lunedì 21 gennaio 2013

In arrivo l'ennesimo libro di Zizek

Slavoj Žižek: Trash sublime, a cura di Marco Senaldi, Mimesis, pp. 48, 3,90

Il trash secondo Žižek: cattivo gusto ma con stile


L'estetica del «senza-qualità» in un volume del filosofo

di Vincenzo Trione Corriere La Lettura 20.1.13

Spazzatura. Volgarità. Eccessi. Effetti facili. Cattivo gusto. Degrado culturale. Immagini del sottobosco della società dello spettacolo. Per noi, il trash è innanzitutto questo. Ma è anche altro. Diversamente dal kitsch — che è pratica della citazione disinibita, riutilizzo del già-fatto, trionfo dell'inautentico — è il senza-qualità. È una forma di imitazione fallita. Espressione di un ritardo, si basa sul principio dell'emulazione: replica e degrada modelli preesistenti. Siamo dinanzi a una categoria estetica e sociologica difficile da definire. Un fenomeno su cui si interroga Slavoj Žižek, tra i più controversi (e sopravvalutati?) filosofi di oggi, in un piccolo libro Trash sublime (in uscita da Mimesis, a cura di Marco Senaldi, pp. 48, 3,90), che raduna due saggi precedentemente pubblicati: il primo (inedito) è stato redatto nel 1999; il secondo è il testo di una conferenza sull'architettura tenuta a New York nel 2009.
Affidandosi a una scrittura spesso involuta, Žižek — che talvolta rischia di rendere davvero «incomprensibile» il senso dell'arte contemporanea — conduce in un itinerario teorico segnato da alcune intuizioni. Attingendo a un solido armamentario psicoanalitico e marxista, disegna una piccola storia del trash. Che muove da L'Origine du Monde di Courbet: ritratto iperrealista di un pube femminile, ripreso in primo piano. È il capolavoro di un profanatore, sapiente nel determinare il collasso della «struttura della sublimazione»: vi si attua «il rovesciamento dell'oggetto sublime in (…) un aberrante, nauseante pezzo (...) di melma». Il corpo della donna è a tal punto attraente da risultare repellente.
Questo collasso si compirà definitivamente nella stagione delle avanguardie. Che Žižek suddivide in due momenti: astrattismo e concettualismo. Da un lato, Malevic, autore, con il Quadrato nero, di un monocromo che è «enfatizzazione pura del vuoto»: si separa la superficie dipinta dall'ambiente circostante. Dall'altro lato, Duchamp, il quale, con i ready made, preleva cose di uso comune, le trasporta in contesti espositivi istituzionali, attribuendo loro uno statuto estetico, «per dimostrare che l'arte non si fonda sulla qualità dell'opera (...), ma esclusivamente sullo Spazio che essa occupa, in modo che qualsiasi cosa, anche la merda, possa diventare oggetto artistico se si trova nel Luogo giusto».
Dunque, da una parte, il profeta di uno stile aniconico, impegnato a reagire contro coloro che vogliono rendere l'arte un evento «vile». Dall'altra parte, il padre degli scenari poetici attuali, nei quali si «culturalizza» il mercato. Ci troviamo in paesaggi dominati dai post-duchampiani, i quali tendono a esporre «cornici senza quadri, mucche morte e loro escrementi, video di interiora del corpo umano (gastroscopie e colonscopie), esalazioni di odori». L'arte, per loro, non si pone più come costruzione alternativa. Non si dona più come «cosa esclusa dal circuito dell'economia quotidiana». L'avanguardia viene normalizzata. È assorbita dal sistema. Integrata nell'establishment, fino a farsi rassicurante.
In sorprendente sintonia con i critici anti-moderni (Hughes, Clair, Fumaroli), Žižek afferma che, nel nostro tempo, «la perversione non è più sovversiva». Non fa nomi, ma sembra alludere alle opere di Orlan e di Serrano, di Hirst e della Emin, nelle quali si sgretolano i margini che separano «lo spazio (...) del bello sublime dallo spazio (...) dei rifiuti e degli scarti». Gallerie e musei vengono violati da detriti o addirittura da feci. Si eleva a «ideale di Bellezza una volgare figura comune, (...) uno squallido oggetto escrementizio». Non ci sono più differenze tra il Graal e il trash: il sublime è diventato rimasuglio, ricettacolo disgustoso.
Gli artisti, secondo il filosofo di Lubiana, si sforzano disperatamente di salvare la «logica della sublimazione». Ma non vi riescono, perché oramai non esiste più alcun ordine simbolico da tutelare. Siamo alla fine del mondo: è l'apocalisse del gusto. Vittime di una «confusione comica», siamo portati a confondere frammenti consunti o semplici gesti con autentiche opere, e viceversa. Si rifletta, ad esempio, su quel che è accaduto qualche anno fa a Berlino, in Postdamer Platz. Decine di gigantesche gru hanno composto una sorta di danza. Una performance. Che molti, però, alla fine hanno interpretato come un'ordinaria attività di manutenzione edilizia cittadina.
Quanti equivoci. Sono i medesimi equivoci che ritroviamo in «Toilet Paper», la rivista ideata nel 2010 da Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari, i cui numeri sono stati raccolti in un recente volume (Toilet Paper, Damiani, pp. 232, 50). Un regesto da the day after: immagini di matrice pubblicitaria, che, tuttavia, non reclamizzano nessun prodotto. Sequenze di trucchi, dense di richiami agli artifici di Oliviero Toscani. Giochi tra tragedia e comicità: una torta di fragola si fa distesa di mozziconi, uno scoiattolo si diverte a sniffare cocaina, e tanti altri frames. Ma davvero il trash è solo «carta igienica», volgarità, miserie, degenerazioni?
A differenza di quel che sostiene Žižek, in arte, trash non è affatto sinonimo di compiacimenti equivoci, di mistificazioni velleitarie e di bassezze culturali. Al contrario, è un topic che rimanda a violenze, a fragilità, a nostalgie, a lacerazioni, a drammi. È traccia della dimensione tragica sottesa alla modernità, come aveva rivelato un'esposizione, intitolata proprio Trash, curata da Lea Vergine (al Mart di Rovereto nel 1997). Un sofisticato itinerario volto a dimostrare come, nel XX secolo, i protagonisti delle avanguardie e delle neoavanguardie abbiano avvertito con forza il bisogno di dialogare con il trash, inteso nel senso letterale della parola: come spazzatura.
Alcune tra le più alte voci del XX secolo — come Picasso, Schwitters, Cornell, Burri, Rauschenberg, la Bourgeois e Hirschoorn — ricorrono a raffinate strategie per consegnare ai rifiuti una vita diversa. Li risemantizzano. Li usano come feconde occasioni visive, per intraprendere avventure linguistiche. Propongono diverse ipotesi di ri-sacralizzazione. Elaborano un'estetica del post-sublime: il loro è un sublime tormentato, ansioso. Acquisiscono carta straccia, pezzi di giornali, biglietti da viaggio e rottami, per far nascere sintassi inattese. Recuperano materie povere, per evocare angosce. Utilizzano scarti, per ironizzare sulla civiltà dei consumi. Trattano l'«immondizia» come un'epidermide da aggredire e sceneggiare. Nelle loro installazioni, accumulano detriti: li enfatizzano, li mimetizzano, li contaminano. In cataloghi ossessivi e saturi, accatastano macerie strappate alla dissoluzione. Realizzano opere attraversate da apparizioni e da metafore, che oscillano tra sentimenti distruttivi e catarsi mondane. Sono laiche cattedrali di spoglie desolate e di memorie clandestine. Discariche discontinue, che possono trasmettere brividi metafisici.
Architetti di queste dissonanti sinfonie sono inquieti archeologi del presente, che sembrano comportarsi come il netturbino elogiato da Baudelaire. Tendono a impreziosire gli «avanzi», rendendo quasi religioso ciò che è immondo. A differenza di quel che dice Žižek, essi non fanno saltare le frontiere tra il Graal e il trash: le rimodulano, le ripensano. Sanno che, quando viene lavorato e modellato, il trash può trasformarsi in qualcosa di prezioso. Dal letame possono nascere i fiori.


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