martedì 29 gennaio 2013
Galasso e lo sguardo crociano sulla storia
Si rilegge il passato in base ai problemi attuali
di Giuseppe Galasso Corriere 27.1.13
Non bisogna andare lontano per avvicinarsi alla storia. «La storia siamo
noi» dice una famosa canzone di Francesco De Gregori; ed è
un'affermazione ineccepibile. Noi: noi uomini, cioè, nel mondo in cui
viviamo, e che non sappiamo quale futuro avrà, ma ben sappiamo che ha
avuto, come ciascuno di noi, un passato, una storia. Ed è, per
l'appunto, quando, per ricordare o per una qualsiasi necessità, ci
volgiamo al passato, che ci chiediamo: «Che cos'è mai la storia?».
Domanda antichissima, ma di quelle che perpetuamente si pongono e si
ripropongono. Per il grande storico tedesco Leopold von Ranke, la storia
consiste nel cercare che cosa realmente (realmente è qui la parola più
importante; wirklich in tedesco) sia accaduto nel passato, come, cioè,
siano veramente andate le cose nel passato. Una definizione semplice
solo in apparenza. Essa implica, infatti, in primo luogo, che il passato
è diverso da noi, ha una sua alterità rispetto a noi; e, in secondo
luogo, che noi al passato possiamo accedere, che lo possiamo conoscere e
riconoscere come passato, ossia in quella sua oggettiva alterità dovuta
al fatto che, appunto perché passato, esso è diventato immutabile.
Ma, essendo così il passato, qual è poi la ragione per cui lo vogliamo o dobbiamo conoscere? Perché ci interessa il passato?
La verità è che noi abbiamo un bisogno di storia, che non nasce nel
corso della nostra vita, nasce insieme con noi. In nessun momento
possiamo, infatti, essere noi stessi sia come singoli, come individui
sia come collettività o comunità, se non abbiamo una visione storica di
noi stessi. Se non abbiamo, cioè, un'idea di ciò che eravamo nelle varie
fasi della nostra vita e di ciò che ci ha fatto diventare quel che
siamo oggi. Nessuna identità può, in effetti, sussistere senza un tale
retroterra di memoria e di coscienza. Né si tratta di un retroterra
fissato una volta per sempre. In ogni momento della nostra vita noi lo
ricordiamo e lo raccontiamo in modo nuovo, e magari anche molto diverso
da ieri. Certo, anche perché atteggiamo il nostro passato in modo che
convenga al nostro presente, ma allo stesso tempo perché in quel passato
diventiamo sempre più capaci di leggere meglio e più a fondo.
Ecco, dunque, perché ci interessa il passato e perché ci interessiamo ad
esso. Sono i problemi e i bisogni del presente a spingerci verso di
esso. È il nostro perenne, inesauribile bisogno di autocoscienza e di
identità, è la nostra continua ricerca di noi stessi a spingerci a
riformulare e a riatteggiare il nostro senso e la nostra immagine del
nostro passato, spesso con mutamenti radicali rispetto alle immagini che
ne avevamo prima. Perciò a ogni stagione della vita ci diamo idee e
immagini differenti del nostro essere di ieri e dell'altro ieri. Sono le
necessità e le spinte del presente a portarci a queste continue
riletture del nostro passato. E questo è vero (occorre ripeterlo) sia
per gli individui, dal meno provveduto di un suo patrimonio
intellettuale e culturale al più geniale e multiforme, sia per qualsiasi
gruppo umano, dal più piccolo e più primitivo al più grande, complesso e
avanzato. Ed è, dunque, per questo che la storia viene scritta e
riscritta a ogni generazione, e secondo le vedute e le necessità dei
vari, innumerevoli grandi e piccoli gruppi umani compresenti sulla scena
del mondo.
Un perenne fare e rifare che, però, non è affatto, come si potrebbe
credere, un perenne disfare. Il passato è il passato. La sua alterità e
immutabilità sono sempre fuori discussione. Se noi lo alteriamo per
nostro piacere o per nostro interesse, prima o poi questa alterazione si
ritorce contro di noi e ci costringe a un più serio ripensamento. E
questo perché il passato lo possiamo far rivivere solo se ne abbiamo
qualche documento. Come in una famosa réclame, la regola è: no
documents, no history.
