domenica 22 aprile 2012
Estetica e storia
La terza via della bellezza
Non è solo una questione oggettiva o soggettiva Oltre Narciso (che affoga) e Ulisse (che si salva)
di Umberto Curi
Corriere La Lettura 22.4.12 da Segnalazioni
La notizia risale ai primi di aprile. Dopo essere stata esclusa in una
prima fase dal concorso, Jenna Talackova, la giovane transessuale
iscrittasi alle selezioni canadesi di Miss Universo 2012, è stata
riammessa, anche a seguito di una petizione sottoscritta da oltre 28
mila sostenitori. L'unica condizione posta è che Jenna fornisca i
documenti che ne attestano l'identità di genere. La bellezza oltre i
confini del sesso? In un quaderno redatto a Londra nel 1942, poche
settimane prima di morire, Simone Weil annotava: «Tutte le volte che si
riflette sul bello, si è arrestati da un muro. Tutto ciò che è stato
scritto al riguardo è miserabilmente ed evidentemente insufficiente».
Pur nella concisione di un'espressione aforistica, ciò che la filosofa
intendeva sottolineare può essere proposto nei termini di un paradosso.
Da un lato, pochi altri concetti sono altrettanto variabili e soggettivi
quanto lo è la bellezza. Ciò che a me appare bello, ad un altro potrà
sembrare brutto o indifferente. È ciò che accade quando valutiamo un
film o esprimiamo il nostro giudizio ad esempio su un'opera dell'arte
contemporanea. Dall'altro lato, vi sono alcune cose — lo sguardo di un
bambino, i colori di un tramonto, un'opera d'arte classica, una sonata o
una melodia — della cui intrinseca bellezza nessuno si sentirebbe di
dubitare. Per alcuni, insomma, la bellezza è legata alla soggettività
del gusto individuale. Per altri, invece, bello è ciò che corrisponde ad
alcuni parametri che possono essere definiti in termini oggettivi.
Per cercare di uscire da queste antinomie, proviamo a vedere come era
concepita la bellezza alle origini della tradizione culturale
dell'Occidente. Nella cultura greca arcaica, il termine «kalós» — che
abitualmente traduciamo con «bello» — non aveva originariamente un
significato «estetico». Ad esempio, la poetessa Saffo parla di «kalé
seléne», alludendo non alla «bella luna», come potremmo credere, ma al
plenilunio. La luna è «kalé», è «bella», in quanto è piena, cioè è
integra, compiuta, non manca di nulla. Bello è, insomma, secondo la
cultura e la mentalità greca, ciò che si presenta con le caratteristiche
di una forma compiuta.
Scaturisce da questi presupposti una convinzione diffusa in tutta
l'antichità greco-latina, e cioè l'idea che la perfezione, e quindi
anche la bellezza, coincidano con la finitezza. Se belle devono essere
considerate quelle cose che sono integre, a cui non manca nulla, è
evidente allora che per essere bella una cosa non dovrà essere
in-finita, senza fines, senza con-fini, ma che, al contrario, essa dovrà
avere contorni ben definiti. Lo sottolinea anche Aristotele quando ad
esempio nella Poetica afferma che, per essere bello, un animale non deve
essere né troppo piccolo, perché allora non riusciremmo a distinguerne
la fisionomia, né troppo grande, perché in questo caso non potremmo
abbracciarlo tutto con lo sguardo. Un'affermazione analoga si ritrova
anche nel celebre epitaffio di Pericle, raccontato da Tucidide, dove la
principale virtù attribuita agli ateniesi è posta in stretta relazione
con la compiutezza: «Noi amiamo il bello — scrive lo storico — ma con un
buon compimento» («eutéleia»). Bello è ciò di cui si possa dire che non
manca di nulla.
D'altra parte, nella concezione greca di bellezza converge anche
un'altra caratteristica fondamentale, vale a dire una particolare
nozione di tempo: non il tempo chrono-logico, che misura l'incessante
divenire di tutte le cose, ma neppure l'immutabile permanenza del
«sempre-essente», chiamato appunto «aión», ma quella singolare
dimensione di tempo espressa dal «kairós», il momento propizio,
l'occasione buona, l'attimo fuggente. Ne è testimonianza una sentenza
che ricorre con irrilevanti variazioni lungo un ampio arco di tempo,
secondo la quale «tutto è bello nel momento opportuno». Da ciò risulta
allora che definire «bello» qualcosa non implica un giudizio di «gusto»,
non esprime una preferenza soggettiva, ma si identifica piuttosto con
una struttura oggettivamente identificabile.
Ma è proprio a partire da questo modo di intendere il bello, a lungo
dominante nella tradizione culturale occidentale, che trae origine un
problema di fondo, destinato a rimbalzare fino al cuore del nostro
stesso presente. Se la bellezza di una cosa dipende dalle proporzioni,
dall'armonia, dalla simmetria, dalla atemporalità, allora si dovrà
concludere che essa dipende da qualcosa che resta invisibile, nel senso
che a fondamento della bellezza di un oggetto visibile vi è qualcosa che
invece sfugge alla vista. Veramente, compiutamente, genuinamente bello
non è ciò che appartiene al nostro mondo, ma ciò che rinvia ad una
realtà inattingibile. Le cose che giudichiamo belle non testimoniano una
presenza, ma una mancanza. Alludono ad un «oltre», verso il quale
possiamo soltanto tendere, senza alcuna possibilità di raggiungerlo. Già
accennata in Platone, in particolare nel Fedro e nel Simposio, questa
tensione è poi esplicitata e condotta alle conseguenze più rigorose da
Plotino e dalla successiva tradizione neoplatonica, fino all'Umanesimo
italiano, e poi a Goethe e a Schelling. Emerge qui un'alternativa che
non riguarda soltanto il piano estetico, ma coinvolge più complessive e
pervasive scelte di vita. Come si legge nelle Enneadi, di fronte alla
bellezza sensibile dei corpi possiamo scegliere se comportarci come
Narciso o come Ulisse. Nel primo caso, ignorando che ciò che vediamo è
semplicemente un riflesso, una traccia o un'ombra, perderemo la nostra
vita inseguendo una semplice immagine. Nel secondo caso, non ci
lasceremo ingannare da ciò che appare, e impegneremo incessantemente
ogni nostra energia per ritornare alla «cara patria» — la bellezza in se
stessa — che è il fondamento delle molte cose belle.
È possibile procedere oltre questo dualismo? Si può cercare una strada
diversa, rispetto a quella seguita da Narciso o da Ulisse? Resta davvero
invalicabile il «muro» di cui parla Simone Weil? Secondo una tradizione
molto antica, dopo il suo ritorno ad Itaca, Ulisse sarebbe ripartito,
avrebbe ricominciato il suo peregrinare, fino a morire in terre lontane.
La bellezza non è la patria raggiunta una volta per tutte. Non è la
definitiva contemplazione del bello in sé. Questo possesso ci resta
precluso — la «cara patria» è un luogo nel quale non è possibile
soggiornare. La condizione umana non coincide né con le tenebre della
caverna, né con la solare contemplazione della vera bellezza. Ma con un
percorso accidentato e discontinuo, nel quale acquisizione e perdita,
caduta e salvezza, si intrecciano in maniera inestricabile. Si può
concludere citando ancora una volta la Weil: «L'essenza del bello è
contraddizione, scandalo e in nessun caso pacifico accordo», come
insegna l'ultima vicenda di Miss Universo. Ma si tratta comunque di uno
scandalo che «si impone e ci colma di gioia».
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