Chissà perché le poche cose che davvero amiamo si somigliano in un modo così struggente. Quando nel 1999 mi imbattei in Pastorale Americana, pluricelebrato romanzo di Philip Roth, sentii aria di casa e una specie di euforia dolorosa. Che diavolo mi prendeva? Era quell’America promettente e feroce a farmi quell’effetto? O la sfida all’ultimo sangue tra il più esemplare dei padri e la più musona delle figlie? Oppure tutto dipendeva dal milieu giudaico-borghese con cui mi sentivo implicato? O forse era il modo stupefacente in cui Roth aveva montato il romanzo— degno di Quentin Tarantino — ad apparirmi, già di per sé, una rivoluzione del genere?...
martedì 30 marzo 2010
Piperno rimira il proprio ombelico
Solitudine, elogio dell'artista nella torre d'avorio
Perché restare isolati, non farsi vedere, non disturbare, non mescolare la propria voce a quella degli altri, non aderire a iniziative civili e sociali, disertare salotti e pubblici raduni, è il miglior servigio che uno possa fare a se stesso e all'umanità
di Alessandro Piperno, Corriere della Sera 28 marzo 2010
Chissà perché le poche cose che davvero amiamo si somigliano in un modo così struggente. Quando nel 1999 mi imbattei in Pastorale Americana, pluricelebrato romanzo di Philip Roth, sentii aria di casa e una specie di euforia dolorosa. Che diavolo mi prendeva? Era quell’America promettente e feroce a farmi quell’effetto? O la sfida all’ultimo sangue tra il più esemplare dei padri e la più musona delle figlie? Oppure tutto dipendeva dal milieu giudaico-borghese con cui mi sentivo implicato? O forse era il modo stupefacente in cui Roth aveva montato il romanzo— degno di Quentin Tarantino — ad apparirmi, già di per sé, una rivoluzione del genere?...
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