lunedì 16 marzo 2020

Razzismo e eugenetica verso gli europei negli Stati Uniti liberali: Okrent

Daniel Okrent: The Guarded Gate: Bigotry, Eugenics, and the Law That Kept Two Generations of Jews, Italians, and Other European Immigrants Out of America, Scribner, New York, pagg. XVI+478, $ 32

Nell’America in cui si saldarono razzismo e xenofobia

Ermanno Bencivenga Domenicale 15 3 2020
«William non ha tanti figli come Tonio perché non ammassa la famiglia in una stanza, non mangia maccheroni su una nuda tavola, non fa lavorare la moglie scalza nei campi, non fa raccogliere cipolle ai figli invece di mandarli a scuola». Chi scrive questa frase, nel 1914, è Edward Ross, sociologo di Stanford che nel 1901 aveva introdotto l’espressione «suicidio di razza».
William è un immaginario rappresentante della razza che si sta suicidando: quella «nordica» degli originari coloni statunitensi. Tonio è una caricatura degli immigrati dall’Italia meridionale, che Theodore Roosevelt definiva «la più fertile e meno desiderabile popolazione d’Europa». La frase di Ross è un grido d’allarme: un flusso inarrestabile proveniente dal Sud e dall’Est europeo sta sommergendo i «nativi americani» (all’epoca, il termine designava i Wasp, White Anglo-Saxon Protestants). Di italiani, nel 1850 ne erano arrivati 431; nel 1887 sarebbero stati 47.622; nel primo decennio del XX secolo oltre due milioni.
Siamo in The Guarded Gate, di Daniel Okrent, giornalista e scrittore che ha lavorato al «New York Times», «Time» e «Life» e qui racconta una fase sciagurata della storia americana, in cui due demoni che da sempre tormentano quel Paese, il razzismo e la xenofobia, si saldarono (come del resto stanno facendo di questi tempi) producendo mostruosità legislative. Okrent è ebreo, quindi è particolarmente sensibile al destino della sua gente: a quanta se ne sarebbe salvata dall’Olocausto se quelle leggi fossero state meno punitive e demenziali. Ma, scrivendo in questo Paese e in questo momento, è utile ricordare quel che ci tocca da vicino: «Il matrimonio di un uomo bianco educato e raffinato con una bella contadina del Sud Italia potrebbe rimandare indietro i suoi figli, quanto a sviluppo intellettuale, di molte centinaia di anni» (da America: A Family Matter di Charles Gould, del 1920, pubblicato da Scribner).
Dal 1891 Henry Cabot Lodge, deputato e poi senatore, si batté per porre limiti all’immigrazione. Inizialmente la sua proposta era di introdurre un esame di lettura che tenesse lontane le orde di ignoranti. Ma, sebbene il Parlamento si esprimesse più volte, a grande maggioranza, in favore di questa misura, un presidente dopo l’altro, da Cleveland a Taft a Wilson, vi posero il veto. Entrò in campo allora la «scienza»: più precisamente l’eugenetica, che aveva ricevuto il nome e i primi sviluppi dall’inglese Francis Galton, cugino di Darwin, e avrebbe conosciuto l’apogeo nei primi trent’anni del Novecento. Scienziati come Fairfield Osborn, paleontologo e direttore dell’American Museum of Natural History, e pseudoscienziati come Madison Grant, ricco avvocato ambientalista, riciclarono la loro xenofobia in un linguaggio di razze geneticamente inferiori. L’impareggiabile Ross poteva così parlare dei napoletani come di «una classe degenerata» che mostrava «un’angosciosa frequenza di fronti basse, bocche aperte e lineamenti sgraziati».
I risultati della santa alleanza non si fecero aspettare. Nel 1917 la solita legge si ripresentò in Parlamento, fu approvata, Wilson pose un nuovo veto ma stavolta i parlamentari votarono in numero sufficiente da annullarlo. Era solo l’inizio, ed era una vittoria di Pirro: avrebbe incoraggiato chi voleva immigrare ad alfabetizzarsi e divenire così più temibile (nei decenni successivi l’analfabetismo italiano sarebbe sceso dal 70% al 23 per cento). Si approntarono allora piani più ambiziosi e, con il sostegno dell’eugenetica («non si fanno accese discussioni sulle tabelline; non si contestano i dati quantitativi di una scienza», diceva Charles Davenport, il suo maggiore esponente americano), due leggi del 1921 e del 1925 stabilirono quote sempre più limitate per varie categorie di immigrati. Come risultato, i 222.260 italiani che erano entrati negli Stati Uniti nel 1921 si ridussero nel 1925 a 2.662.
La legge del 1925 sarebbe stata abrogata solo quarant’anni dopo, da Lyndon Johnson. Nel frattempo, l’eugenetica aveva rivelato la sua debolezza teorica ed era stata coinvolta nelle infami pratiche omicide del nazismo. L’ampia galleria di personaggi evocata con sapienza e con gusto da Okrent è oggi un corteo di fantasmi. Ma è bene non dimenticarli, e al proposito va citato un altro squallido aspetto di questa vicenda. Ho menzionato un editore prestigioso come Scribner e uno scienziato rispettabile come Osborn. Avrei potuto menzionarne altri, e con loro università come Harvard e Princeton, giuristi come Oliver Wendell Holmes (celebre è il suo «tre generazioni di imbecilli sono abbastanza», nella decisione con cui confermava una legge sulla sterilizzazione forzata della Virginia), giornali come lo stesso «New York Times» di Okrent: tutti entusiasti sostenitori di una scienza farlocca e di politiche abiette.
Sono considerazioni che lasciano affranti, e alle quali si può rispondere solo con tenacia e con modestia: la tenacia, appunto, di ricordare; la modestia di cautelarsi contro le mode, scientifiche e non.
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