martedì 15 gennaio 2013
Ripubblicata la "Critica della tolleranza" di Marcuse
Risvolto
La
tolleranza è una buona cosa sempre e comunque? Il grande filosofo e
sociologo Herbert Marcuse non lo crede. Questo libro spiega il suo punto
di vista teorico, quanto mai attuale. Dietro il godibile discorso
filosofico, c'è tutta la critica ferma a quel che oggi chiamiamo il
politicamente corretto a tutti i costi. Il vero problema, secondo
Marcuse, è il grande potere dell'informazione e lo strapotere di chi la
controlla. Ancora una volta l'attualità di questo libro è sorprendente.
Le motivazioni di Marcuse sono chiare e penetranti: oggi l'intervallo
tra parola e azione è diventato brevissimo. Quindi, certe opinioni
regressive o fasciste vanno semplicemente stroncate sul nascere.
SAGGI - Riproposta dall'editore Mimesis la «Critica della tolleranza» di Herbert Marcuse
Genealogia di una democrazia in regime di libertà vigilata
Scritto dal filosofo tedesco negli anni Sessanta, rivela l'attualità nel fornire una chiave di lettura critica del sistema politico Un breve, ma denso scritto che svela il legame pericoloso tra verità e giustizia nel «tardocapitalismo»
APERTURA - Paolo Vernaglione il manifesto 2013.01.02 - 11 CULTURA
«Ad ognuno di noi la teoria e la pratica
oggi prevalenti della tolleranza si sono rivelate dopo attento esame
essere nient'altro che maschere ipocrite per coprire realtà politiche
spaventose». Questo scrivevano Wolff, Marcuse, Moore jr in Critica della
tolleranza, pubblicato nel 1968 nella imprescindibile collana del Nuovo
Politecnico Einaudi.
A rileggere oggi le pagine del filosofo di
Francoforte Herbert Marcuse, autore di Eros e civiltà e L'uomo a una
dimensione, rieditate da Mimesis (Critica della tolleranza, pp. 48, euro
3,90) si prova stupore e rabbia insieme. Grande sorpresa per ciò in cui
errava la scuola di Adorno e Horkheimer quando indicava nella tecnica
lo strumento di oppressione totale e di omologazione nella società dei
consumi. Ma grande rabbia per la lezione di teoria data dagli «eretici»
della rivoluzione europea, la cui eredità non è stata raccolta, è stata
anzi distrutta negli anni della cosiddetta modernizzazione italiana, in
nome della poderosa avanzata dei «diritti proprietari». I residui spuri
di quell'atto di sovversione del pensiero, in cui capitalismo e Stato si
mostravano come gli equivalenti generali dello scambio ineguale tra
imperialismo e sottosviluppo, borghesia e proletariato, autonomia ed
eteronomia della politica, sono stati sotterrati senza ritegno dai
critici dei media informatici in nome della decrescita. Gli stessi che
addebitano al Sessantotto e al Settantasette la produzione dell'
ignorante e buffonesco liberismo in cui abbiamo vissuto gli ultimi
trent'anni.
Si può combattere questa ignobile cultura comune. Basta
evitare toni e argomenti tolleranti, indici della consapevolezza di una
sconfitta per la quale non si finisce mai di pagare. Perchè la
tolleranza che accompagna le democrazie repressive, al di qua della
«sconfitta» racconta la parabola delle società «affluenti» dei
novecenteschi anni Sessanta, trasfromate in territori della libera
repressione costituente. Banalmente si potrebbe utilizzare il concetto
di tolleranza per verificare ex-post lo stato attuale dei movimenti
studenteschi, precari e cognitari, criminalizzati e repressi proprio
perchè praticano riappropriazione di tempi e luoghi che la tollerante
libertà del capitalismo ha precipitato nella devastante crisi
finanziaria. In maniera più articolata e complessa la critica della
tolleranza è utile oggi non tanto per sondare l'interno dei movimenti
occupy, precari e studenteschi, quanto l'esterno dei conflitti per i
beni comuni. Cioè il rapporto con i media, la «gente», l'opinione
corrente, secondo cui una pluralista sobrietà post-populista sarebbe in
grado, al pari dei sacrifici materiali, della non violenza e delle
mediazioni istituzionali, di dileguare l'esteso sentimento impolitico.
Se
non che Marcuse, ma Lenin prima di lui, annota che pluralismo e
tolleranza sono la faccia sobria della violenza primigenia dello Stato
in una società di classe, quella in cui la neutralizzazione delle
differenze sociali si esprime nell'indifferenza di fascisti e comunisti,
socialismo e democrazia, imperialismo e colonizzazione. La logica del
«ma anche» è la parte di senso comune che emerge dal fondo melmoso della
pacificazione sociale, il cui atto costitutivo è, prima della
criminalizzazione della sovversione, quella del pensiero che sovverte,
cioè il fondamento ineliminabile dell'antagonismo. La lezione di Marcuse
consiste nel rintracciare una genealogia delle idee democratiche come
idee conflittuali da opporre a Stuart Mills e alla deduzione della
rivoluzione dalle idee liberali. Sbaglia chi tenta di estrarre dal
liberalismo uno o più elementi di teoria critica. O di imbastire un
nuovo abito antagonista sul solleticante principio della libertà per
tutti. Invece, il movimento di costruzione di alternative al presente
non può che avere a fondamento autonomia e prassi di soggettivazione in
cui coagulano rapporti sociali e rapporti di produzione, su cui vigono
una certa idea di libertà e uno sporco pluralismo.
Nell'orizzonte di
legittimazione dei soggetti antagonisti la lettura di Marcuse è utile
perché mette al centro della teoria la costituzione politica come
produzione di desiderio, cioè come costituzione di un «sé collettivo»
che inizia con la psiche di Freud e finisce con la critica di qualsiasi
«terapeutica» individuale che non tiene conto dell'essere sociale,
cooperativo, linguistico. Qui si mostra in tutta la radicalità una nuova
filosofia, che, a differenza dei marxismi ortodossi delle sinistre
vecchie e nuove, fa comparire l'intreccio inestricabile di prassi
singolare e collettiva, psiche repressa e intelletto cooperativo.
Impedire il confronto tra idee se una delle due è stupida e sobriamente
travestita da verità, è benefica prassi, «antecedente a qualsiasi
criterio costituzionale e legale che sia istituìto e applicato». Ciò
permette di individuare il pericolo insito nell' «età post-fascista», in
cui Resistenza e Salò, stragi di Stato e Lotta armata, NoTav e Alba
Dorata sono violenze uguali e contrarie e uguali fenomeni di rifiuto.
Citando Sartre che cita Fanon, Marcuse sovverte, nella genealogia del
dire la verità «tutta intera», questo atto illecito del pensiero,
compiuto in nome della più antica violenza del potere. Si tratta della
prassi in cui il dire-il-vero è divenuto umano. Storia e verità dunque
non si contraddicono più in nome della libertà di pensiero, ma si
neutralizzano a partire da un presupposto condiviso: il pensiero della
libertà, che è pensiero del comune, che nessun potere e nessun sapere
sono in grado di assoggettare.
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