa infine trovare un
equilibrio. Che si possa giungere, insomma, a un «capitalismo
sostenibile». Che la diseguaglianza radicale e lo squilibrio non ne
costituiscano irrimediabilmente l'essere.
Alla prova dei fatti le cose non sembrano stare così: quando fattori
storici, politici, sistemici bloccano il processo di accumulazione la
violenza della crisi si incarica di aprirgli nuove strade. E quanto più
questo blocco è ingombrante e persistente tanto più la gestione della
crisi assume i tratti di una forma di governo di lunga durata. Nei paesi
dell'Europa meridionale, in diverse gradazioni, si è visto con
chiarezza come la «terapia della crisi» si sia trasformata nell'elemento
che caratterizza stabilmente il rapporto tra governanti e governati.
Non nel senso di un vincolo esterno, ma in quello di una
riconfigurazione restrittiva della democrazia, che si estenderà ben
oltre la contingenza economica.
Una viziosa leggerezza
Insomma, per volerci esporre a nostra volta all'accusa di affezioni
dottrinarie, potremmo dire che la critica dell'economista francese non
può spiegare del tutto ciò che giustamente denuncia perché omette
l'elemento della lotta di classe, del rapporto di forza, delle linee di
frattura che attraversano le formazioni sociali della modernità. Lotta
condotta con una determinazione strabiliante e un formidabile
dispiegamento di mezzi a partire dagli anni Settanta contro l'insieme
delle classi subalterne ed estesa poi a quella loro parte riuscita a
trasformarsi nel cosiddetto «ceto medio». Quando si lamenta lo spazio
sottratto dall'economia alla politica si trascura quasi sempre di
sottolineare l'estrema «politicità» della ratio economica che quello
spazio ha occupato. L'enorme polarizzazione della ricchezza non è
l'opera di nessuna «mano invisibile», né l'effetto di un mercato
«distorto», ma un obiettivo politico perseguito e raggiunto con grande
dispiego di violenza. Nonché l'obiezione più forte contro la tesi di
quanti sostengono, in particolare per quanto riguarda i paesi
mediterranei, che la crisi del debito sia il frutto di una viziosa
leggerezza interclassista, una colpa collettiva avulsa dai rapporti di
classe nazionali e internazionali.
Alternative senza gambe
Volendo tornare all'aneddoto che da il titolo al libro, ci sono precise
ragioni per le quali il lampione è stato piantato esattamente in quel
posto e perché tutti gli oggetti che si trovano al di fuori dal suo cono
di luce non interessano o debbano essere cancellati. Se l'unità di
misura universalmente utilizzata è quella del Pil, non è certo perché
gli economisti ignorino che aspetti decisivi della vita umana, della
vita sociale e dello stesso benessere materiale, non possono esserne
misurati, ma perché il ricorso a quella unità di misura corrisponde a
una gerarchia, a una precisa geografia del potere, a uno schema di
azione politica. E quando la scienza economica si ingegna a correggere
la misura del Pil affiancandogli altri indicatori è solo perché nuove
sfere vitali sono entrate a far parte del processo di valorizzazione del
capitale e devono dunque essere incluse nella sua «contabilità» e
ricondotte alla sua assiomatica.
Così, anche l'analisi della crisi europea che Fitoussi ci sottopone, non
senza centrarne aspetti decisivi, come gli effetti deleteri indotti da
una pretesa di competizione tra le economie dell'eurozona (destinata a
riprodurre e inasprire gli squilibri) e dall'assenza programmatica di
una politica economica continentale, risente della medesima
accentuazione sull'«errore» dottrinario e sulla limitatezza
dell'orizzonte tecnocratico a scapito di una analisi del ruolo politico
svolto dalle élite, nei singoli stati e nello spazio complessivo
dell'Unione, volto a perseguire una drastica riduzione della complessità
democratica.
La formula che individua il male dell'Europa nel dualismo di una
governance europea dotata di strumenti ma priva di legittimità, e di
sovranità nazionali dotate di legittimità ma prive di strumenti, finisce
col celare il dissolversi, nella rude evoluzione dei fatti, dell'idea
stessa di legittimità, col nascondere quella rottura unilaterale del
patto sociale da parte dei poteri dominanti che si è già ampiamente
consumata nei singoli stati non meno che in quegli organismi di governo
europei che dei rapporti di forza esistenti tra quegli stati restano
l'espressione. Cosicché gli stessi rimedi, le alternative, l'esame
razionale dei fattori di crisi non è chiaro su quali gambe possano
marciare. A meno che il lampione non si trasformi in un sole che
illumina l'insieme della realtà. Ma questo è improbabile e certamente
gli interessi messi a fuoco dalla sua luce non intendono consentirlo.
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