IL MESSAGGERO del 29/1/2013
lunedì 21 gennaio 2013
Guerra civile europea e stereotipi nazionali
La falsa innocenza degli italiani durante il fascismo
di Nello Ajello Repubblica 20.1.13
Una simile generalizzazione – che pure contiene “un forte nucleo di
verità” – è servita a rimuovere tante nostre colpe. Un elenco nel quale
figurano i crimini dell’imperialismo fascista, la guerra di aggressione
contro le “potenze democratiche”, la persecuzione antisemita (non
sempre, si precisa, “imposta da Berlino”) e le violenze commesse ai
danni di “nazioni inermi” sottomesse all’Asse. Al seguito del proprio
assunto l’autore percorre ampi sentieri del Novecento, dagli anni Trenta
e Quaranta, esaminando i commenti di osservatori ed esponenti politici
non soltanto italiani. A partire dal giudizio emesso da Winston
Churchill nel dicembre 1940: l’entrata in guerra dell’Italia fu l’errore
di un “uomo solo”, Mussolini.
A questo autorevole precedente si collega, in gran parte, quella
distinzione fra italiani e fascismo che ispirerà l’Intelligence e il
giornalismo anglosassone: si ricordino, ad esempio, le
trasmissioni-radio del “colonnello Stevens”, cui qui da noi arrise
durante il conflitto un notevole, quanto clandestino, ascolto. Non meno
recise erano le perorazioni propagandistiche che rivolgeva agli
italiani, dalla stessa Radio Londra, l’antifascista esule Umberto
Calosso.
La requisitoria di Focardi è severa. L’itinerario che egli compie, in
cerca di testimonianze, fra discorsi, giornali e riviste, rende vivaci
molte pagine del libro, salvandole dalle strettoie di una ricerca
accademica. Spicca, tra i personaggi evocati, quel Benedetto Croce che
richiamò l’attenzione dei vincitori sull’avversione dei suoi
connazionali al regime littorio, e alla «guerra empia accanto alla
Germania». Un’oratoria più colorita adoperava Carlo Sforza, nel
riferirsi alla «vera Italia silente sotto la pazzesca imbavagliatura del
fascismo».
A una visione della Resistenza come “lavacro” di ogni indegnità
pregressa si è poi attenuta la sinistra nostrana. Esemplari, in campo
azionista, furono Piero Calamandrei – che, nel giudicare impensabile,
anche in futuro, la cessazione dell’ostilità mentale fra italiani e
tedeschi – definì questi ultimi «Unni calati dai paesi della barbarie»,
mentre Francesco Flora li qualificava «biechi figlioli d’Arminio e del
Barbarossa». Assai più attento di quanti non fossero gli esponenti del
partito d’Azione, al tema della “riconquista”, in un domani, dei
fascisti pentiti, Palmiro Togliatti si era richiamato fin dal 1942, dai
microfoni di Radio Mosca, alle tradizioni di libertà del Risorgimento –
da Mazzini a Garibaldi – invitando il popolo italiano, a partire dagli
“ufficiali del regio esercito” a «rivoltarsi contro Mussolini, a
chiedere la pace, a porre fine alle angherie tedesche».
L’evocazione del Risorgimento sarà poi assai invasiva nella propaganda
del Pci, sulle ali di un patriottismo giudicato di sicuro impatto
popolare.
Gli antifascisti di destra come Croce, dunque, e quelli di sinistra. A
queste categorie, Focardi ne aggiunge una terza: quella degli
anti-antifascisti, assai diffusa, nel nostro dopoguerra, fra i
conservatori. A capo della consorteria, che farà numerosi proseliti fra
gli adepti – illustri e meno illustri – del “revisionismo”, viene eletto
Indro Montanelli. Fu lui a inventare l’espressione «il buonuomo
Mussolini». (è questo il titolo di un suo saggio del ’47), nella quale
si compendiava il senso di una dittatura «all’acqua di rose, roboante ma
non crudele », a differenza di quella nazista. Un’invenzione che
sarebbe stata adottata con fortuna da certi rotocalchi a forte tiratura.
Sono le varie facce dei quella nostra supposta innocenza storica, che
Focardi giudica «un mito autogratificante e consolatorio ». E perciò da
rimuovere. Ma forse, a differenza che in Germania, un’elaborazione meno
illusoria del nostro passato non sembra, a molti, né opportuna né utile.
IL MESSAGGERO del 29/1/2013
LA RIMOZIONE DELLE COLPE (AVAGLIANO MARIO) a pag. 21
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