martedì 12 giugno 2012
La costruzione del Nuovo Hitler. Media come armi: il quaderno speciale di "Limes"
Particolarmente interessante è questo articolo:
Margherita PAOLINI - Siria, un caso da manuale di disinformazione strategica
I
media occidentali e arabi si abbeverano a fonti non verificabili,
quelle dei ‘cittadini giornalisti’, che spesso producono ‘bufale’. Il
caso della ‘gay girl in Damascus’ e l’imbroglio di ‘Danny Syria’. Le manipolazioni qatarine. Il tabù jihadista.
Il regime spara con gli elicotteri Su Homs un razzo al minuto
Siria, le telecamere riprendono le immagini dei bombardamenti sulla città
Offensiva delle forze armate di Damasco, che ricorre anche ai droni per stroncare i ribelli
di Francesca Paci
La Stampa 12.6.12
Spirali
di fumo nero danzano sulle raffiche, ta-ta-ta-ta. «Dov’è Kofi Annan? ».
Un’esplosione potente rimbomba nel microfono. «Allah uakbar» (Allah è
grande). Silenzio. Colpi secchi, ripetuti, fiamme alte tra le antenne
paraboliche di un palazzo bersagliato. «La Siria muore». La voce del
cameraman senza volto spezza sporadicamente il rumore sinistro e
magnetico della guerra sotto casa. Di tanto in tanto un uccello
attraversa l’inquadratura.
Quando ieri è apparso in Rete il video del
bombardamento in diretta di Homs (o dovremmo dire il presunto video
giacché, come al solito, la verifica è affidata a testimonianze
incrociate e a loro volta non di prima mano), non c’erano ancora
informazioni certe su cosa stesse accadendo in una delle città simbolo
della rivolta contro il regime siriano. Trasmesse in tempo reale da
qualcuno posizionato in cima a un edificio di media altezza, le immagini
del vecchio centro martellato dai mortai sono arrivate prima che gli
osservatori dell’Onu confermassero la notizia dei civili intrappolati
sotto il tiro degli elicotteri dell’aviazione di Damasco. Mentre
l’inviato della «Bbc» Paul Danahar contava un razzo ogni minuto e
riferiva dell’uso di droni da parte dell’esercito governativo, lo
spettacolo live dell’assedio di Homs, rilanciato dalla «Cnn» ad «Al
Jazeera» al circuito di Twitter, faceva il giro del mondo. Impossibile
staccare lo sguardo.
Nel giro di poche settimane la crisi siriana è
lievitata. Il numero dei morti è arrivato a 14 mila, la frequenza dei
massacri è diventata pressoché quotidiana, le organizzazioni umanitarie
internazionali parlano ormai di un milione e mezzo di persone (il 7%
della popolazione) bisognose di aiuto urgente, il presidente Assad è
sempre più determinato nell’attribuire la responsabilità a «terroristi
stranieri» e l’opposizione appare definitivamente spaccata tra chi
continua a manifestare a mani nude (ci sono decine di video) e chi,
capitanato dal Libero Esercito Siriano, è deciso ad abbattere il regime
anche a costo di farsi sponsorizzare dal Golfo (o da chiunque offra armi
e intelligence).
Il bombardamento in tempo reale di Homs sembra la
metafora del tracollo del Paese davanti agli occhi del mondo, la cronaca
visiva di una morte annunciata che, come metteva lucidamente a fuoco
l’ultimo libro di Susan Sontag «Regarding the Pain of Others» (Guardando
il dolore degli altri), può suscitare al tempo stesso dissenso, rabbia
violenta, apatia.
«Avevo vent’anni nell’82; sebbene Hama si trovi ad
appena un’ottantina di chilometri da qui seppi della carneficina solo
molto tempo dopo, Assad padre poté contare sull’assenza di testimoni» ci
raccontava poco più di un anno fa l’ingegnere Hassan nella Homs ancora
parzialmente sfiorata dalla rivolta. Il suo telefono squilla a vuoto da
settimane, un suono di spaventosa normalità come le raffiche in
sottofondo nel video che immortala l’interruzione della vita nei palazzi
e sotto i minareti della moschea Khaled ibn Alwalid.
