lunedì 21 gennaio 2013
Populismo è tutto ciò che non piace al Corriere
Il populismo si cura cambiando l'Europa
Con i demagoghi è inevitabile convivere: per batterli bisogna dire la
verità agli elettori ed evitare di cadere nell'idolatria della Ue
di Dario Di Vico Corriere La Lettura 20.1.13
Nel Vecchio Continente è considerato il moderno nemico delle democrazie.
L'Unione Europea, sicuramente non abituata a iniziative di questo
genere, ha addirittura messo in gestazione, su iniziativa di Herman Van
Rompuy e Mario Monti, un'apposita manifestazione politica dei leader
europei contro il populismo. Meeting che si sarebbe dovuto tenere a Roma
se le elezioni politiche anticipate non ne avessero consigliato uno
slittamento. Ma, come accade spesso in queste circostanze,
l'enfatizzazione di un concetto conduce a una sua ipersemplificazione, a
un'estensione indebita. Così nel discorso pubblico corrente, da una
parte il populismo diventa un gigantesco alibi per governanti inetti o
peggio corrotti, dall'altra un'insidiosa accusa politica da lanciare a
mo' di strale contro gli avversari del momento. Proviamo dunque con il
politologo francese Yves Mény, presidente emerito dell'Istituto europeo
di Firenze, autore insieme al collega Yves Surel di un libro
fondamentale (Populismo e democrazia, il Mulino, 2001), a delimitarne il
perimetro e nel contempo indagare meglio il pericolo populista.
Cerchiamo quantomeno di dividere il populismo almeno in due componenti,
quella strutturale, con le culture politiche che la alimentano, e quella
congiunturale, legata a quello che lei ha chiamato «lo sconforto» degli
elettori.
«Innanzitutto va ricordato che c'è una componente di estrema destra che
esprime una radicata ostilità verso il sistema democratico. Il popolo è
l'unica fonte positiva di legittimità ed è contrapposto alle
istituzioni. Questo tipo di populismo ha dietro di sé la nostalgia di un
potere assoluto e il culto del capo rivela in questo caso un fondo
autoritario. Con questa componente i politici democratici fanno i conti
da tempo e tutto sommato la conoscono».
Più recente è la nascita di un populismo che, con approssimazione, potremmo definire di sinistra.
«Sì, è decisamente più recente. I partiti comunisti occidentali hanno
avuto per decenni la capacità di canalizzare il populismo presente nella
classe operaia dentro una cultura di partito che aveva sue strutture e
una sua ideologia. In questo modo sono stati in grado di coniugare
pulsioni nobili con sentimenti meno nobili. Quando questa capacità si è
attenuata, abbiamo visto in Francia contrapposizioni dirette e violente
tra operai e immigrati che vivevano fianco a fianco nelle banlieue e
avevano sviluppato un rancore reciproco che non conosceva mediazioni.
Poi abbiamo constatato come una buona fetta del voto operaio si sia
rivolto in Francia verso il Front National di Jean-Marie Le Pen (oggi
guidato da sua figlia Marine) e in Italia verso la novità rappresentata
dalla Lega Nord».
Quando nel dibattito politico italiano si accenna a un populismo di sinistra, ci si riferisce al movimento di Beppe Grillo.
«Il populismo è un fenomeno dotato di una grande mobilità, si sposta
velocemente. Viene facilitato nei suoi slittamenti dalle sconfitte dei
partiti quando non riescono più ad essere interclassisti, a mediare la
domanda sociale. Quello di Grillo è un populismo particolare, che si
basa sulla contrapposizione ai partiti, ma si nutre anche delle qualità
tecniche di un comico nell'intrattenere la gente. Sono curioso di vedere
se riuscirà ad avere un buon numero di eletti in Parlamento, perché a
quel punto non potrà vivere più di barzellette, dovrà uscire allo
scoperto. A Parma, dove i grillini hanno conquistato il Comune, è già
così. La realtà ha già presentato il conto senza attendere quei due-tre
anni che in genere rappresentano la luna di miele dei movimenti
populisti che vanno al potere».
Una particolarità di Grillo è anche l'utilizzo ottimale delle potenzialità della Rete.
«Internet è neutra, anche Obama l'ha usata per essere eletto, ma ha
effetti dirompenti per la politica. I vecchi partiti europei non sono
abituati a usarla, mentre per i democratici americani è diverso. In
fondo il populismo è consustanziale alla democrazia americana, lì i
partiti sono macchine elettorali e non strutture permanenti. Sostituirli
con un rapporto diretto tra il capo e la Rete è semplice. Comunque si
può dire che la Rete nel tempo modificherà la politica e può favorire
sia il populismo sia la personalizzazione».
Veniamo al cosiddetto populismo «da sconforto».
«La delusione nasce perché le politiche dei governi non sono state in
grado di affrontare i problemi e la crisi ovviamente fa emergere questo
deficit con maggior evidenza. Si manifesta uno scarto tra il discorso
politico e la sua concretizzazione. Non sottovalutate poi la
complicazione rappresentata dalla suddivisione dei poteri tra i governi
nazionali e Bruxelles. Tutti gli esecutivi sono schiacciati tra livello
di decisione sovranazionale e globalizzazione economica: ciò produce una
forma di sovranità limitata che i partiti tendono però a nascondere. A
livello nazionale si possono adottare politiche sociali differenti, ma
nessun governo può permettersi di scegliere quelle più generose, perché
per finanziarle dovrebbe aumentare le tasse e aprire la strada a vicende
come quella che oggi vede l'Inghilterra di David Cameron mettere il
tappeto rosso alle aziende che vogliono scappare dalla Francia di
François Hollande. I partiti dovrebbero dire invece agli elettori che la
famosa stanza dei bottoni non esiste».
Considera anche Silvio Berlusconi alla stregua di un leader populista?
«Berlusconi è stato abile nel combinare la presenza al potere con la
critica del sistema, premier e tribuno insieme. Non conosco altri
politici che siano riusciti a sopravvivere a lungo con queste
contraddizioni, perché se è vero che i presidenti americani di matrice
repubblicana in genere sono sempre molto critici verso la burocrazia,
non si azzardano però ad attaccare la magistratura o la Costituzione. Se
ne guardano bene».
Ma lo schema premier/tribuno si può ripetere all'infinito?
«Non credo e la difficoltà del suo governo ad affrontare la crisi
economica lo dimostra. Se fosse stato lungimirante, Berlusconi avrebbe
dovuto sfruttare il populismo per poi costruire una destra forte e
autorevole, capace di pensare e attuare riforme di destra. Charles de
Gaulle odiava i partiti, ma non era populista, le sue riforme economiche
e istituzionali hanno avuto un grande impatto».
Alla fin fine lei ci sta dicendo che dobbiamo abituarci, specie in una
stagione di grande crisi economica, a convivere con il populismo?
«Convivere è un'espressione forte e sicuramente farà storcere il naso a
più di qualcuno. Ma, purtroppo, il populismo sarà un elemento presente
nella dialettica delle democrazie moderne. Non può essere espulso e
comunque è impensabile che ciò possa avvenire solo facendo riferimento
alla retorica democratica».
Convivere ma lottando, spero. Dia allora un paio di consigli ai politici
democratici per tentare di uscire vincitori da questa inedita sfida.
«Il primo consiglio che mi sento di dare è quello di organizzare
un'operazione verità. Invece di infarcire le campagne elettorali di
promesse che poi regolarmente non si potranno mantenere, un politico
responsabile dovrebbe spiegare ai cittadini elettori qual è la mappa
reale dei poteri tra livello nazionale e sovranazionale. Raccontare qual
è la vera posta in palio delle elezioni. Se bara, se ne pentirà
amaramente».
Il primo consiglio è abbastanza radicale. E il secondo?
«Altrettanto. Essere meno concilianti con Bruxelles. Sia chiaro: penso
che la difesa delle istituzioni europee sia doverosa e sacrosanta, ma le
singole politiche varate dalla Commissione possono essere
tranquillamente contestate, è un esercizio che fa parte della dialettica
e del conflitto democratico. L'accettazione cieca di qualsiasi cosa
venga da Bruxelles aiuta il populismo, lo facilita nella costruzione
delle sue accuse, nel gridare al tradimento delle élite. Si deve e si
può dire agli elettori che la Ue ha smesso di far politica, per esempio,
e che ha ristretto i suoi orizzonti all'economia e all'approccio
tecnocratico».
Il politologo
Yves Mény (nella foto), studioso francese di scienze politiche e
presidente emerito dell'Istituto europeo di Firenze, è autore con Yves
Surel del volume «Populismo e democrazia», edito dal Mulino nel 2001. I
suoi principali campi d'interesse sono la politica comparata e le
politiche pubbliche europee
L'argomento
Tra gli studi recenti sul fenomeno populista pubblicati nel nostro
Paese, vanno ricordati il saggio di Nicolao Merker «Filosofie del
populismo» (Laterza, 2009) e quello di Marco Tarchi «L'Italia populista.
