mercoledì 23 maggio 2012
La ricerca di un impossibile keynesismo continentale
Intanto va segnalato che Syriza è ormai considerata una parte del PSE [SGA].
Se l’Europa ricordasse Keynes
di Barbara Spinelli
Repubblica 23.5.12 da Segnalazioni
Si
dice spesso che l´Europa unita ha perso potere di attrazione, adesso
che gli europei non si fanno più guerre. Ma è difficile chiamar pace,
quello che stiamo vivendo.
Guerresco è il modo in cui da due anni
Greci e Tedeschi si parlano. Guerresco il clima di depressione, di
paura. Guerresco, soprattutto, il trattamento riservato ai paesi
indebitati, non a caso chiamati con l´acronimo Pigs, maiali: considerati
alla stregua di popoli vinti con le armi, da ostracizzare, punire. I
piani di austerità, come la guerra di Clausewitz, stanno diventando la
continuazione della politica con altri mezzi, e l´Europa, associata a
tali piani, subisce lo stesso destino. Il che vuol dire: austerità e
bellicosità soppiantano la politica, la sopprimono. C´è dominio tedesco,
ma l´egemone non ha progetti di rifondazione della civiltà europea. È
tragicamente assente un potere europeo che rappresenti tutti,
democraticamente legittimato, che sia pronto a fronteggiare la buona
sorte e la cattiva. Latitano istituzioni sovranazionali forti, che nella
sciagura di uno Stato riconoscano la sciagura dell´intero sistema. Ci
sono innocenti e colpevoli, vincitori e vinti: l´idea stessa di
solidarietà, più morale che politica, oscura pericolosamente
l´interesse, le responsabilità, gli obblighi condivisi.
Fu trattata
così la Germania, nel trattato di Versailles del 1919, e sappiamo quel
che seguì, il rancore nazionalista che il castigo suscitò. Hitler
sfruttò tale risentimento, dando al popolo non solo una crescita
trainata dalle spese militari ma dignità e senso di appartenenza
perduti. Manca oggi il Keynes della situazione, che denunci le calamità
ineluttabilmente provocate da penitenziali terapie deflazionistiche.
Conseguenze economiche della pace s´intitolava il libro pubblicato nel
´19, e oggi potrebbe esser scritto tale e quale, con le periferie
sud-europee al posto della Germania.
Keynes aveva partecipato alla
conferenza di Versailles come rappresentante del Tesoro britannico, ma
il 7 giugno 1919 si dimise, e scrisse il suo libro denuncia. Le sue
idee, respinte dai vincitori, furono straordinariamente veggenti: non si
può chiedere l´impossibile a un popolo vinto, demoralizzato, devastato,
e dare al diktat il nobile nome di trattato. Non è pace, se la crisi
non è vissuta come dramma comune a debitori e creditori. In queste
condizioni era una beffa, il proclama del Presidente Usa Wilson: il
´14-18 avrebbe «messo fine a tutte le guerre». Altre conflagrazioni
sarebbero venute, precipitando l´Europa in una guerra di trent´anni.
I
ricordi giocano brutti scherzi, proprio alla Germania che dopo il ´45
ricostruì una democrazia modello, forgiata dalle introspezioni della
politica della memoria. Ma col tempo la memoria si è fatta come
emiplegica: come se solo una parte della storia venisse trattenuta.
Resta l´assillo dell´iperinflazione fra il 1914 e il 1923, ma svapora la
deflazione cominciata nel ´29 e finita con l´avvento di Hitler. Lo
stesso vale per le riparazioni che frantumarono la democrazia di Weimar,
e per la sconfitta di Keynes a Versailles: si dimentica la vittoria
tardiva, ma pur sempre vittoria, che questi conobbe dopo la seconda
guerra mondiale. Stavolta Europa e America cambiarono rotta: nacquero il
Piano Marshall, il Fondo monetario internazionale, l´unità europea.
Vinse il New Deal di Roosevelt, non l´ottimismo cieco di Wilson. Di
nessuna guerra si poteva dire che sarebbe stata l´ultima, tantomeno in
Europa, se tra ex belligeranti non si concordavano una comune crescita e
comuni istituzioni, nella consapevolezza che sempre può arrivare
qualcuno che alla politica preferisce altri mezzi.
