La filosofia ridotta a post-it o a una serie di frasi criptiche che nulla dicono della realtà contemporanea. La ricezione statunitense di autori eterogenei come Jacques Derrida, Gilles Deleuze, Michel Foucault, Paul Virilio, Bruno Latour ha privilegiato una semplificazione a colpi di parole stereotipate e decontestualizzate. La «French Theory» può essere tranquillamente sintetizzata così. Non è dato sapere la reazione degli autori interessati da tale operazione. È noto che Derrida abbia soggiornato più volte negli Stati Uniti. Così come sono noti alcuni seminari tenuti da Foucault. Poco conosciuti sono gli scritti in cui ironizzano la riduzione del loro percorso teorico a una successione di post-it. Il volume di François Cusset è però importante laddove sottolinea due aspetti. Il primo è la depoliticizzazione alimentata dalla cosiddetta «French Theory». La seconda è che rispetto ai testi - pochi - tradotti negli Stati Uniti, gli stessi autori avevano preso, senza clamore, congedo, indirizzando la loro riflessione su altri terreni.
martedì 15 gennaio 2013
Ancora sulla "French Theory". Il manifesto sempre succube di una ideologia della Guerra Fredda culturale
Quel pastiche addomesticato
Tradotto il saggio di François Cusset sulla «French Theory». Un testo sulla ricezione accademica statunitense dell'opera di alcuni filosofi francesi. Una ricostruzione che aiuta a ripensare criticamente il ruolo del radicalismo politico americano Le tesi di autori tra loro così diversi assemblate come un improbabile corpus teorico L'emergere di uno stile enunciativo assertivo teso a legittimare politiche delle identità e del riconoscimento
APERTURA - Massimiliano Guareschi il manifesto 2013.01.04 - 10 CULTURA
Ascoltare un angloparlante che cita Foucault è
spesso un'esperienza straniante. Magari il nostro interlocutore si sta
soffermando su testi che ben conosciamo, e che tuttavia possiamo
stentare a riconoscere nelle sue parole. Concetti che ci sono sempre
apparsi problematici assumono la veste di asserzioni nette e perentorie.
La tentazione immediata è quella di attribuire tale effetto alla
potenza formatrice della lingua. Come noto, gli anglofoni dicono
assertivamente «is» mentre in altre lingue, specie in quelle romanze
come l'italiano, l'inerenza del predicato al soggetto tende a essere
espressa attraverso forme verbali più circostanziate e vaghe. Quando poi
entra in gioco il termine «power», per loro è tutto chiaro, mentre noi
immediatamente ci chiediamo se si sta parlando di potere, potenza,
autorità, influenza, pressione ecc. Detto ciò, per comprendere il motivo
per cui una serie di autori francesi del tardo Novecento ci appaiono
così diversi da come pensiamo di conoscerli quando a parlare di loro
sono studiosi di provenienza statunitense, o comunque interni ai
circuiti accademici a dominanza culturale nordamericana, è senza dubbio
necessario non limitarsi a una risposta incentrata sul determinismo
linguistico. E per farlo il volume di François Cusset dal titolo French
Theory. Foucault, Derrida, Deleuze and Co. all'assalto dell'America (il
Saggiatore, pp. 426, euro 28) si rivela una strumento prezioso.
Che
cos'è la French Theory? «Una pratica americana», rispondeva Sylvère
Lotringere, animatore di imprese editoriali quali Semiotext(e) e
Autonomedia che hanno svolto un ruolo fondamentale nella ricezione
statunitense di autori come Gilles Deleuze, Felix Guattari, Michel
Foucault, Baudrillard o Paul Virilio. Più in dettaglio, con la formula
si intende il progressivo affermarsi, nelle università statunitensi, di
un corpus così denominato che raccoglie una serie di autori francesi
affermatisi nel secondo dopoguerra, nella fase successiva a quella
egemonizzata da Sartre e dai fasti dell'esistenzialismo.
L'artefatto del declino
Ovviamente,
sulla base dei criteri della storia della filosofia, unire sotto la
stessa etichetta il marxismo strutturalista di Althusser e il tortuoso
percorso teorico di Foucault, il sensazionalismo apocalittico di
Baudrillard e la sociologia della scienza di Latour, l'elusione della
filosofia nella pratica della scrittura di Derrida o la filosofia,
pervicacemente rivendicata come tale, di Deleuze può apparire una
forzatura al limite del non senso. E tuttavia, al di là della sua
implausibilità teorica, l'artefatto French Theory esiste, in quanto
corpus di testi, problemi, stilemi, percepito come tale sia da coloro
che a esso si richiamano sia da chi lo stigmatizza come principale
responsabile della decadenza della cultura e dei costumi americani. Da
questo punto di vista, Cusset procede in una prospettiva di sociologia
della cultura, tenendo fermo il carattere prettamente americano
dell'oggetto French Teory, interrogandosi non tanto sulla sua coerenza
teorica o il grado di fedeltà al pensiero degli autori a cui fa
riferimento quanto sulle modalità e i passaggi storici attraverso i
quali una serie di nomi propri si è costituita come canone e sulle sue
ricadute politiche e culturali.
