martedì 12 giugno 2012
Piano: la parola che non si poteva pronunciare
Silvia Berti (a cura di): Crisi, rinascita, ricostruzione. Giuseppe Di Vittorio e il piano del lavoro (1949-50), Donzelli, pp. 125, € 25
RisvoltoTra la fine del 1949 e l'inizio del 1950,
Giuseppe Di Vittorio, il grande leader della Cgil, lanciò la proposta di
un Piano del lavoro "per la rinascita dell'economia nazionale". L'idea
di fondo era quella di mobilitare tutte le energie produttive
disponibili per far sì che la necessaria, quanto faticosa, ricostruzione
postbellica si traducesse nell'avvio di una nuova fase di sviluppo. Una
fase che consentisse al nostro paese di diventare più moderno, più
giusto, più ricco. Con un impianto teorico che riecheggia per certi
aspetti il New Deal rooseveltiano, tre erano le linee di intervento
previste dal Piano: agricoltura, edilizia, energia elettrica. Il Piano,
da un lato, offriva quindi una cornice di riferimento all'azione
sindacale sviluppata allora dalla Cgil nelle fabbriche e nelle campagne,
al Nord e al Sud, mentre, dall'altro, indicava alcune delle direttrici
di politica economica che furono poi avviate dai governi italiani negli
anni cinquanta e sessanta. Economisti e storici, imprenditori e
sindacalisti tentano in questo volume di mettere a fuoco il significato
storico del Piano del lavoro e soprattutto di coglierne quei tratti
ancora in grado di ispirare politiche economiche di ricostruzione e di
sviluppo volte a fronteggiare la grave crisi del nostro tempo; politiche
che, ormai, possono essere concepite soltanto in una dimensione
europea. Ripensare alle proposte di Di Vittorio significa dialogare con
la sua straordinaria forza ispiratrice.
Di Vittorio e il Piano del lavoro, storia di un sogno mai realizzato
di Antonio Carioti
Corriere 12.6.12 da Segnalazioni
Il
Piano del lavoro lanciato nel 1949 da Giuseppe Di Vittorio, leader
della Cgil, era una proposta originale e politicamente accorta, ma
condannata in partenza a rimanere sulla carta. Troppo alta era la
tensione tra la sinistra egemonizzata dal Pci e la coalizione moderata,
nella fase più acuta della Guerra fredda, perché fosse possibile
instaurare una collaborazione costruttiva per dare una prospettiva
mirata allo sviluppo economico. Il governo, nonostante l'interesse
manifestato da alcuni suoi esponenti, lasciò cadere l'iniziativa e anche
la dirigenza comunista, Palmiro Togliatti in testa, la interpretò
soprattutto in chiave propagandistica.
Il guaio è che anche gli altri
tentativi di incentivare e guidare la crescita economica attraverso
intese tra governo e parti sociali, esperiti in epoche a più bassa
temperatura ideologica, dagli anni Sessanta ai Novanta, si sono risolti
in altrettanti insuccessi. Tanto che, nella prefazione al volume Crisi,
rinascita, ricostruzione (Donzelli, pp. 125, € 25), che raccoglie, a
cura di Silvia Berti, gli atti di un convegno su Di Vittorio e il Piano
del lavoro, l'attuale ministro per la Coesione territoriale Fabrizio
Barca segnala, sulla base di queste esperienze poco incoraggianti, la
persistente difficoltà delle classi dirigenti italiane «ad amministrare
con un metodo e una prospettiva di medio-lungo termine».
Poco male,
si potrebbe pensare. In fondo programmare lo sviluppo è un'ambizione
piuttosto intellettualistica, perché la realtà molecolare degli
operatori economici sul mercato non si lascia facilmente indirizzare.
Specie in un Paese d'individualisti come l'Italia, meglio affidarsi alle
dinamiche spontanee, da cui è derivata per molto tempo un'espansione
sorprendente, che ha elevato in modo enorme il tenore di vita medio.
Purtroppo
però ci si accorge spesso, in particolare nei momenti difficili, che la
crescita italiana, peraltro ormai anemica da parecchi anni, poggia su
fondamenta alquanto fragili: mancano le infrastrutture, l'energia si
paga a caro prezzo, il sistema formativo è scollegato dal mondo del
lavoro, i costi dell'imprevidenza (si pensi al rischio sismico)
diventano esorbitanti. E il divario tra Nord e Sud tende ad accentuarsi,
fino a mettere in discussione l'unità nazionale.
Appare evidente,
leggendo i testi del grande sindacalista pugliese riportati in appendice
al volume, che Di Vittorio parlava a una società ben distante da quella
attuale: si pensi solo che all'epoca gli italiani emigravano in massa,
mentre oggi il nostro Paese ospita milioni di lavoratori stranieri. Non
si tratta allora di attribuire al leader della Cgil doti profetiche che
non aveva, ma di capire se il problema di fondo posto dal Piano del
lavoro, l'opportunità di un intervento pubblico volto a correggere gli
squilibri socio-economici, sia tuttora rilevante. A occhio e croce,
parrebbe di sì. Ma servono idee nuove e poche se ne vedono in giro.
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