È come nella nostra vita privata. Il tempo rende sfocati, incompleti,
inesatti i nostri ricordi, ma se abbiamo qualcosa alla mano (lettere,
fotografie, filmini, oggetti, giochi e giocattoli, carte di identità o
altri documenti, atti notarili, qualche mobile o qualche attrezzo, le
pagelle della scuola, vecchi indumenti e qualsiasi altra cosa superstite
del nostro passato) il nostro ricordo ne sarà ravvivato e sul nostro
passato non ci potremo raccontare troppe favole. Che è quel che, per
l'appunto, accade anche a livello collettivo e che costituisce il
mestiere dello storico. Un mestiere che produceva in origine miti e
leggende a cura di sacerdoti e altre simili figure sociali, ma diventato
già presso i Greci e i Romani e, poi, soprattutto nell'Europa moderna,
una «scienza», con suoi statuti e metodi, con criteri rigidamente
documentari e con una capacità sempre più ampia di studio del passato,
secondo moduli sempre più complessi, dalla semplice biografia alla
«storia universale», ossia a una storicizzazione complessiva delle
vicende di tutta l'umanità.
È, dunque, la visione storica del nostro essere, di quello che siamo in
quanto continuatori di quel che siamo stati, come singoli e come
comunità o collettività, a consentirci di riconoscerci come tali, ossia
ad assicurarci della nostra identità.
Nel corso del tempo, a volte, la soddisfazione comunitaria di questa
esigenza ineludibile è più forte della sua dimensione e soddisfazione
individuale; e nelle comunità vi è un fortissimo senso storico della
propria identità. In questi casi la soddisfazione comunitaria di quel
bisogno assorbe e risolve in sé, più o meno largamente, anche la sua
soddisfazione a livello individuale. Ci si riconosce come individui in
quanto membri della comunità e partecipi della sua identità. In altri
casi, invece, da un lato, le comunità avvertono il bisogno storiografico
in maniera attutita, mentre, dall'altro lato, il senso dell'individuo e
dell'individualità si presenta molto più forte. In tali casi l'esigenza
individuale di soddisfare il bisogno di storia prevale nettamente; il
senso e la coscienza individuale non si sentono e non si ritengono più
assorbiti e soddisfatti appieno dalla pratica storiografica comunitaria,
collettiva.
Oggi vi sono condizioni nuove di questa connotazione sociale e
individuale della storiografia; e ciò perché nella civiltà moderna uno
dei fili rossi più importanti appare il potenziamento simultaneo sia del
piano e delle esigenze sociali, collettive, comunitarie sia della
presenza e della forza dell'individuo e del conto che se ne fa. E questo
significa che, permanendo sempre il bisogno di storia con le sue
esigenze di pensiero e di immagine, vi è pure l'esigenza di soddisfarlo
in relazione alle circostanze per cui, a livello sia individuale sia
collettivo e sociale, la domanda di storia si è tanto moltiplicata.
Una domanda nella quale non si è mai spenta l'antica aspettativa che la
storia ci dica il nostro da fare di oggi, che sia, come si diceva un
tempo, maestra della vita. Ciò che è stato ci dovrebbe dire ciò che
sarà. Ma non è così. Il passato illumina il presente, ma non lo
determina, diceva Hannah Arendt. Il presente lo facciamo noi, con le
nostre azioni, idee, volontà, passioni, interessi. Il passato ci
condiziona, ma non ci costringe. Se fosse altrimenti, in tanto tempo, da
Adamo ed Eva in poi, avremmo appreso molto bene a dedurre il futuro dal
passato. Anche i genitori ammoniscono i figli in base alla propria
esperienza e i figli riluttano ai loro ammaestramenti, e hanno ragione.
Il presente dei figli non è quello dei genitori, e nessuno rinuncia al
diritto di formarselo a propria misura.
Perciò, la storia ci dice da dove veniamo e dove ci troviamo e di questo
non possiamo fare a meno. Ma dove andare da oggi in poi lo decidiamo
noi, ora. E, insomma, né i padri possono rifiutare la responsabilità di
aver condizionato in un certo modo i loro figli né i figli possono
giustificarsi di quel che fanno con le responsabilità dei genitori. La
storia, a ben pensarci, è una scuola inesorabile che impone a tutti,
senza eccezioni, esami senza fine; è una palestra di esercizi e di gare
senza pause di riposo o di minore impegno.
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