«A questo punto
qualcosa deve succedere, Assad non colpisce più per spaventare
l’opposizione che ormai è oltre la soglia della paura ma per serrare i
ranghi dei suoi» ci dice al telefono un attivista di Damasco. Qualcosa
succederà. Washington ripete d’essere «profondamente allarmata» e
denuncia il rischio di un nuovo massacro nella roccaforte ribelle al
Haffa, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu prepara le consultazioni per
una nuova risoluzione, il capo della diplomazia russa Lavrov è diretto a
Teheran intenzionato a discutere di nucleare ma soprattutto di Assad.
Tramonta
il sole sulla Siria ferita e il numero delle vittime quotidiane è già a
quota 74. A Homs le ombre della sera si confondo con il fumo dei
bombardamenti. L’uomo della telecamera filma ancora: non teme di
diventare complice del delitto per il solo fatto di riprenderlo in
diretta come nel film di Rémy Belvaux «Il cameraman e l’assassino», quel
rischio, suggerisce tenendo fisso l’obiettivo, lo corriamo noi.
Intervista
Landis: bombe sui civili per sedare la rivolta
«Assad segue l’esempio di Milosevic in Kosovo»
«Damasco scommette che la Ue distratta dalla crisi dell’euro non si butterà in una guerra»
di Maurizio Molinari La Stampa 12.6.12
La scelta di Assad di bombardare i civili ricorda quella compiuta da
Milosevic in Kosovo»: Joshua Landis, direttore del Centro di studi
mediorientali dell’Università dell’Oklahoma e autore della newsletter
«Syria Comment» traccia un parallelo fra i due dittatori per spiegare
l’escalation di violenza di Damasco.
Perché Assad ha deciso di usare gli elicotteri contro i civili?
«L’artiglieria
non gli basta più. Sono troppe le città sunnite in rivolta. Ha bisogno
di intervenire più rapidamente, in più luoghi e l’arma che ritiene più
efficiente sono gli elicotteri».
Cosa vuole ottenere?
«Vuole convincere queste città a non consegnarsi ai ribelli. Vuole impedire ai rivoltosi di impossessarsi di ampie zone urbane».
Il risultato sono attacchi militari dal cielo contro i civili come facevano le forze di Slobodan Milosevic in Kosovo...
«Esatto,
se Assad segue questa strada è perché scommette sul fatto che l’Europa è
troppo distratta e preoccupata dalla crisi del debito per gettarsi in
un intervento militare simile a quelli condotti nel Balcani negli Anni
Novanta».
C’è un collegamento fra la crisi dell’euro e l’escalation della vicenda siriana?
«Sono
i fatti a suggerirlo. Assad ha accelerato l’uso di mezzi pesanti in
coincidenza con la crisi spagnola. Ritiene che la minaccia di un crac di
un grande Paese come la Spagna immobilizza l’Europa e senza gli europei
l’America non interverrà da sola».
Perché l’esercito subisce un crescente numero di perdite?
«Per
la crescente forza dei ribelli. Dispongono di ingenti quantitativi di
armi e dimostrano una notevole capacità tattica di azione».
Da dove arrivano le armi?
«Strategicamente
è il lungo confine turco che consente di far avere rifornimenti ai
ribelli ma le armi probabilmente arrivano dai Paesi arabi, a cominciare
dall’Arabia Saudita. Un’altra ipotesi è che i sauditi, o altri Paesi
arabi, paghino le armi turche che poi Ankara fa arrivare ai ribelli».
Cosa pensa del nuovo leader curdo del Consiglio nazionale siriano?
«Sono
due gli aspetti importanti. Anzitutto è un curdo e dunque lascia
intendere la volontà di coinvolgere nella rivolta la più numerosa
minoranza siriana, finora rimasta alla finestra. In secondo luogo
Abdelbasset Seida non ha alcun tipo di potere e questo giova ai Fratelli
musulmani, che sono la forza politica più organizzata
dell’opposizione».
Dunque il cambio della guardia avvenuto alla guida dell’opposizione favorisce i Fratelli musulmani?
«L’assenza
di un leader forte alla testa del Consiglio nazionale siriano è il
migliore risultato possibile per i Fratelli musulmani, che sapevano di
non poter ambire a quel posto».
Che legame c’è fra i Fratelli musulmani siriani ed egiziani?
«Sono
entità diverse perché si separarono a causa di una scissione ma
ideologicamente hanno una matrice comune. Non c’è un’unica cabina di
comando che distribuisce gli ordini a tutti ma vi sono piattaforme e
idee comuni».
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento