venerdì 20 aprile 2012

Ancora la mostra sui Brueghel a Como


Una mostra a Como

Brueghel. Nel sabato del villaggio
La dinastia che guardò il mondo dalla parte dei vinti Il folclore della vita contadina tra realismo e ironia

di Francesca Montorfano  Corriere della Sera 20.4.12 da Segnalazioni

Spenti i bagliori della Belle Époque, scomparsi i grandi temi aulici o i sontuosi scenari barocchi, ad andare oggi in scena nelle settecentesche sale di Villa Olmo è uno spettacolo nuovo, inaspettato. È un'umanità lontana dallo sfarzo del bel mondo e delle corti, dal culto dell'immagine e delle mode ma forse ancora più vera, colta in tutti i suoi aspetti, anche nei suoi vizi, nelle sue follie, con realismo disincantato e insieme con sincera simpatia. Immagini del duro lavoro dei campi, di stagioni, di animali, di feste contadine, di una terra insieme ostile e amica nel gelo dell'inverno, ma anche luminosi paesaggi dal respiro rinascimentale, anche preziose testimonianze di quella splendida stagione che vedrà l'affermarsi della natura morta e di smaglianti composizioni di fiori rese con precisione in ogni singolo petalo, in ogni più piccola foglia.
Centro propulsore di tale fermento creativo è la ricca e cosmopolita Anversa che a partire dal Cinquecento conosce una straordinaria fioritura economica e culturale per le numerose stamperie a cui si rivolgono artisti e letterati provenienti da tutta Europa. E proprio da un editore di stampe, Hieronymus Cock, lavorerà agli inizi della sua carriera Pieter Bruegel il Vecchio, capostipite di quella celeberrima dinastia di pittori attivi tra il XVI e il XVII secolo e di cui il nuovo evento di Como ripercorre le vicende e il talento, sottolineandone il ruolo di primo piano nell'epoca d'oro della grande pittura fiamminga.
Ma è intorno a un capolavoro di Bosch, I sette peccati capitali, giunto per la prima volta in Italia, che si dischiude il percorso espositivo. È infatti al mondo poetico del suo grande predecessore, al suo immaginario fantastico e surreale che Pieter Bruegel il Vecchio si ispira, attingendo alle medesime fonti, ai proverbi e al folklore contadino, alla religione e alla superstizione. «Si tratta di una mostra dalla grande portata innovativa perché non solo celebra il genio di ben quattro generazioni di Brueghel e di altri artisti a loro uniti da parentela, ma indaga anche lo stretto rapporto che lega Pieter il Vecchio e Bosch», sottolinea Sergio Gaddi, curatore della rassegna insieme a Doron Lurie, conservatore al Tel Aviv Museum of art. «Pieter Bruegel vuole riproporre tutta la suggestione di quel mondo visionario, riprendendone i contenuti didattici e moralistici, i valori simbolici ed esoterici, ma interpretandoli sul registro dell'ironia, della comicità grottesca, della complicità, per arrivare infine a una visione più serena della natura, a scorci paesaggistici dai sorprendenti effetti prospettici, come nella bellissima Risurrezione in mostra».
A portarne avanti i grandi temi, le scene di vita contadina, i cacciatori sulla neve, quei detti popolari che esprimevano i sentimenti più vivi, più immediati dell'uomo, sono i due figli, Pieter il Giovane e Jan il Vecchio, che alla morte del padre nel 1569 vorranno modificare il cognome, ritornando al Brueghel originario. Ma se il primo, attento indagatore e cronista del suo tempo, seguirà la lezione paterna, come in Festa di matrimonio all'aperto o in Trappola per uccelli, sarà Jan a rinnovare la tradizione di famiglia, elaborando un suo autonomo stile, trasferendo in un contesto nordico la luminosità mediterranea.
Grande importanza per la sua formazione avrà infatti il lungo viaggio a Napoli e a Roma dove entrerà in contatto con Paul Bril e con lo stesso cardinale Federico Borromeo, suo appassionato collezionista. Ad affascinare di lui sono così i raffinati paesaggi che già risentono di una luce più mossa, manierista ma anche quelle stupefacenti ghirlande con Madonna e Bambino dipinte a quattro mani con Rubens e quei mazzi dalle più svariate specie floreali, descritti con tale abilità da risultare quasi tattili, da meritargli il nome di Jan dei Fiori o dei Velluti.
Oltre cento sono le opere in mostra, tra dipinti, disegni e incisioni, a raccontare le vicende di questa dinastia di artisti che ha visto la passione per la pittura trasmettersi di generazione in generazione. Ecco Jan Brueghel il Giovane, che lavora a stretto contatto con Rubens e Hendrik van Balen creando paesaggi e scene allegoriche affollate di figure e dettagli, diventando nel 1630 decano della potente Gilda di San Luca. Dei suoi undici figli ben cinque ne seguiranno la strada, come Abraham, celebrato autore di nature morte dal sapore quasi caravaggesco, che vivrà a lungo in Italia, dove morirà nel 1697. Ma è con le vivaci scene di vita quotidiana, con il fresco realismo di David Teniers il Giovane sposo di Anna, figlia di Jan il Vecchio, che la saga idealmente si chiude, portando lo «stile Brueghel» ai vertici della popolarità e del successo.

Rinascimento addio
E il grande caos della Natura riduce anche Cristo al ruolo di comparsa
di Francesca Bonazzoli  Corriere della Sera 20.4.12 da Segnalazioni

Un enigma. Così appare la pittura di Pieter Bruegel il Vecchio a chi volesse decifrarne la qualità. Mettere insieme i pochi pezzi a disposizione per comporre il puzzle della sua collocazione nella storia della critica, poi, rischierebbe addirittura di complicare il disegno.
Pieter «il vecchio» veniva detto anche «il contadino» o «il buffo» perché era specializzato nella narrazione di feste e matrimoni di campagna raccontati con registri comici e grotteschi. Soggetti, dunque, del genere più basso, secondo le classificazioni italiane che dettavano la legge del gusto e mettevano al primo posto le narrazioni mitologiche e di storia. Eppure il giovane Peter Paul Rubens, il più italiano, mondano, colto e raffinato dei pittori fiamminghi compatrioti di Bruegel, contribuì nel 1569 all'allestimento della di lui sepoltura a Notre-Dame de la Chapelle, a Bruxelles, realizzando un dipinto con la consegna delle chiavi a Pietro. Un tributo da parte del sommo Rubens, non c'è dubbio. Ma dall'altro lato si può obiettare che Rubens lo fece perché era molto amico del figlio di Pieter, quel Jan Brueghel detto dei Velluti con cui dipingeva anche a quattro mani. Quindi non tanto un segno di stima nei confronti del padre, bensì di amicizia per il figlio.
Un altro fiammingo, poi, Karel van Mander, il Vasari del Nord che scrisse lo Schilderboek pubblicato per la prima volta nel 1604, cassò la pittura di Bruegel come caratterizzata da grossolanità e scaltrezza contadina, in contrasto con l'arte italiana. In effetti i «pupazzi» di Bruegel (a Roma i pittori olandesi e fiamminghi venivano chiamati «bamboccianti» per la maniera approssimativa di trattare il corpo umano) erano lontano anni luce dall'eleganza paradigmatica di Raffaello o dalle anatomie dei nudi di Michelangelo. Se mettiamo a confronto le date di questi artisti, c'è da rimanere interdetti: Bruegel morì ben quarantanove anni dopo Raffello e cinque dopo Michelangelo, eppure sembra appartenere a un'epoca diversa, ancora rozza e ingenua.
E tuttavia, a complicare il puzzle, si deve considerare il fatto che già intorno al 1600 era ormai praticamente impossibile acquistare opere di Pieter, molte delle quali accaparrate dall'imperatore Rodolfo II, ossia uno dei più sofisticati collezionisti dell'epoca.
Dunque Pieter era un pittore buffone che non riusciva a scalare le vette di anatomia e prospettiva della pittura italiana, o era un genio come lo era stato l'altro suo connazionale, Hieronymus Bosch, ambìto dagli Asburgo di Spagna quanto un Tiziano o un Correggio nonostante dipingesse uomini bizzarri, simili a mostri ibridi?
Nessuno potrà mai dirimere la questione. Di certo Pieter non fu un pittore ingenuo perché inventò un linguaggio che divenne genere e stile molto imitato, e questo accade solo quando dietro c'è della genialità. Inoltre Pieter conosceva bene l'arte italiana non solo perché aveva fatto un viaggio in Italia, ma anche perché le stampe facevano circolare ovunque i capolavori del Rinascimento. Semplicemente, dunque, Pieter non volle adeguarsi a quel linguaggio che oggi definiremmo «stile internazionale», alla moda in tutta Europa. Pieter volle mantenere un suo specifico, mettendo insieme la tradizione fiamminga di Hieronymus Bosch e quella italiana, esattamente come farà poi anche Rembrandt che non si mosse mai nemmeno dall'Olanda ma che collezionava opere d'arte italiane e aveva avuto un maestro, Peter Lastman, seguace di quella che Vasari aveva salutato come «la grande maniera». Entrambi, Rembrandt e Bruegel, sono artisti aggiornati e capaci ma più desiderosi di sperimentare linguaggi propri che di copiare quelli altrui. Resta il fatto che sulla genialità di Rembrandt nessuno discute e mai discusse, mentre su Bruegel i pareri rimangono discordi.
Forse, dunque, più che nello stile o nella tecnica, la pittura di Bruegel va confrontata con quella italiana sul piano del pensiero. La diversità nasce infatti soprattutto da una opposta concezione dell'uomo: per gli italiani, a partire dai calcoli del De prospectiva pingendi di Piero della Francesca e dall'uomo leonardesco inserito nel cerchio e nel quadrato, l'uomo è al centro della creazione e misura di tutte le cose; la sua razionalità interpreta e mette ordine nel mondo.
Al contrario, per Pieter Bruegel l'uomo è solo una minuscola e fugace parte nel cieco meccanismo autogenerativo della natura. Per Bruegel l'uomo non è più grande di una montagna, nemmeno se l'uomo è Cristo che, come per esempio nell'«Andata al Calvario», è solo un dettaglio marginale dell'ampio paesaggio colto a volo d'uccello, con uno sguardo che abbraccia alla pari uomini, fiumi, alberi, rocce, case e castelli, divinità e buffoni. 

La Macchina del Tempo per i sette Vizi capitali
di Vladimiro Bottone  Corriere della Sera 20.4.12  da Segnalazioni

Bosch è un artista che può facilmente farsi scambiare per un surrealista ante litteram, dedito alla stravaganza, ai deliri fantastici e a qualche incontrollato trip allucinatorio. Occorrono pazienza e lente d'ingrandimento per accorgersi, invece, della sottilissima filigrana allegorica che trama la sua pittura. Quelle sviluppate da Bosch sono, in realtà, delle complesse allegorie che muovono da una vera e propria enciclopedia con, stivate dentro, religione, metafisica, morale. Come altri colossi enciclopedici e visionari, Dante ad esempio, Bosch è un supremo moralista. Dunque un vero satirico. Non deve sorprendere, perciò, che un tema succulento come quello dei Sette vizi capitali lo tentasse a mordere in più di un'occasione. Sempre, comunque, facendo schioccare la sferza sul groppone dei suoi contemporanei. Basta un'occhiata alla grandiosa tavola ginevrina per constatare che i peccatori, come i dannati danteschi, vestano i medesimi panni dell'autore e della sua età. Inevitabile che, volendo qui rivisitare lo stesso argomento, la galleria dei viziosi debba prendere i panni della nostra epoca.
A testimonianza del fatto che i difetti radicali dell'uomo sono sempre diversi ma sempre uguali (Schopenhauer: tutta la Storia è una Zoologia). È questo che ci può far impunemente scarrellare avanti e indietro nei secoli. Flashback cinquecenteschi, allora, nelle Fiandre oppresse dalla solita, immarcescibile sofferenza del Belgio. Flashforward nell'Italia del 2012 e seguenti, afflitta dalla solita, inguaribile pubalgia etica ed estetica. Il tutto con una panoramica a volo d'uccello puramente esemplificativa e niente affatto esaustiva.
Ira Il politico voce strozzata e faccia paonazza che s'indigna contro chi scialacquò in amenità e ammennicoli, quisquiglie e pinzillacchere il capitale morale del Partito. Come se quei manigoldi fossero altri dal se stesso che non ha voluto sapere, vedere, immaginare, sospettare. A suo tempo il politico preferì che, intorno a sé, fosse tutto un dire, fare, baciare. Che almeno, ora, sottoscriva il testamento.
Superbia Coloro i quali coniarono una moneta (l'euro) prima di edificare lo Stato chiamato a batterla. Senza essere sfiorati dal dubbio di stare operando come chi costruisca un edificio partendo dall'antenna centralizzata.
Pigrizia I critici letterari beccamorti che, da anni e solo in Italia, predicano come un disco rotto la morte del romanzo, insensibili al fatto che, appena dopo Chiasso, la forma- romanzo scoppi di salute (cosa che non si potrebbe dire dei loro faccini smunti). La pigrizia di non sospettare che, spesso, siamo maledettamente autobiografici nelle nostre prediche così simili all'eterno ritorno della medesima pippa.
Lussuria Certe incredibili coppie con lei ventenne velinara e lui sessantenne magnate o boiardo, adeguatamente pompato di Viagra. Talché, in uno sfacelo fisico che rende l'organismo di costui friabile come un wafer, l'unico organo — o muscolo — funzionante risulta unicamente quello. Fino all'inevitabile esito: lei fintamente infatuata, lui autenticamente infartuato; lei in tanga d'ordinanza, lui col pannolone fisso.
Gola Uno dei pochi vizi ancora sentiti come condotta socialmente riprovevole. Vedansi, a questo proposito, le sedicenni allevate dall'Occidente, che riescono ad avvertire un disagio vagamente simile al desueto rimorso non una volta soffocato il fratellino rompicoglioni o la compagna di camera troppo seduttiva ma esclusivamente dopo aver esagerato con i bucatini.
Avarizia Quella degli studi tv durante la programmazione pomeridiana, dedita all'abbrutimento delle sinapsi. Con tutti quei figuranti catatonici, ingaggiati al minimo sindacale per risparmiare sui manichini (che, com'è noto, hanno anche l'inconveniente di una maggiore indipendenza di giudizio e conseguente refrattarietà all'applauso telecomandato).
Invidia Quella degli stilisti che, non meno dei talebani, dettano legge sul corpo femminile, costringendolo in una camicia di forza costituita da taglie irrealistiche, canoni estetici non riscontrabili in natura e regimi dietetici da universo concentrazionario. Tutto in nome di un odio teologico, trasudante invidia, per il tessuto adiposo femminile, basilare come riserva di grasso per una maternità a cui gli stilisti di cui sopra aspireranno invano. Almeno fino a quando i progressi dell'ingegneria genetica e delle scienze mediche non compiranno il salto evolutivo che trasformerà la Medicina in malattia (niente di nuovo sotto il sole: l'ennesimo atto di Superbia. Chi escogitò la formula dei sette vizi capitali, conosceva i suoi polli).

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