Dal qualunquismo ai girotondi» (Il Mulino, 2003). Sul caso del
Movimento Cinquestelle è appena uscito il libro di Giuliano Santoro «Un
Grillo qualunque» (Castelvecchi)
Le tante versioni del populismo
Armato in Russia, rurale negli Usa Ma solo con Perón diventò un regime
di Giovanni Belardinelli Corriere La Lettura 20.1.13
I populisti pensavano infatti che sulle comuni rurali ancora esistenti
nelle campagne russe si potesse fondare una soluzione della questione
sociale tale da non dover passare per lo sviluppo capitalistico. Animati
da una grande fiducia nelle qualità anche morali del contadino russo,
molti di loro andarono «verso il popolo»: si trasferirono nei villaggi
come maestri, medici, bottegai, sperando di risvegliare chi vi abitava
da un sonno secolare. Ma i contadini non sembravano affatto interessati
alla loro predicazione; negli anni seguenti una parte del movimento
populista puntò a combatterne la passività attraverso azioni esemplari
di tipo terroristico contro il potere zarista. E nel 1881 un gruppo di
populisti riuscì effettivamente a uccidere lo zar Alessandro II.
Un decennio dopo nasceva negli Stati Uniti il Partito populista
(People's Party), protagonista di un movimento che condivideva con
quello russo la centralità delle campagne, ma aveva per il resto
caratteri molto diversi. Anche il populismo degli Stati Uniti esaltava
il lavoro e l'etica del farmer come base della società americana. Ma
soprattutto dava voce alla protesta degli agricoltori del Sud e
dell'Ovest contro il potere industriale e finanziario dell'Est, contro
le compagnie ferroviarie, contro il governo non abbastanza sollecito
verso i problemi del mondo contadino.
Inizialmente il People's Party ebbe un grande seguito, tanto da far
ritenere che potesse seriamente minacciare l'assetto duopolistico della
politica americana: nelle elezioni presidenziali del 1892, nelle quali
il presidente Cleveland riuscì eletto con cinque milioni e mezzo di
voti, il candidato dei populisti ottenne la ragguardevole cifra di un
milione di suffragi. Nel giro d'una decina d'anni il Partito populista
sarebbe scomparso dalla scena. Ma nella sua piattaforma e nei suoi
slogan si trovavano temi che da allora sarebbero più volte ricomparsi
nella politica americana e non solo: dalla polemica contro Wall Street,
vera padrona del Paese, alla denuncia della rovina morale della nazione,
dalla battaglia contro i grandi monopoli alla necessità di combattere
una politica intimamente corrotta. Il tutto in una miscela ideologica
che affiancava spirito della frontiera e ideali democratici di stampo
jeffersoniano a una forte diffidenza verso neri, ebrei e immigrati più
recenti.
Nel corso del Novecento sarebbe stata l'America Latina la patria del
populismo, che qui arrivò a caratterizzare non più soltanto dei
movimenti, ma dei regimi politici, assumendo — a differenza dei
populismi russo e statunitense — il carattere di un fenomeno in primo
luogo urbano.
L'esperienza più significativa fu senza dubbio quella argentina di Juan
Domingo Perón negli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso. Per la
centralità del rapporto tra il capo e le masse, per la presenza di
tratti autoritari uniti a un forte consenso elettorale (nel 1946 Perón
ottenne il 56 per cento dei suffragi), per la miscela di nazionalismo e
politiche sociali, il peronismo è considerato infatti come l'idealtipo
del populismo latinoamericano.
Quanto ai più recenti populismi europei, è indubbio che essi riprendano
alcuni caratteri dei populismi storici: in primo luogo l'esaltazione del
rapporto diretto tra il leader e le masse, la polemica contro la
corruzione e contro il distacco tra governanti e governati. Si
inseriscono però in un contesto radicalmente nuovo, che è quello dello
svuotamento della democrazia rappresentativa di fronte alla
globalizzazione, alla formazione di istituzioni sovranazionali, alla
crisi dei partiti e delle ideologie che hanno caratterizzato gli ultimi
due secoli. Per molti aspetti, dunque, il populismo contemporaneo non è
solo un nemico della democrazia, ma anche la conseguenza delle
trasformazioni, delle incognite, dei rischi che essa si trova a dover
affrontare nel nuovo secolo.
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