Il Cancelliere
sembra indifferente alle lezioni di ieri, se non ignaro. La stanchezza
europea del suo popolo è anche opera sua. In parte, forse, pesa il suo
apprendistato nella Germania comunista. Se si esclude l´attuale governo
polacco, i governi dell´Est tendono a diffidare di un´Unione
sovranazionale. Sono i più puntigliosi difensori delle decisioni
unanimi, dei veti nazionali, dell´Europa impolitica. Coltivano sovranità
illusorie, e non vedono che il presente crollo è crollo ormai palese
degli Stati nazione.
Tanto più succube è la Merkel verso la Germania
della Banca centrale tedesca e della vecchia dottrina che la pervade:
prima viene la casa in ordine, poi la comunanza transnazionale. La
Bundesbank sta prendendo la sua rivincita sull´internazionalismo di
Brandt, Schmidt, poi di Kohl che volle la moneta unica contro l´istituto
di emissione. La storia contava ancora, a quell´epoca: Kohl disse che
bisognava «liberare l´Europa dal problema tedesco» e creare gli Stati
Uniti d´Europa, di cui la moneta unica sarebbe stata la molla
inaugurale. Il trattato di Maastricht doveva preparare ben più radicali
trasformazioni istituzionali, e se il disegno naufragò fu perché - per
colpa del nazionalismo francese - rimase a metà strada.
Lo stesso
Patto di stabilità e di governo della crisi (fiscal compact), approvato a
marzo da 25 Stati, disciplina le singole economie con nuovi
trasferimenti di sovranità ma non crea né le istituzioni comuni
(Commissione che risponda ai deputati europei più che ai governi,
Parlamento con partiti europei, vera Costituzione) né gli strumenti
finanziari (eurobond, project bond) che permettano all´Unione di far
politica e unire quel che è sfaldato. È così che la Grecia è divenuta
capro espiatorio, che il male interno s´è fatto esterno, che sono state
innalzate fallaci linee Maginot (il cosiddetto firewall) per impedire
contaminazioni già in atto.
Naturalmente è molto rischioso
prendersela solo con l´Europa, non fosse altro perché sono ancora gli
Stati o i direttorii di Stati a determinarla. Anche l´Unione, come
Atene, rischia di divenire capro espiatorio, nemico esterno. La crescita
invocata da Hollande e dai socialdemocratici tedeschi, dai Democratici
italiani e dal Syriza di Tsipras a Atene, dovrà scaturire da iniziative
europee ma anche da mutazioni nazionali, necessarie in un´economia-mondo
dove l´Occidente non è più centro.
Fatto sta che le due cose -
l´ordine in casa e l´iniziativa europea - dovranno andare insieme: non
domani, ma subito. Che le riforme strutturali fatte in Germania nel
2002, presentate come esemplari, sono impraticabili in tempi di
recessione (da ben 5 anni la Grecia è in recessione). Non c´è tempo.
Dietro l´angolo c´è la bancarotta non solo ellenica ma europea, e
cittadini impauriti già fuggono dalle banche greche e spagnole.
Quello
di cui c´è bisogno sono istituzioni europee che rilancino in proprio
l´economia: con eurobond, con comuni tasse sulle transazioni finanziarie
e sulle emissioni di biossido di carbonio. O in assenza di eurobond,
con un patto significativamente detto «di redenzione», suggerito dal
Consiglio tedesco degli esperti economici: la parte dei debiti eccedente
il 60 per cento del prodotto interno diverrebbe debito dell´Unione,
gestito da un Fondo comune di 2.300 miliardi di euro, per la durata di
almeno 25 anni. Comunitarizzazione di una parte del debito, rilancio
dell´Unione: lo propongono oggi Hollande, Monti, i socialdemocratici e
Verdi tedeschi. Lo chiede anche Obama, che da anni propugna un New Deal
alla Roosevelt: per non naufragare nella crisi e perdere le elezioni,
implora una rapida ripresa europea. La Merkel è isolata, in casa e
fuori. Oggi al vertice informale di Bruxelles vedremo se qualcosa si
muove.
Una nuova politica della memoria urge in Germania. Non per
ultima, la memoria dei debiti bellici tedeschi, estinti a Londra
nell´accordo del 1953, anche grazie alla Grecia che rinunciò alle
riparazioni. Non per ultimo, il ricordo del monito di Keynes contro gli
assolutisti del contratto, portati a trasformare i patti (il fiscal
compact, oggi) in «usura ininterrotta».
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