ARTICOLO - Fabrizio Denunzio il manifesto 2013.01.26 - 11 CULTURA
Wcm, Lo, Tqm, non sono nomi in codice di chi sa quale operazione
segreta, ma gli acronimi di alcuni dei modi con cui il management
aziendale, dalla fine degli anni Ottanta in poi del secolo scorso, ha
profondamente ristrutturato l'organizzazione del lavoro e, di
conseguenza, la prassi stessa dell'attività lavorativa. Volendoli
scrivere per esteso li si leggerebbe così: «World Class Manufacturing»,
«Lean Organization» e «Total Quality Managment». Volendosi chiedere
cosa rispettivamente significhino, si potrebbe dire grosso modo così:
maggiore partecipazione del lavoratore ai destini produttivi
dell'azienda; alleggerimento delle diverse fasi del processo produttivo
per evitare inutili sprechi e guasti; raggiungimento della piena
soddisfazione del cliente.
Forzando la lettura dei fenomeni appena indicati al fine di individuare
un'unica «matrice» da cui essi idealmente deriverebbero, si potrebbe
dire che sia il toyotismo, la filosofia della Toyota, la grande casa
automobilistica giapponese, il «movimento culturale» da cui il
management contemporaneo ha tratto ispirazione per riorganizzare il
lavoro. Volendo poi tracciare una sempre ideale successione dei modi
con cui la grande industria ha trasformato il lavoro, si
collocherebbero quelli Toyota subito dopo i modelli classici fordisti e
taylorisitici, per intenderci, quelli che all'operaio imponevano
esclusivamente la prestazione fisica in fabbrica, non la partecipazione
personale, emotiva e culturale al progetto aziendale.
In questo senso, i sistemi manageriali Toyota sembrerebbero
rappresentare un avanzamento rispetto ai modelli di «governo» della
forza lavoro della prima metà del Novecento. Eppure, seguendo le
riflessioni del management culturalmente più attrezzato perché
ricettivo dei contributi delle scienze umane e sociali, penso in primo
luogo alla produzione di Alessandro Cravera, dietro alle nuove forme di
coinvolgimento del personale dipendente, si anniderebbero ancora
sistemi di controllo rigido non molto distanti da quelli inventati da
F. W. Taylor. Cravera, però, è una sorta di isola protetta. Il
toyotismo rimane il modello manageriale di riferimento per governare,
controllare e disciplinare in modo apparentemente morbido quella nuova
forza lavoro che, da André Gorz in poi, non ci stanchiamo di chiamare
immateriale.
Un'operazione archeologica
Quindi, il toyotismo come punta di svolta nella riorganizzazione
complessiva dei sistemi produttivi del lavoro. Se le cose stanno così, e
a dircelo sono i manager (si veda a riguardo il recentissimo Il lavoro
perduto e ritrovato, a cura di Gianni Vattimo, Pasquale Davide de
Palma e Giuseppe Iannantuono, Mimesis, pp. 258, euro 22, in particolare
gli interventi di Gianfranco Dioguardi, Alessandro Cravera, Franco
Debenedetti e Gianfranco Rebora), non si riesce a capire perché
Antonino Ianfranca nel suo Individuo, lavoro, storia. Il concetto di
lavoro in Lukács (Mimesis, pp. 339, euro 24), gli riservi un giudizio
così sfuggente: «Soltanto apparentemente il toyotismo coinvolge le
qualità morali del lavoratore nell'attività lavorativa, piuttosto si
limita a sfruttarle per rendere il lavoro più produttivo, ma non
accetta critiche che provengano dalla "classe che vive di lavoro", come
dovremmo chiamare più giustamente la classe lavoratrice nell'epoca
della globalizzazione».
Che il testo di Ianfranca sia dedicato al pensiero di Lukács e non alle
attuali forme di organizzazione del lavoro, non è una obiezione
valida, dal momento che l'autore, del filosofo ungherese, ricostruisce
l'intera opera a partire dal concetto di lavoro. E allora, con cosa
fare reagire questo concetto, con cosa metterlo alla prova per
verificarne la validità, se non con il modo più avanzato con cui la
grande industria contemporanea ha prima trasformato e poi governato il
mondo del lavoro? Con quali produzioni teoriche se non quelle del
management più avanguardistico fare entrare in rotta di collisione il
modello di lavoro elaborato dall'ultimo Lukács nell'Ontologia
dell'essere sociale, testo a cui Ianfranca dedica così tanto spazio?
Al confronto con l'orizzonte lavoristico attuale il libro di Ianfranca
preferisce una più rassicurante operazione archeologica di
ricostruzione del concetto di lavoro nell'intera produzione teorica
lukácsiana. Operazione lunga e faticosa - il testo accompagna l'autore
da circa venticinque anni - che riserva non poche sorprese a quanti
hanno e continuano ad avere un'immagine dell'opera del filosofo
ungherese scandita da rotture e da compromessi con lo stalinismo.
Ianfranca si sforza di dimostrarci con grande competenza che in realtà
tra il primo e il secondo Lukács, il cui spartiacque sarebbe
rappresentato da Storia e coscienza di classe, quindi tra
l'esistenzialista de L'anima e le forme e il marxista ortodosso de La
distruzione della ragione, non si dà rottura, ma, guardata la sua
intera opera nella prospettiva del lavoro, riprese e approfondimenti
sviluppati in tempi successivi di temi, suggestioni e intuizioni
giovanili. Inoltre, per l'adesione allo stalinismo, Ianfranca produce
tutta una serie di documenti con cui dimostra la sostanziale
opposizione del filosofo al regime sovietico. Ciò, naturalmente, sarà di
grande interesse per gli appassionati del pensatore ungherese, ma il
banco di prova del testo rimane e deve rimane la questione del lavoro
oggi.
Nella sua frettolosa valutazione del toyotismo, Ianfranca propone di
«sviluppare una critica marxista alla globalizzazione», globalizzazione
di cui il management Toyota sarebbe uno dei tanti effetti, a partire
dalla categoria lukácsiana del «lavoro ben fatto». Con questo si
intende il giudizio che l'operaio dà del proprio lavoro, valutazione
che lo rimetterebbe al centro del processo produttivo. A parere
dell'autore questo valutarsi da sé dell'operaio romperebbe il «livello
di indifferenza» con cui il sistema produttivo tratta chi crea
effettivamente ricchezza, anche quello Toyota che si nasconde dietro la
retorica del coinvolgimento.
L'incognita della conoscenza
Mentre Ianfranca pensa di avviare una critica alla condizione
contemporanea del lavoro partendo da una categoria di questo tipo, i
manager si muovono avendo sotto gli occhi una situazione completamente
diversa: «Nella società dell'informazione c'è una maggiore richiesta di
prodotti il cui valore è prevalentemente immateriale e conoscitivo,
prodotti destinati sia immediatamente al consumo, sia mediatamente per
la "produzione di conoscenza a mezzo di conoscenza". E quindi c'è una
richiesta di lavoratori della conoscenza. Il problema manageriale su
cui vogliamo concentrarci consiste nella loro gestione».
Confrontata con un'analisi come questa, la proposta di Ianfranca mostra
tutti i suoi limiti: è come se l'autore puntasse direttamente ad una
resistenza operaia saltando completamente il modo di funzionamento del
sistema produttivo che pone in essere la nuova forza lavoro
immateriale. A questo riguardo il management offre strumenti teorici
più sicuri e affidabili. Prendiamoli e iniziamo ad usarli contro chi li
forgia a proprio profitto.
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