Tutto inizia con un convegno tenuto
nel 1966 alla Johns Hopkins, a cui partecipa un ampio spettro di
pensatori francesi, da Lacan a Derrida passando per Barthes e Girard,
dal quale si genererà l'etichetta «poststrutturalismo». Poi si avrà la
vicenda della ricezione statunitense di Jacques Derrida, che procurerà
una fama al filosofo francese che non trova riscontri nel Vecchio
continente. Già in questo caso, emerge un tratto che si rivelerà una
costante nelle avventure della French Theory. A manifestare interesse
verso l'autore di La scrittura e la differenza sono i dipartimenti di
letteratura e non, come ci si sarebbe potuto aspettare, quelli di
filosofia. In questi ultimi, infatti, dominava (e domina tuttora) una
stretta aderenza al modello analitico, per il quale da Hegel in poi, se
non addirittura da Kant, gli approcci filosofici rubricati come
continentali altro non sarebbero se non fumisterie metafisiche o un
incessante interrogazione su problemi mal posti o risolvibili attraverso
l'analisi della proposizione. A ciò si potrebbe aggiungere che in
ambito sociologico l'egemonia del funzionalismo e degli approcci
quantitativi non costituiva certo il contesto ideale per l'affermazione
di problematiche passibili di suscitare perplessità in termini di
scientificità.
All'interno di tale paesaggio, non stupisce che ai
dipartimenti di letteratura e inglese sia stata consegnata negli Stati
uniti la funzione di luogo per eccellenza di elaborazione di saperi di
sintesi, di ambito privilegiato di generalizzazione e di presa di
posizione sul presente che in altri contesti spetta ai dipartimenti di
filosofia e scienze sociali. Cusset ricostruisce i principali passaggi
in cui, all'interno dell'enciclopedia americana, il campo letterario
afferma una particolare vocazione egemonica in cui all'impegno teoretico
si accompagna una postura critica, anche se spesso di tipo elitario o
paternalistico, nei confronti della cultura di massa o degli imperativi
utilitaristici, lungo un itinerario che dagli arnoldiani giunge fino ai
«New Critics». Ed è proprio il testualismo di questi ultimi che dissoda
il terreno per la ricezione/elaborazione della French Theory. In tal
senso, l'innesto di nuovi schemi teorici, in primis la decostruzione
derridiana, permette al primato letterario di riconfigurarsi in termini
«colonizzatori» attraverso la diffusione di una prospettiva
pan-narrativista: se ogni disciplina si esprime attraverso retoriche e
narrazioni, se tutto è letteratura, gli strumenti dell'analisi
letteraria si propongono come metadiscorso in grado di entrare
criticamente, relativizzandoli, nei discorsi dei vari specialismi, dal
diritto alla storia, dalla scienza alla filosofia.
Una sinistra da campus
Cusset
colloca l'insediamento della French Theory in una precisa congiuntura
politica, collocabile a partire dalla seconda metà degli anni Settanta.
Con l'esaurirsi della spinta del Mouvement e della controcultura, la
dissidenza manifesta la tendenza a ridefinirsi, nel contesto
universitario, in termini di politica dell'identità e dello stile di
vita. Nello spazio separato - socialmente e geograficamente - del campus
(una sorta di versione friendly dell'istituzione totale) la militanza
assume forme esclusivamente culturali. Il materialismo testuale, che in
autori come Paul de Man si caratterizzava in termini di gioco
ermeneutico si carica così di una immediata politicità e la critica
all'oggettivismo, sulla scorta di Derrida, Lacan o Foucault, si muta in
denuncia dell'ubiquo imperialismo del «fallologocentrismo» del maschio
bianco. Un autore come Baudrillard, scarsamente preso sul serio in
Europa o in altre parti del mondo, viene investito dell'improbabile
ruolo di fustigatore di un universo simulatorio e mediatico che si
sarebbe sovrapposto al mondo reale. Il concetto di lingua minore
proposto da Deleuze e Guattari diviene il fulcro per rivendicazioni
identitarie di tipo minoritario, in termini che difficilmente avrebbero
incontrato il consenso degli autori di Mille piani. La differenza o
differanza, svolge un ruolo fondamentale nell'elaborazione delle
posizioni differenzialiste del pensiero femminista e dei gender studies,
con esiti spesso reificanti e sostanzialisti, nei confronti dei quali
reagiranno le punte più avanzate dei queers tudies o del
cyberfemminismo. Accanto ai dipartimenti di letteratura, infatti, sono
quelli di cultural studies a costituire il principale veicolo di
circolazione della French Theory, attraverso la costituzione
proliferante di una serie di campi (i chicanos studies contrapposti ai
mexican studies) in cui esigenze politiche identitarie si coniugano a
strategie di differenziazione/concorrenza accademica. Per una sorta di
nemesi, il reietto Hegel, del quale tutti invitano a sbarazzarsi, sembra
regnare sovrano, in una lotta per il riconoscimento, di sè, del gruppo
di appartenenza, dei torti del passato, del presente e del futuro, in
cui non sembra esserci spazio per altre istanze politiche. Indicativa,
in proposito è anche la parabola dei cultural studies dedicati
all'analisi della cultura pop e dei consumi, in cui il ricercatore
sembra spesso rassicurarsi circa il proprio posizionamento politico
attribuendo una valenza di resistenza alle scelte in materia di
abbigliamento, culto dei brand o fruizione dei media.
L'intera
ricerca di Cusset è percorsa da un'interrogazione: come si è potuta
verificare una totale autoreferenzialità del radicalismo politico
statunitense, integralmente consegnato a un ripiegamento testualista e a
una dimensione di posizionamento accademico o di conflitto sulla
determinazione del canone? Ma, soprattutto, come ciò è potuto avvenire
assumendo come referenti autori spesso associati, ad altre latitudini, a
un ripensamento del conflitto e della trasformazione sociale? Per
Cusset a incidere è stata, in primo luogo, la realtà separata del
università che, unita alla debolezza della sfera pubblica e alla
mancanza di strutture politiche di sinistra radicate che potessero
svolgere una funzione di referente e di mediazione con il mondo sociale,
avrebbe condannato il radicalismo da campus a una dimensione verbale e
verbosa, del tutto aliena da contatti con poste in gioco politiche e
sociali collocate al di fuori dell'ambito culturale. Più nello specifico
del ruolo della French Theory, poi, si sottolinea come la ricezione di
una serie di autori francesi all'interno dei dipartimenti di letteratura
abbia avuto la conseguenza di selezionare alcuni aspetti del loro
pensiero svincolandoli dal quadro filosofico e politico all'interno dei
quali erano stati concepiti. A ciò si aggiungerebbe, poi, il fatto che
il principale tramite per la conoscenza della teoria francese sarebbe
stato rappresentato soprattutto dai reader, da sillogi dedicate ad
autori e correnti che avrebbero selezionato e gerarchizzato i testi
collocandoli all'interno di cornici problematiche che ne avrebbero
sovradeterminato la ricezione.
Verbosi narcisi
Dal
punto di vista politico, il bilancio della French Theory tracciato da
Cusset appare decisamente negativo. In sintesi, essa avrebbe contribuito
ad anestetizare alcuni dei percorsi politico-teorici più radicali del
tardo Novecento finalizzandoli alla legittimazione di una pletora di
generi e sottogeneri accademici in uno strano mix cui presunzione,
narcisismo ed estremismo verbale fanno da contraltare all'impotenza
politica. La diagnosi di Cusset, pur per molti versi condivisibile
potrebbe apparire ingenerosa. Ma il punto non è questo. French Theory è
uscito in Francia nel 2005. Manca quindi un capitolo, relativo al
movimento Occupy, che presumibilmente avrebbe rappresentato l'occasione
non per una semplice mise à jour dei temi del libro ma per introdurre un
mutamento di prospettiva. All'interno di quelle mobilitazioni, infatti,
temi, spunti e parole d'ordine riconducibili a Foucault, Deleuze o
Derrida hanno svolto un ruolo decisivo, e non certo nei termini
disincarnati e testualisti della campus left. A partire da ciò, ci sono
tutti gli elementi per riaprire un'interrogazione a proposito degli
effetti della French Theory sul radicalismo statunitense.
SPIRITO DEL TEMPO
Opere critiche rinchiuse nei campus universitari
La filosofia ridotta a post-it o a una serie di frasi criptiche che nulla dicono della realtà contemporanea. La ricezione statunitense di autori eterogenei come Jacques Derrida, Gilles Deleuze, Michel Foucault, Paul Virilio, Bruno Latour ha privilegiato una semplificazione a colpi di parole stereotipate e decontestualizzate. La «French Theory» può essere tranquillamente sintetizzata così. Non è dato sapere la reazione degli autori interessati da tale operazione. È noto che Derrida abbia soggiornato più volte negli Stati Uniti. Così come sono noti alcuni seminari tenuti da Foucault. Poco conosciuti sono gli scritti in cui ironizzano la riduzione del loro percorso teorico a una successione di post-it. Il volume di François Cusset è però importante laddove sottolinea due aspetti. Il primo è la depoliticizzazione alimentata dalla cosiddetta «French Theory». La seconda è che rispetto ai testi - pochi - tradotti negli Stati Uniti, gli stessi autori avevano preso, senza clamore, congedo, indirizzando la loro riflessione su altri terreni.
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