martedì 23 ottobre 2012
Marcello Musto sull'uso pubblico della teoria dell'alienazione
Alienati di tutto il mondo unitevi
La riscoperta di Marx ripropone l’alienazione in chiave sociale
Era
stato Hegel il primo a proporre il concetto nella Fenomenologia dello
spirito. Marx lo aveva rielaborato. Quindi è stata la volta di Freud.
Ora la crisi cambia i paradigmi del confronto
di Marcello Musto l’Unità 21.10.12
L’ALIENAZIONE È STATA UNA DELLE TEORIE PIÙ DIBATTUTE DEL XX SECOLO. LA
PRIMA ESPOSIZIONE FILOSOFICA DEL CONCETTO AVVENNE GIÀ ALL’INIZIO
DELL’OTTOCENTO E FU OPERA DI GEORG W. F. HEGEL. Nella Fenomenologia
dello spirito, egli ne fece la categoria centrale del mondo moderno e
adoperò il termine per rappresentare il fenomeno mediante il quale lo
spirito diviene altro da sé nell’oggettività. Tuttavia, nella seconda
metà dell’Ottocento, l’alienazione scomparve dalla riflessione
filosofica e nessuno tra i maggiori pensatori vi dedicò attenzione.
La
riscoperta di questa teoria avvenne con la pubblicazione, nel 1932, dei
Manoscritti economico filosofici del 1844, un inedito appartenente alla
produzione giovanile di Karl Marx, in cui, mediante la categoria di
«lavoro alienato», egli aveva traghettato la problematica dalla sfera
filosofica a quella economica. L’alienazione venne descritta come il
fenomeno attraverso il quale il prodotto del lavoro si manifesta «come
un ente estraneo, come una potenza indipendente dal producente».
Contrariamente a Hegel, che l’aveva rappresentata come una
manifestazione ontologica del lavoro, che coincideva con
l’oggettivazione in quanto tale, Marx concepì questo fenomeno come la
caratteristica di una determinata epoca della produzione: quella
capitalistica.
Ci sarebbe voluto ancora molto tempo, però, prima che
una concezione storica, e non ontologica, dell’alienazione potesse
affermarsi. Infatti, la maggior parte degli autori che, nei primi
decenni del Novecento, si occuparono di questa problematica lo fecero
sempre concependola un aspetto universale dell’esistenza umana. In
Essere e tempo, ad esempio, Martin Heidegger la considerò come una
dimensione fondamentale della storia, la tendenza dell’Esserci (Dasein) a
perdersi nell’inautenticità e nel conformismo del mondo che lo
circonda. Anche Herbert Marcuse identificò l’alienazione con
l’oggettivazione in generale e non con la sua manifestazione nei
rapporti di produzione capitalistici. A suo giudizio, esisteva una
«negatività originaria del fare lavorativo», che egli reputava
appartenere alla «essenza stessa dell’esistenza umana». La critica
dell’alienazione divenne, così, una critica della tecnologia e del
lavoro in generale. E il suo superamento fu ritenuto possibile soltanto
attraverso l’affermazione della libido e del gioco nei rapporti sociali,
unici momenti nei quali l’uomo poteva raggiungere la libertà negatagli
durante l’attività produttiva.
Nella seconda parte del Novecento, il
concetto di alienazione approdò anche alla psicoanalisi. Coloro che se
ne occuparono partirono dalla teoria di Freud, per la quale, nella
società borghese, l’uomo è posto dinanzi alla decisione di dovere
scegliere tra natura e cultura e, per potere godere delle sicurezze
garantite dalla civilizzazione, deve necessariamente rinunciare alle
proprie pulsioni. Gli psicologi collegarono l’alienazione con le psicosi
che si manifestano, in alcuni individui, proprio in conseguenza di
questa scelta conflittuale. Conseguentemente, la vastità della
problematica dell’alienazione venne ridotta a un mero fenomeno
soggettivo.
Tra le principali elaborazioni non marxiste
dell’alienazione vi fu anche quella degli esistenzialisti francesi. A
partire dal secondo dopoguerra, questa problematica fu da loro assunta
come riferimento ricorrente sia in filosofia che in narrativa. Tuttavia,
con essi l’alienazione assunse un profilo molto generico, identificata
con un indistinto disagio dell’uomo nella società, con una separazione
tra la personalità umana e il mondo dell’esperienza e, pertanto, come
condition humaine non sopprimibile.
A partire dagli anni Sessanta
esplose una vera e propria moda per la teoria dell’alienazione e, in
tutto il mondo, apparvero centinaia di libri sul tema. Fu il tempo
dell’alienazione tout-court. Il periodo nel quale numerosi autori,
diversi tra loro per formazio-
ne politica e competenze disciplinari,
attribuirono le cause di questo fenomeno alla mercificazione, alla
eccessiva specializzazione del lavoro, alla burocratizzazione, al
conformismo, al consumismo, alla perdita del senso di sé che si
manifestava nel rapporto con le nuove tecnologie; e persino
all’isolamento dell’individuo, all’apatia, all’emarginazione sociale ed
etnica, o all’inquinamento ambientale. La popolarità del concetto e la
sua applicazione indiscriminata crearono, però, una profonda ambiguità
terminologica. Nel giro di pochi anni, l’alienazione divenne una formula
vuota che inglobava tutte le manifestazioni dell’infelicità umana e lo
spropositato ampliamento del suo utilizzo generò la convinzione
dell’esistenza di un fenomeno tanto esteso da apparire immodificabile.
Con
il libro di Guy Debord La società dello spettacolo, uno dei manifesti
della generazione del 1968, la teoria dell’alienazione approdò alla
critica della produzione immateriale. Riprendendo alcune tesi avanzate
da Max Horkheimer e Theodor Adorno in Dialettica dell’illuminismo,
secondo le quali nella società contemporanea anche il divertimento era
stato sussunto nella sfera della produzione del consenso per l’ordine
sociale esistente, Debord affermò che, quando il capitalismo è più
sviluppato, l’operaio viene «apparentemente trattato come una persona
vera, con cortesia premurosa e ciò perché ora l’economia politica può e
deve dominare gli svaghi e l’umanità del lavoratore». Tale riflessione
lo spinse a porre al centro della sua analisi il mondo dello spettacolo:
«nella società odierna lo spettacolo corrisponde a una fabbricazione
concreta dell’alienazione». Per il teorico francese, con esso
l’alienazione si affermava a tal punto da diventare persino
un’esperienza entusiasmante per gli individui, i quali, spinti da questo
nuovo oppio del popolo al consumo e a «riconoscersi nelle immagini
dominanti», si allontanavano sempre più dai propri desideri ed esistenze
reali.
Anche Jean Baudrillard utilizzò il concetto di alienazione
per interpretare criticamente le mutazioni sociali intervenute con
l’avvento del capitalismo maturo. In La società dei consumi, del 1970,
egli individuò nel consumo il fattore primario della società moderna.
Secondo Baudrillard «l’era del consumo», in cui pubblicità e sondaggi di
opinione creano bisogni fittizi e consenso di massa, era divenuta anche
«l’era dell’alienazione radicale: la logica della merce si è
generalizzata, in quanto oggi non regola solamente i processi di lavoro e
i prodotti materiali, ma anche l’intera cultura, la sessualità, le
relazioni umane. Tutto è spettacolarizzato, cioè evocato, provocato,
orchestrato in immagini, segni e modelli consumabili».
Negli anni
Cinquanta, il concetto di alienazione era entrato anche nel vocabolario
sociologico nord-americano. L’approccio col quale venne affrontato
questo tema fu, però, completamente diverso rispetto a quello prevalente
in Europa. Infatti, nella sociologia convenzionale si tornò a trattare
l’alienazione come problematica inerente il singolo essere umano, non le
relazioni sociali, e la ricerca di soluzioni per un suo superamento fu
indirizzata verso le capacità di adattamento degli individui all’ordine
esistente e non nelle pratiche collettive volte a mutare la società.
Questo approccio finì col mettere ai margini, o persino escludere,
l’analisi dei fattori storico-sociali che determinano l’alienazione,
producendo una sorta di iper-psicologizzazione dell’analisi di questa
nozione, che venne assunta anche in questa disciplina, oltre che in
psicologia, non più come una questione sociale, ma quale una patologia
individuale la cui cura riguardava i singoli individui.
Questo
profondo mutamento della concezione dell’alienazione, manifestatosi
nell’ambito delle scienze sociali, fu arginato dalla pubblicazione di
nuovi inediti marxiani, in particolare dai Grundrisse, i manoscritti
preparatori de Il capitale, o dalle celebri pagine sul «feticismo delle
merci», contenute nel primo volume del suo magnum opus. La comprensione
dell’alienazione tornò a essere finalizzata al suo superamento pratico,
ovvero all’azione politica di movimenti sociali, partiti e sindacati,
volta a mutare radicalmente le condizioni lavorative e di vita del
proletariato. Con la diffusione di questi testi, la teoria
dell’alienazione uscì dalle carte dei filosofi e dalle aule
universitarie per irrompere, attraverso le lotte operaie, nelle piazze e
divenire critica sociale.
La vittoria del neoliberismo ha
completamente stravolto questo scenario. Negli ultimi 20 anni si sono
susseguiti significativi mutamenti politici ed economici che hanno visto
aumentare drammaticamente il distacco tra l’accumularsi delle ricchezze
di élite sempre più ristrette e la crescente marginalità e
pauperizzazione delle classi lavoratrici. Dopo essere stato protagonista
indiscusso del XX secolo, il mondo del lavoro è divenuto un attore muto
nel dibattito politico e culturale contemporaneo, in conseguenza anche
della maggiore difficoltà da parte delle forze sindacali in un contesto
in cui la prestazione lavorativa è stata piegata a forme sempre più
precarie, flessibili e senza diritti di rappresentare e organizzare
nuove generazioni e lavoratori migranti.
Al contempo, i movimenti
globali di protesta si sono contraddistinti, sino ad oggi, per una
generica rivendicazione di maggiore eguaglianza sociale, alla quale è
spesso mancata, però, una adeguata riflessione sulla centralità del
lavoro, delle sue nuove problematiche e delle sue radicali
trasformazioni. In un’era in cui la produzione, a dispetto delle tesi,
di fine secolo scorso, che annunciarono con grande clamore la «fine del
lavoro», assume nuovamente gli standard di sfruttamento e di ingiustizia
sociale ottocenteschi vicende come quella dello stabilimento cinese
della multinazionale Foxconn sono, oramai, all’ordine del giorno in
tutto il mondo c’è da augurarsi che la critica dell’alienazione ritorni
tra le bandiere e le rivendicazioni di un nuovo movimento operaio. In
fondo il vento soffia ancora.
AVVENIRE del 20/10/2012
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