lunedì 21 gennaio 2013
In arrivo l'ennesimo libro di Zizek
Il trash secondo Žižek: cattivo gusto ma con stile
L'estetica del «senza-qualità» in un volume del filosofo
di Vincenzo Trione Corriere La Lettura 20.1.13
Affidandosi a una scrittura spesso involuta, Žižek — che talvolta
rischia di rendere davvero «incomprensibile» il senso dell'arte
contemporanea — conduce in un itinerario teorico segnato da alcune
intuizioni. Attingendo a un solido armamentario psicoanalitico e
marxista, disegna una piccola storia del trash. Che muove da L'Origine
du Monde di Courbet: ritratto iperrealista di un pube femminile, ripreso
in primo piano. È il capolavoro di un profanatore, sapiente nel
determinare il collasso della «struttura della sublimazione»: vi si
attua «il rovesciamento dell'oggetto sublime in (…) un aberrante,
nauseante pezzo (...) di melma». Il corpo della donna è a tal punto
attraente da risultare repellente.
Questo collasso si compirà definitivamente nella stagione delle
avanguardie. Che Žižek suddivide in due momenti: astrattismo e
concettualismo. Da un lato, Malevic, autore, con il Quadrato nero, di un
monocromo che è «enfatizzazione pura del vuoto»: si separa la
superficie dipinta dall'ambiente circostante. Dall'altro lato, Duchamp,
il quale, con i ready made, preleva cose di uso comune, le trasporta in
contesti espositivi istituzionali, attribuendo loro uno statuto
estetico, «per dimostrare che l'arte non si fonda sulla qualità
dell'opera (...), ma esclusivamente sullo Spazio che essa occupa, in
modo che qualsiasi cosa, anche la merda, possa diventare oggetto
artistico se si trova nel Luogo giusto».
Dunque, da una parte, il profeta di uno stile aniconico, impegnato a
reagire contro coloro che vogliono rendere l'arte un evento «vile».
Dall'altra parte, il padre degli scenari poetici attuali, nei quali si
«culturalizza» il mercato. Ci troviamo in paesaggi dominati dai
post-duchampiani, i quali tendono a esporre «cornici senza quadri,
mucche morte e loro escrementi, video di interiora del corpo umano
(gastroscopie e colonscopie), esalazioni di odori». L'arte, per loro,
non si pone più come costruzione alternativa. Non si dona più come «cosa
esclusa dal circuito dell'economia quotidiana». L'avanguardia viene
normalizzata. È assorbita dal sistema. Integrata nell'establishment,
fino a farsi rassicurante.
In sorprendente sintonia con i critici anti-moderni (Hughes, Clair,
Fumaroli), Žižek afferma che, nel nostro tempo, «la perversione non è
più sovversiva». Non fa nomi, ma sembra alludere alle opere di Orlan e
di Serrano, di Hirst e della Emin, nelle quali si sgretolano i margini
che separano «lo spazio (...) del bello sublime dallo spazio (...) dei
rifiuti e degli scarti». Gallerie e musei vengono violati da detriti o
addirittura da feci. Si eleva a «ideale di Bellezza una volgare figura
comune, (...) uno squallido oggetto escrementizio». Non ci sono più
differenze tra il Graal e il trash: il sublime è diventato rimasuglio,
ricettacolo disgustoso.
Gli artisti, secondo il filosofo di Lubiana, si sforzano disperatamente
di salvare la «logica della sublimazione». Ma non vi riescono, perché
oramai non esiste più alcun ordine simbolico da tutelare. Siamo alla
fine del mondo: è l'apocalisse del gusto. Vittime di una «confusione
comica», siamo portati a confondere frammenti consunti o semplici gesti
con autentiche opere, e viceversa. Si rifletta, ad esempio, su quel che è
accaduto qualche anno fa a Berlino, in Postdamer Platz. Decine di
gigantesche gru hanno composto una sorta di danza. Una performance. Che
molti, però, alla fine hanno interpretato come un'ordinaria attività di
manutenzione edilizia cittadina.
Quanti equivoci. Sono i medesimi equivoci che ritroviamo in «Toilet
Paper», la rivista ideata nel 2010 da Maurizio Cattelan e Pierpaolo
Ferrari, i cui numeri sono stati raccolti in un recente volume (Toilet
Paper, Damiani, pp. 232, 50). Un regesto da the day after: immagini di
matrice pubblicitaria, che, tuttavia, non reclamizzano nessun prodotto.
Sequenze di trucchi, dense di richiami agli artifici di Oliviero
Toscani. Giochi tra tragedia e comicità: una torta di fragola si fa
distesa di mozziconi, uno scoiattolo si diverte a sniffare cocaina, e
tanti altri frames. Ma davvero il trash è solo «carta igienica»,
volgarità, miserie, degenerazioni?
A differenza di quel che sostiene Žižek, in arte, trash non è affatto
sinonimo di compiacimenti equivoci, di mistificazioni velleitarie e di
bassezze culturali. Al contrario, è un topic che rimanda a violenze, a
fragilità, a nostalgie, a lacerazioni, a drammi. È traccia della
dimensione tragica sottesa alla modernità, come aveva rivelato
un'esposizione, intitolata proprio Trash, curata da Lea Vergine (al Mart
di Rovereto nel 1997). Un sofisticato itinerario volto a dimostrare
come, nel XX secolo, i protagonisti delle avanguardie e delle
neoavanguardie abbiano avvertito con forza il bisogno di dialogare con
il trash, inteso nel senso letterale della parola: come spazzatura.
Alcune tra le più alte voci del XX secolo — come Picasso, Schwitters,
Cornell, Burri, Rauschenberg, la Bourgeois e Hirschoorn — ricorrono a
raffinate strategie per consegnare ai rifiuti una vita diversa. Li
risemantizzano. Li usano come feconde occasioni visive, per
intraprendere avventure linguistiche. Propongono diverse ipotesi di
ri-sacralizzazione. Elaborano un'estetica del post-sublime: il loro è un
sublime tormentato, ansioso. Acquisiscono carta straccia, pezzi di
giornali, biglietti da viaggio e rottami, per far nascere sintassi
inattese. Recuperano materie povere, per evocare angosce. Utilizzano
scarti, per ironizzare sulla civiltà dei consumi. Trattano
l'«immondizia» come un'epidermide da aggredire e sceneggiare. Nelle loro
installazioni, accumulano detriti: li enfatizzano, li mimetizzano, li
contaminano. In cataloghi ossessivi e saturi, accatastano macerie
strappate alla dissoluzione. Realizzano opere attraversate da
apparizioni e da metafore, che oscillano tra sentimenti distruttivi e
catarsi mondane. Sono laiche cattedrali di spoglie desolate e di memorie
clandestine. Discariche discontinue, che possono trasmettere brividi
metafisici.
Architetti di queste dissonanti sinfonie sono inquieti archeologi del
presente, che sembrano comportarsi come il netturbino elogiato da
Baudelaire. Tendono a impreziosire gli «avanzi», rendendo quasi
religioso ciò che è immondo. A differenza di quel che dice Žižek, essi
non fanno saltare le frontiere tra il Graal e il trash: le rimodulano,
le ripensano. Sanno che, quando viene lavorato e modellato, il trash può
trasformarsi in qualcosa di prezioso. Dal letame possono nascere i
fiori.
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