lunedì 21 gennaio 2013
Un'altra globalizzazione
La Cina sperimenta in Africa la nuova fase della globalizzazione
di Federico Fubini Corriere 20.1.13
C'è chi la globalizzazione non la capisce neanche quando gli arriva
sotto le finestre, e chi la vede arrivare in anticipo. L'intera filiera
industriale del tessile abbigliamento in Cina rientra nella seconda
categoria, ma non solo per la proverbiale vocazione a esportare jeans,
magliette o calze dalla madre patria verso il resto del mondo. Quella
era la «vecchia» globalizzazione dei decenni scorsi, quando i lavoratori
della Repubblica popolare avevano un vantaggio di costo su tutte le
altre aree integrate nell'economia mondiale. Ora invece sono lontani
dall'essere i più economici e anche Pechino deve trovare a strategie per
competere contro chi costa di meno.
Invece di farlo accusando gli operai cambogiani o bengalesi di
concorrenza sleale, il settore cinese del tessile si è messo in cerca di
opportunità. Anche quelle che implicano una dose più che modica di
spregiudicatezza nel sistema globale degli scambi. L'occasione è
arrivata quando l'amministrazione americana nell'anno duemila ha firmato
l'Africa Growth and Opportunity Act (Agoa), un accordo preferenziale —
riconfermato a più riprese da Barack Obama — che offre un trattamento
preferenziale ai prodotti d'abbigliamento di un certo numero di Paesi
sub-sahariani. I capi tessili dell'Africa nera possono accedere al
mercato statunitense senza dazi né limitazioni di quote. Per Washington
era un gesto di buona volontà a poco prezzo, perché il settore tessile è
già tramontato da molto tempo in America e la produzione africana era
comunque minima.
Invece in pochi anni è esplosa, e l'analisi di un gruppo di economisti
di recente ha svelato perché: in Kenya, Lesotho e Madagascar hanno
trasferito la produzione decine di grandi gruppi tessili cinesi. Il
capitale e la materia prima vengono dalla madrepatria, ma la manodopera
locale costa meno che a Shanghai o Canton e non c'è più alcun rischio di
dazi, quote o sanzioni commerciali. Poi dicono che a delocalizzare
siamo noi.
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