venerdì 18 maggio 2012
Una storia dell'Autonomia operaia in Italia
Marcello Tarì: Il ghiaccio era sottile.
Per una storia dell'Autonomia, DeriveApprodi, pp. 214, euro 16
Nel turbinio dei sommovimenti sociali e politici
degli anni Settanta, l’Autonomia è riuscita a mettere insieme Marx con
l’antipsichiatria, la Comune di Parigi con la controcultura, il dadaismo
con l’insurrezionalismo, l’operaismo con il femminismo e molto altro
con molto altro ancora. Ma, soprattutto, nel suo agire l’Autonomia ha
rappresentato una discontinuità profonda con le pratiche del Movimento
operaio ufficiale. Essa non è stata un’organizzazione, bensì una
molteplicità che si organizzava a partire da dove viveva, da dove
lavorava o studiava. Nell’Autonomia hanno infatti convissuto tante
specifiche autonomie: degli operai, degli studenti, delle donne, degli
omosessuali, dei prigionieri, di chiunque scelse – a partire dalle
proprie contraddizioni – la via della lotta contro il lavoro salariato e
lo Stato, la via della sovversione della vita.
Se il Movimento degli anni Settanta finì per soccombere alle forze
congiunte della macchina statale e del Partito comunista, la storia
dell’Autonomia è quella di un’avventura rivoluzionaria la cui
incandescenza è più che mai attuale.
Dalla postfazione all’edizione italiana
[...] I movimenti autonomi ci hanno mostrato che il dispiegamento
della negatività non è la «prefazione» del futuro. Questo significa che
la furia della rivolta non è separata dall’intelligenza che costruisce
la possibilità di vivere altrimenti. La cooperazione che vive nel
sabotaggio della metropoli è la stessa che è capace di costruire una
comune. Saper innalzare una barricata non vuol dire molto se allo stesso
tempo non si sa come vivere dietro di lei. Abbiamo tanto da imparare,
in un senso come nell’altro.
Gli affetti che circolano tra dei compagni e delle compagne non sono
suddivisi tra un dentro e un fuori: si dispiegano e si inclinano a
seconda delle situazioni che sono in grado di vivere. Una situazione
rivoluzionaria è quella situazione in cui disarticolazione dell’ambiente
nemico e frammenti di comunismo circolano anarchicamente, in cui vibra
un’intensità capace di concentrarsi su di un azione offensiva alla
stessa maniera in cui fa avanzare l’abitabilità di un mondo. La
situazione rivoluzionaria allora non è solamente ciò attraverso cui si
contorna meglio l’oggetto delle ostilità, ma è ciò che fa sì che
l’amicizia ridiventi finalmente un concetto politico.
La retorica antagonista sul «ritorno nei territori» è insopportabile:
non esiste nessun territorio a prescindere dalla capacità di lotta, così
come non esiste capacità di offensiva senza la presenza di basi
materiali. Altrimenti l’unico vero ritorno sarà quello verso il nulla.
Solamente l’incrociarsi di un conflitto diffuso con la sperimentazione
locale di una forma-di-vita può «fare il territorio». Difatti il
lamentoso ritornello del «ritorniamo ai territori» riappare ogni
qualvolta, magari dopo un momento di rivolta molto intenso, non si sa
che fare poiché non solo non c’è il coraggio di approfondire quel
momento di sospensione ma non si ha nessun vero legame con delle
situazioni viventi e nessuna amicizia politica con cui condividere uno
spazio qualsiasi. Se, ad esempio, un «quartiere liberato» è un quartiere
in cui i rapporti mercantili hanno poca o nessuna presa, un luogo
dentro il quale l’economia dei dispositivi smette di funzionare, ovvero
la fine del deserto sociale, autonomia significherà innanzitutto darsi i
mezzi materiali ed elaborare le relazioni affettive che permettono a
questa indipendenza di durare e diffondersi. In questo senso non si
tratta tanto di «occupare» luoghi, territori o altro ancora, bensì di
liberare questi dall’occupazione della polizia e delle relazioni
mercificate che, tramite i dispositivi, ne sanciscono l’inabitabilità
poiché funzionano separando volta a volta l’oggetto dal suo uso, la
parola dal suo potere, il pensiero dall’azione, l’immagine dalla sua
passione, e così via. Ogni passo in avanti nel rovesciamento di questi
ostacoli all’abitare il mondo è una possibilità di intensificazione del
comunismo. «Autonomia diffusa», ieri come oggi, vuol dire la diffusione
ovunque di pratiche che mentre sperimentano la condivisione siano in
grado di rompere l’accerchiamento dei dispositivi che si oppongono alla
sua realizzazione.
Non vi è nessun «bene comune» separato dall’uso comune che si può fare
dei mondi che abitano i corpi e dei corpi che li attraversano. Per
questo vivere il comunismo è anche mettere in discussione ogni genere di
diritto proprietario: non alla proprietà comune ma a un uso fuori dal
diritto va commisurato il suo essere in atto. Del socialismo ne abbiamo
avuto davvero abbastanza e finché ci si aggirerà nei dintorni della
metafisica della proprietà e del diritto non si riuscirà a intravedere
la fine della civiltà del capitale. Ogni qualvolta siamo in grado di
deporre il diritto e di liberare l’uso quella fine è più prossima.
Uscire dal paradigma dell’economia va necessariamente di pari passo con
la sovversione di quello del governo.
Dovrebbe essere evidente che ogni volta che si dice comunismo non si
tratta affatto solo di oggetti da produrre o di macchine per produrre ma
di una relazione alle cose, alle macchine, alle piante, al mondo, in
cui circolano degli affetti e dei corpi i quali accedono a una
forma-di-vita che si determina materialisticamente come comune. È l’uso
solamente che permette di liberare in ogni oggetto e in ogni corpo, in
ogni parola e in ogni immagine la forma-di-vita attraverso cui un comune
si singolarizza e viceversa, cioè di lasciar essere la sua stessa
libertà. La questione del comunismo consiste nell’elaborazione dell’uso
tra quelli che abitano e condividono uno stesso mondo.
Infine, non si può possedere o volere il comunismo: esso avviene gratis. [...]
MOVIMENTI
ARTICOLO Mauro Trotta il manifesto 2012.05.18 - 11 da dirittiglobali
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento