martedì 23 ottobre 2012

La questione del potere e il ruolo del conflitto politico-sociale: una critica (ben fondata) a Revelli


di Luca Baccelli Docente di filosofia Università di Camerino e Firenze l’Unità 22.10.12

«NEL NOVECENTO LA FUNZIONE DI ADDOMESTICAMENTO DEL POTERE L’HA SVOLTA IL CONFLITTO SOCIALE». Con queste parole Marco Revelli ha evocato un incubo della tradizione filosofico-politica occidentale. Perché nei più influenti pensatori antichi Aristotele in primis la contesa è vista sempre come una patologia del corpo sociale, nel quale ogni membro deve svolgere la funzione per cui è adatto e ogni soggetto deve occupare il posto che gli compete: genitori e figli, maschi e femmine, padroni e schiavi, governanti e governati. E la democrazia è vista come una forma degenerata di governo del popolo, se non come il «governo della canaglia». L’idea dell’ordine come fine ultimo del corpo politico e del conflitto come turbamento del suo equilibrio fisiologico attraversa la teologia cristiana nonostante il «non sono venuto a portare la pace ma la spada» di Matteo 10,34 e arriva fino ai pensatori della modernità. Un altro filone di pensiero, che da Thomas Hobbes arriva Carl Schmitt e oltre, considera invece il conflitto come dato antropologico, caratteristica ineludibile della natura umana; ma attribuisce allo Stato il compito di neutralizzare il conflitto per impedire la regressione della comunità nella guerra civile.

Proprio per questo i Discorsi sopra Tito Livio segnano una rottura radicale, che causa uno shock nella storia del pensiero politico occidentale. Lì Niccolò Machiavelli afferma che nella repubblica romana la «dissensione» fra i nobili e la plebe ha avuto effetti positivi: attraverso il conflitto si è realizzata l’inclusione del popolo nella cittadinanza, a sua volta alla radice della «potenza» della città, e si sono prodotte «leggi ed ordini in benefico della publica libertà». Per Machiavelli, tuttavia, non tutte le forme di conflitto sono virtuose. Anche a Roma a un certo punto i tumulti sono divenuti distruttivi, fino alla definitiva crisi della repubblica. E le Istorie fiorentine narrano la sequela di contrapposizioni fra famiglie e gruppi di potere a cominciare dalla faida fra Buondelmonti e Uberti, nel 1215 che coinvolgono la cittadinanza in un crescendo di violenze.
Cosa differenzia le forme virtuose di conflitto da quelle perniciose? Per molti interpreti, sarebbe l’ambizione della plebe a provocare la degenerazione violenta del conflitto e Machiavelli inviterebbe alla moderazione. In realtà per Machiavelli la via alla tirannide si apre non tanto quando il conflitto si radicalizza, ma piuttosto dal momento in cui il popolo sceglie di affidare la protezione dei suoi interessi, e ancora più la vendetta sui suoi nemici, a un individuo potente. Machiavelli, insomma, distingue il conflitto che nasce dalla contrapposizione di gruppi sociali ben definiti ed esprime gli «umori» fondamentali della cittadinanza da quello che si origina dalla ricerca del potere personale e si collega con la costituzione di clientele, fazioni, gruppi armati finalizzati a tale potere. Il primo è virtuoso e produce libertà, il secondo è patologico e conduce alla tirannide. È difficile negare che Machiavelli imposti esattamente la questione, con sconcertante attualità.
Revelli sottolinea che nel Novecento è stata «l’azione collettiva del movimento operaio» a controllare «i demoni del potere»; è intorno al conflitto fra capitale e lavoro che si sono definiti gli «umori» della cittadinanza e le fondamentali contrapposizioni ideologiche, e questo conflitto ha contribuito all’inclusione sociale producendo forme nuove di ordine. Revelli rileva lucidamente che oggi siamo invece di fronte all’atomizzazione e alla privatizzazione del lavoro. Le immagini dei lavoratori costretti a scendere in fondo ai pozzi o a salire in cima ai campanili, fino all’autolesionismo in diretta tv per ottenere attenzione mostrano drammaticamente la loro solitudine di fronte al potere economico-finanziario. E tuttavia bisognerebbe fare un passo oltre le diagnosi di Revelli.
Oggi anche nel mondo del lavoro il conflitto può avvenire in modalità tendenzialmente entropiche, che difficilmente riescono ad esprimere «leggi e ordini». Per non dire delle forme di conflitto connesse all’emergere di micro e macronazionalismi, fondamentalismi culturali e religiosi, xenofobie e separatismi. Le tensioni che hanno essenzialmente a che fare con la sfera economica, la distribuzione del reddito, la disuguaglianza sociale rischiano di trovare qui una perversa espressione, dall’estrema destra scandinava all’Ungheria di Orbàn, alla greca Alba dorata, fino alle involuzioni xenofobe e ai tanti fascismi nei Paesi fondatori dell’Ue.
Occupy Wall Street ha diffuso una parola d’ordine estremamente evocativa: «Siamo il 99%». Il punto è: perché questa maggioranza numerica non intraprende una comune azione politica? Perché l’1% non teme, come dovrebbe, il 99%? In altri termini: si possono cogliere nelle società globale linee di frattura intorno alle quali il conflitto sociale può tornare ad assumere una funzione strutturante, formativa? Ormai da diversi anni una parte della sinistra radicale vede nella «molti-
tudine» («tutti coloro il cui lavoro è direttamente o indirettamente sfruttato e soggetto alle norme capitalistiche di produzione e riproduzione») il soggetto rivoluzionario globale. Ma siamo ancora in attesa di un’analisi sociale ed economica puntuale di questo nuovo proletariato, al di là delle narrazioni evocative.
Machiavelli non sostiene che ogni rivendicazione «dal basso», ogni azione conflittuale del popolo siano buone. Il popolo capace di proferire la vox Dei, cui Machiavelli allude, è il popolo «che comandi e sia bene ordinato», il popolo «incatenato» dalle leggi. In determinate forme il conflitto politico ha effetti «ordinatori» e dà forma alla stessa moltitudine. In altri casi, date altre condizioni, no. Il conflitto, se avviene entro una cornice giuridica e istituzionale solida, contribuisce a rafforzarla (e questo è nell’interesse del popolo: l’inimicizia fra il popolo e i potenti è insuperabile «perché, volendo il popolo vivere secondo le leggi, e i potenti comandare a quelle, non è possibile cappino insieme») e attiva una dinamica virtuosa.
Insomma, Machiavelli segnala la necessità di interrogarsi sui processi di formazione e sviluppo del popolo, del suo ruolo sociale, della sua articolazione, del suo divenire soggetto politico. Di tutto questo fornisce una fenomenologia ricca ed articolata nelle sue opere. E ci indica il problema che una politica progressista ha di fronte: siamo condannati a forme corporative o disperate di conflitto, dobbiamo rassegnarci alla proliferazione di sètte e consorterie strumentalizzate per l’affermazione di poteri personali, a presunti scontri di civiltà, collisioni di fondamentalismi, all’esclusione dell’altro, del diverso, dello straniero? Oppure è possibile che si formino nuovi attori collettivi? E le istituzioni e le organizzazioni politiche e sociali, per la loro parte, possono svolgere un ruolo?

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