martedì 22 maggio 2012
Hannah Arendt come collante ideologico
Mentre vota la macelleria sociale di Monti-Napolitano, il PD riflette sul proprio pantheon seguendo i consigli di Beppe Vacca. Ecco il tema cristiano del perdono, nella declinazione di Hannah Arendt (laica ma non laicista!), come terreno culturale comune di Bersani e Fioroni. Ahinoi [SGA].
Etica e libertà
Il perdono è rivoluzionario
Un concetto spiazzante, una sfida per il pensiero
È
un «dono» difficile da interpretare: si perdona la malvagità o
l’incoscienza? L’azione o l’agente? Per ricostruire, ricominciare,
comprendere o per dimenticare?
di Laura Boella, l’Unità 22.5.12 da Segnalazioni
IL PERDONO RAPPRESENTA UNO DEI DILEMMI PIÙ LACERANTI DELL’ETICA
CONTEMPORANEA, MA È ANCHE UNA DELLE FIGURE MORALI CHE SVOLGONO UN RUOLO,
A VOLTE CONTRADDITTORIO, MOLTO FORTE NELLA SOCIETÀ E NELLA POLITICA. Il
perdono oggi non viene evocato solo in relazione a offese, torti,
malvagità individuali e private, ma spesso in relazione al male commesso
in nome di un’idea di civiltà, di un’ideologia totalitaria, di una fede
religiosa, di un progetto politico, e anche in sede legale e
processuale, ogni volta che la trasgressione della norma ha un effetto
destabilizzante sulla convivenza. Sappiamo quanto le azioni umane e i
loro “errori” mettano direttamente in questione la storia, la politica,
la sopravvivenza e l’identità di individui e gruppi, la lacerazione e la
ricomposizione del legame sociale.
Non bisogna poi dimenticare che
la questione del perdono si è posta con particolare forza dopo la Shoah,
collegandosi strettamente all’ imprescrittibilità del male. Dopo gli
eventi che hanno segnato la storia del ‘900 non è pertanto più possibile
pensare il perdono senza il concetto di imperdonabile.
L’autentico
significato del perdono deve in effetti districarsi dalle implicazioni
molteplici e a tratti contraddittorie di una nozione drammaticamente
intrappolata nelle maglie del rancore e dell’oblio, della brama di
vendetta e della facile liquidazione o della rinuncia ai propri diritti.
Una nozione che, oltretutto, appare difficilmente isolabile da altri
nuclei tematici, legati a concetti di ordine spirituale e religioso,
quali l’espiazione, la redenzione, la remissione dei peccati,
l’assoluzione, la pietà, l’amore del prossimo. Per fare qualche esempio:
si perdona l’incoscienza (non sapeva quello che faceva) o la malvagità?
L’azione o l’agente? Per ricostruire, ricominciare, comprendere,
convertire o semplicemente per dimenticare? Il perdono presuppone una
relazione con un altro oppure è l’affermazione della propria
superiorità? Chi viene perdonato può anche non sentirsi destinatario di
un atto di amore, bensì oggetto di invadenza, di intrusione nella sua
coscienza, nel suo mondo affettivo. Nell’idea di perdono può essere
infatti contenuto un giudizio di valore: colui che perdona si colloca
dalla parte del bene, quindi al di sopra di colui che viene perdonato.
Da questo punto di vista, il perdono può apparire un atto unilaterale,
una concessione che annulla ogni scambio e comunicazione tra due
soggetti. A complicare le cose contribuisce l’urgenza dell’appello che
il male morale continua a rivolgere all’azione: cosa fare per impedire
altre sofferenze causate dalla malvagità? Qual è l’imperativo
prioritario: la carità cristiana o la resistenza contro il male? Porgere
l’altra guancia o ristabilire la giustizia violata?
Il perdono è
sicuramente un concetto spiazzante, una sfida per il pensiero, il cui
autentico significato deve essere riappreso. Ciò significa riprendere
l’eredità della tradizione ebraico-cristiana, che ne costituisce la
fonte, e riscoprirlo in condizioni nuove, quelle del mondo attuale che
ne ha un gran bisogno.
Non è certo un caso che i (rari) pensatori che
nel ‘900 si sono occupati del perdono siano quelli a cui tutti
riconoscono una spiccata sensibilità per i problemi del nostro tempo, e
insieme il coraggio di affrontare le zone più rischiose dell’etica,
senza cedere a nessuna scorciatoia moralistica. Penso in particolare a
Hannah Arendt, a Vladimir Jankélévitch , a Emanuel Lévinas, a Paul
Ricoeur, a Jacques Derrida. La loro vitale inquietudine ha accompagnato
la consapevolezza che il perdono sia un tessuto fittissimo di conflitti e
di paradossi che chiama radicalmente in causa la coscienza di ognuno e
ne sconvolge le convinzioni più solide.
Fin dalla sua etimologia il
perdono è attraversato dal contrasto tra la logica della pena e della
riparazione propria della giustizia, e la logica della gratuità,
dell’amore. Perdonare rimanda alla “rinuncia” (a un diritto o a un
credito), allo scusare, e al tempo stesso si associa al dono un dono in
eccesso, il dono d’amore disinteressato delle chansons dei troubadours
(ti amerò en perdos, in perdita, gratuitamente).
L’autentico
significato del perdono può essere oggi affermato considerandolo una
potenzialità dell’azione: esso rappresenta infatti l’altra faccia del
rischio dell’agire, che salva la libertà umana in nome di una nuova
forma di responsabilità. È impossibile revocare la storia, fare in modo
che le azioni non siano accadute, ma si può continuare ad agire andando
in un’altra direzione. L’essenza del perdono consiste nel restituire la
capacità di agire a un soggetto che resterebbe inchiodato all’azione
compiuta, se non gli si offrisse la possibilità di diventare qualcosa di
diverso da ciò che ha fatto.
Il perdono è dunque un dono, un dono di
libertà, il dono del potere di ricominciare e insieme il tentativo di
ricostruzione di una relazione interrotta in seguito a un’offesa. Come
se si richiamasse in vita la possibilità di una libertà autenticamente
umana, anche per chi ha sbagliato. È innegabile che si tratti di
passaggi difficili tra agire, sentire e pensare, ma dotati di una grande
forza etica: quella di assumersi il rischio, o meglio, di immaginare un
futuro diverso da quello imposto dal passato.
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