giovedì 19 aprile 2012
L'assiduo frequentatore del salotto di Maria Angiolillo torna al mestiere che meglio conosce
L'ex leader dimenticato torna in scena a teatro Dallo scranno della presidenza della Camera al palcoscenico, dove recita tra attori muti e nudi di Anna Maria Greco - il Giornale 16 aprile 2012
Falce e performance
Fausto horror picture show
Alda Fendi chiama, Bertinotti recita Thomas Eliot
di Malcom Pagani
il Fatto 19.4.12 da Segnalazioni
Apvile è il mese più cvudele/ geneva lillà dalla tevva movta/ mescola
memovia e desidevio/ stimola le sopite vadici con la pioggia
pvimavevile”. Undici erre in una sola strofa. Bertinotti assorbe la
trappola con stile. La moglie, signora Lella, è tutta un fremito. Sul
palco, Fausto recita T. S. Eliot. Portaocchiali al collo. Maglione
turchese. Al centro dell’antico mercato ebraico del pesce, elegante
latifondo della Fondazione Alda Fendi, ecco “Transiti di venere” di
Raffaele Curi. Mezz’ora di feti, montagne, nuvole, confezioni di
dispositivi vaginali, fiamme, pianeti, canzoni di Yoko Ono ed Enya,
spose sfiorate dall’annunciazione e harakiri proiettati a tutta parete.
Lo chiamano sperimentalismo, somiglia al “casino organizzato” dell’ex
operaio siderurgico Eugenio Fascetti e per celebrarlo, a un passo dal
Circo Massimo, si sono accalcati in 400. Fiere e domatori, vecchi amici e
neofiti. Un’istantanea a metà tra l’ultima assemblea del Partito
socialista e i Cafonal di Dagospia. Mario D’Urso e Adriano Aragozzini,
Salvo Nastasi e Umberto Croppi, Ritanna Armeni e Carlo Rossella che ieri
commosso, sul Foglio, denunciava ancora un certo turbamento: “Fausto
Bertinotti attore. E che attore! ”. Intorno all’alta società del
Presidente di Medusa e tramontata la voce impostata di un anonimo che
avverte, come a corte: “Si prega di spegnere i telefonini e non di far
uso di flash” un altro film. Trentenni sgomenti, imbucati di ogni età,
turisti per caso dell’arte senza esborso che da un decennio è il
manifesto della minore delle sorelle Fendi.
ALDA VENDETTE il marchio, incassò una cifretta vicina al miliardo di
euro e decise di restituire. Se la chiami mecenate si offende: “Mi sento
una missionaria, un piccolo granello di sabbia, una folle sana di mente
e intenti, cui il mondo non mercificato e corrotto inizia a dare
ragione. Non esiste nulla di più gratificante che vivere e nutrirsi
d'arte. Voglio che con me ne godano tutti”. E così sia. Al lato della
rappresentazione (sic) vestiti come buttafuori di un qualunque Studio 54
fuori latitudine, sostano una dozzina di imitatori di Will Smith
allevati a glamour e palestra. Gessato, camicia spalancata, Persol,
vistosi orologi al polso. Restano immobili, mentre alle loro spalle, lo
scorrere del tempo (c’è la metafora!) è una sabbia che cade inesorabile
dall’alto e le immagini (e le scritte) si rincorrono sul muro. “Il
settimo sigillo”. Con Bergman non ti sbagli mai.
POI, ANCORA. Un ex campione di basket Nba sopravvissuto alla fame (Abdul
Jeelani) interpreta Cristo. Con la corona, la posa sofferta e tutto il
resto. Un ragazzo vestito come un tennista degli anni 30 e una bucolica
fanciulla che lo insegue ballano su una schermaglia amorosa. Altra
scritta sul muro. 2,176 Kelvin. L’unità di misura seguita da due ragazzi
in succinto costume da bagno accompagnati da lazzi e battute
irriferibili su altre misure: “Ahò, ma è eccitato, è barzottissimo” e
riprovazione disgustata della claque. Al cambio di scena, i due
innamorati di prima si ritrovano nudi ai lati della sala. Si osservano,
mentre il pubblico li divora. Ammirazione per la splendida Cécile Leroy,
figlia di Philippe, che non muove un muscolo. Una sfinge. Alla fine,
timidissimi applausi e fuga collettiva. Raffaele Curi, il sosia di Mal
dei Primitives, l’autore di “Transiti d’amore” che da ragazzo fu Ernesto
nel Giardino dei Finzi Contini di De Sica, in età matura ha imparato a
far di conto, l’allestimento a casa Fendi non è una novità. Lei è pazza
di lui, lui ricambia (come dargli torto) sentitamente. Ogni anno, con
titoli pretenziosi, ma alati per le sue creazioni (“Sfiorerai il mio
destino come una farfalla”) o vezzosi menu natalizi (quello del
“clochard” da degustare ascoltando The Fun Powder Plot di Wild Beasts o
in alternativa la “salsa del figlio del podestà”) Curi si spende e fa
spendere agli altri. Quando non lavora con Pupi Avati o non affitta
appartamenti in via Giulia a Guido Bertolaso trovando a fine locazione
cumuli di bollette: “Ero felicissimo: ho pensato che fosse una persona
affidabile. Ma non sono mai riuscito a contattarlo per farmi firmare il
contratto, non l’ho mai visto in faccia” dà vita a spaventose messe in
scena. A Everest di ridicolo involontario. In cima, una volta scalata la
vetta, la ricompensa. Lo squittio delle dame impegnate a tener desti i
mariti: “Ma, caro, non sbadigliare, è me-ra-vi-glio-so” e sorridere
ragazzi più cinici e grevi: “È il vero appuntamento trash di Roma” o
anche, nella versione meno ecumenica: “Non ci si crede. Non ho più
parole. Soltanto parolacce”.
LA FENDI è generosa. Magnanima. Finanzia molti ambiti artistici, sogna
di scoprire un Andy Warhol, ma si accontenta delle opere di Curi. Si
immedesima in Peggy Guggenheim indossando enormi lenti nere, sfama le
mandrie che occupano lo splendido palazzo aperto al dopo “Transiti di
venere” offrendo come dice Rossella un “delizioso panaché” in faccia al
Foro Traiano che a Roma, per semplificare, si risolve in birra e
gazzosa. Tra i vassoi si commenta. Non sono concetti gentili, ma spruzzi
di ingratitudine. Inganni. Opinioni. Forse Curi è un genio, “Transiti
di Venere” un capolavoro e l’arte contemporanea tutta, un immenso
speaker’s corner appaltato a chi è più rapido. Furbo. Dialettico. Chi
sale sul ceppo per primo vince. E Curi, dall’angolo Fendi, continua a
parlare senza che nessuno si azzardi a interromperne il flusso di
coscienza.
Il personaggio L'ex presidente della Camera fa l'attore
Sponsor: la Fondazione dell'imprenditrice della famosa griffe
Da falce e martello all'alta moda Bertinotti recita Eliot per Alda Fendi
di Filippo Ceccarelli
Repubblica 19.4.12 da Segnalazioni
POSTO che recitare non è reato, e trovarsi un'occupazione meno che meno,
la circostanza che Fausto Bertinotti, in cachemirino celeste, sia
salito su di un palcoscenico per rallegrare la mondanità capitolina
alimentando una già copiosa produzione di foto-Cafonal, è una faccenda
che però solleva qualche dubbio: non solo sul destino semi-obbligato
degli ex presidenti della Camera, ma anche e specialmente sulle
motivazioni per cui dopo tante esperienze sindacali, politiche e
istituzionali uno come lui in piena e libera facoltà di se stesso abbia
deciso di farsi ridere dietro.
La Pivetti, del resto, vabbè, si sa: è figlia e sorella di gente di
spettacolo. Così dopo le infatuazioni cattolico-vandeane di Montecitorio
la si è vista padroneggiare sanguinolente trasmissioni di chirurgia
plastica al fianco di Platinette, e poi anche strizzatissima in tenuta
sadomaso di latex con tanto di frusta. Ma Bertinotti finora, con
l'inseparabile moglie detta «la sora Lella» figuravano al massimo come
un elemento stabile del paesaggio notturno di una certa Roma,
compulsivamente arruolati a party, presentazioni e sfilate di moda, da
Mario D'Urso a Valeria Marini: «Berty-night», come l'aveva designato
ormai diversi anni orsono Dagospia, «e io mi arrabbio teneramente -
reagiva lui - perché è una falsificazione della mia immaginee mi
verrebbe voglia di replicare contando le ore che ho passato davanti ai
cancelli delle fabbriche». In attesa del rendiconto, e non senza
dimenticare che nei giorni lieti della Camera ai gentili ospiti dopo il
pasto veniva donato un campanellino di quelli con cui un tempo certe
signore borghesi richiamavano la servitù, ecco, varrà dunque la pena di
segnalare che l'altra sera, all'insegna della fondazione «Alda Fendi»,
l'ex presidente della Camera ed ex leader di Rifondazione comunista si è
di nuovo esibito davanti ai soliti noti in una pièce niente affatto
politica. « Transiti di Venere », una visionaria cosmogonia di Raffaele
Curi giocata fra pianeti e varietà di palle (pingpong, tennis, basket),
richiami letterari e carni denudate di maschi e femmine disposte su di
un improvvisato proscenio dalle parti del Circo Massimo, là dove il
sabato e la domenica mattina si svolge un grazioso mercatino bio della
Coldiretti.
Essenziale e minimal, un leggìo e un fascio di luce, Bertinotti ha
recitato alcuni brani de «La terra desolata» di Eliot. Poi felice come
una pasqua di aver confuso memoria e desiderio si è fatto un sacco di
foto-ricordo con gli attori e infine, nella magnifica residenza Fendi
con vista sul foro di Traiano, ha accolto con piacere tanti elogi sulla
cui sincerità la sua indubbia intelligenza deve essere entrata in serio
conflitto con il suo formidabile narcisismo, probabilmente avendo la
peggio. Ma questo non vuol dire che come attore non sappia il fatto suo,
piuttosto che quell'ambiente lì è per sua natura abbastanza maligno.
Gli archivi impongono di aggiungere che comunque non è la prima volta.
Tra un soggiorno nel Chiapas e una visita ai monaci del Monte Athos,
recordman di presenzea Portaa porta, nel 2007 accettò con entusiasmo la
parte di Calamandrei in uno spettacolo su Danilo Dolci al teatro Valle.
Scrisse allora Franco Cordelli sul Corriere della Sera che in scena era
stato bravo, a parte essersi messo per due volte le mani in tasca e aver
tradito una lieve vibrazione alla gamba destra. Qualche mese dopo
Fiorello gli fece declamare alla radio le parole dell'inno di Forza
Italia: e anche in quell'occasione, se fece finta di non averle
riconosciute, Bertinotti si dimostrò un attore naturale - se drammatico o
comico, come capita spesso in Italia, è una questione abbastanza
secondaria.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento