martedì 29 gennaio 2013

Biagio de Giovanni critico dell'uguaglianza


Biagio de Giovanni: Alle origini della democrazia di massa. I filosofi e i giuristi, Editoriale Scientifica


La democrazia nasce dall'eguaglianza ma di eguaglianza può anche morire
Biagio de Giovanni si confronta con il lato oscuro di un ideale che può indurre al conformismo e all'isolamento dei «devianti»

di Gaetano Pecola Corriere La Lettura 27.1.13
«Ogni atto del pensiero deriva da un senso di irritazione». Così Emil Cioran. Quando poi i pensieri si distendono per quattrocento fittissime pagine e l'autore vi profonde i tesori della sua dottrina, allora si può star certi: quella contrarietà che gli ha dato l'attacco, l'ha turbato dentro e l'ha impegnato per intero. L'insoddisfazione da cui prende ala il saggio di Biagio de Giovanni, tra pochi giorni in libreria, Alle origini della democrazia di massa. I filosofi e i giuristi (Editoriale Scientifica) nasce dal contrasto, a suo dire troppo rilevato nei contorni, tra il dispotismo da un lato e la democrazia dall'altro. Quasi che il primo, rovesciando d'impeto le verità della seconda, le precipitasse nel loro esatto contrario. E invece no: il dispotismo «è un compagno che sta annidato nello stesso principio democratico», sempre quello, sempre il medesimo, che con la bella felicità della coerenza ora può sorridere al riscatto dell'umanità e ora può piegarla sotto il giogo del comando più duro. Quale, dunque, il principio che lega due conclusioni così opposte nel circuito del suo stesso sviluppo? L'interrogativo tira in gioco l'eguaglianza, che per de Giovanni coincide con la natura «dell'uomo vista nella sua più semplice immediatezza». L'uomo — aggiunge — è un «ente desiderante eguaglianza».

Forse si potrebbe dire meglio: non l'uomo in generale, ma l'uomo democratico è dominato dalla passione dell'eguaglianza. Sono talmente tanto contrastanti le aspirazioni che hanno cavalcato la scena del mondo — eguaglianza, ma anche desiderio di sicurezza, e poi cupidigia di servitù e poi e poi… — che quasi si dubita di poterle calare tutte nello stampo di una «natura umana» fissata una volta e per sempre. Comunque sia, natura o non natura, resta che la democrazia si accende d'amore per l'eguaglianza e che proprio l'eguaglianza incammina i suoi uomini per sentieri torti che a forza di curve e di serpentine possono trasportarli su terreni diversi, dove si rivelano loro orizzonti completamente differenti da quelli che essi scrutavano all'inizio. All'inizio è tutto un tumultuare di fierezza e di indipendenza: siamo eguali, ragiona il democratico, e il prossimo non è né peggiore né migliore di me; perché mai dovrei sacrificargli la mia volontà?
Questo, beninteso, finché il confronto è con i propri concittadini, uno ad uno considerati. Quando però lo stesso confronto è con l'insieme della cittadinanza, il singolo avverte di colpo la propria piccolezza e abdica d'un subito alla sua individualità. Perché questa improvvisa torsione? Ma precisamente perché egli si sente eguale agli altri (e gli altri giudica pari a sé), sicché «non trovando nulla che lo distingua, diffida di se stesso non appena si sente osteggiato… ed è prossimo a riconoscere d'aver torto non appena i più lo asseriscono» (Tocqueville). È così che lo stesso principio di eguaglianza, che al principio trasaliva di fermenti individualistici, alla fine rischia di annegare i singoli «in una magmatica totalità di eguali», che espelle da sé il diverso e l'eterodosso. Sta qui per de Giovanni, in questa mezz'ombra ambigua, la vera difficoltà della democrazia. E forse, aggiungiamo, anche il suo fascino più sottile.

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