lunedì 21 gennaio 2013
Un notevole numero di banalità sull'arte
Risvolto
From the best-selling author of Sexual Personae and Break, Blow, Burn
and one of our most acclaimed cultural critics, here is an enthralling
journey through Western art’s defining moments, from the ancient
Egyptian tomb of Queen Nefertari to George Lucas’s volcano planet duel
in Revenge of the Sith.America’s premier intellectual
provocateur returns to the subject that brought her fame, the great
themes of Western art. Passionately argued, brilliantly written, and
filled with Paglia’s trademark audacity, Glittering Images takes
us on a tour through more than two dozen seminal images, some famous and
some obscure or unknown—paintings, sculptures, architectural styles,
performance pieces, and digital art that have defined and transformed
our visual world. She combines close analysis with background
information that situates each artist and image within its historical
context—from the stone idols of the Cyclades to an elegant French rococo
interior to Jackson Pollock’s abstract Green Silver to Renée Cox’s daring performance piece Chillin’ with Liberty.
And in a stunning conclusion, she declares that the avant-garde
tradition is dead and that digital pioneer George Lucas is the world’s
greatest living artist. Written with energy, erudition, and wit, Glittering Images is destined to change the way we think about our high-tech visual environment.
Perché la religione può ancora salvare la nostra cultura
Le fedi sono vasti sistemi di simboli che parlano di noi Da qui le arti visive devono ripartire, evitando il kitsch
di Camille Paglia Repubblica 20.1.13
L’arte è un matrimonio tra l’ideale e il reale. La creazione artistica è una branca dell’artigianato. Gli artisti sono degli artigiani, più vicini ai falegnami e ai saldatori di quanto non lo siano agli intellettuali e agli accademici, con la loro gonfia retorica autoreferenziale. L’arte usa i sensi e parla ai sensi. Affonda le sue radici nel mondo fisico tangibile. Il post- strutturalismo, con le sue origini linguistiche francesi, ha l’ossessione delle parole e per questo è incompetente a illuminare qualsiasi forma artistica al di fuori della letteratura. Il discorso sull’arte deve avvicinarsi ad essa e descriverla nei suoi stessi termini. Bisogna trovare un delicato equilibrio tra il mondo visibile e quello invisibile. Chi subordina l’arte all’agenda politica contemporanea è altrettanto colpevole di rigido letteralismo e di propaganda quanto un qualsiasi predicatore vittoriano o un burocrate stalinista.
Una delle ragioni dell’odierna marginalizzazione delle belle arti è che gli artisti si rivolgono troppo spesso ad altri artisti e hanno perso il contatto con la gente comune, di cui disprezzano e sbeffeggiano i gusti e i valori. La maggior parte degli artisti americani sono dei progressisti che hanno un contatto minimo se non nullo con chi la pensa in modo opposto al loro. Il progressismo militante anti-establishment e sostenitore della libertà di espressione degli anni Sessanta (con il quale mi identifico fortemente) si è trasformato nell’utopico mondo ideale della classe dei professionisti agiati, con i suoi vaghi impulsi filantropici e una strana passività nei confronti di un governo tronfio e autoritario.
Un’ortodossia monolitica ha abbandonato gli artisti in un ghetto di opinioni scontate e li ha tagliati fuori dalle idee fresche. Nulla è più trito del dogma progressista secondo il quale un valore scioccante conferisce automaticamente importanza a un’opera d’arte. L’ultima volta in cui è stato vero fu forse alla fine degli anni Settanta, con le fotografie omoerotiche e sadomasochistiche di Robert Mapplethorpe. Ma la cultura è andata avanti. Nel Ventunesimo secolo, cerchiamo il significato, non il suo sovvertimento.
Anche i conservatori, a loro volta, hanno peccato contro la cultura. Nonostante i loro squilli di tromba per un ritorno dell’educazione al canone occidentale, si sono comportati come dei filistei di provincia rispetto alle arti visive. Anche se ci sono molti critici d’arte sofisticati tra gli urban conservatives, lo slancio del movimento conservatore americano si è alimentato soprattutto nelle regioni agrarie in cui prospera il cristianesimo evangelico. Il protestantesimo ha una storia di iconoclastia: durante la Riforma nel nord Europa, le statue delle chiese e le vetrate colorate furono sistematicamente distrutte in quanto idolatriche. Rispetto al cattolicesimo romano, così ricco d’arte, il protestantesimo americano tradizionale è visivamente impoverito. Le sue immagini di Gesù come buon pastore sono spesso artisticamente così deboli da rasentare il kitsch. La maggior parte dei conservatori opera in un clima che è indifferente o ostile nei confronti dell’arte. I principali scrittori e critici conservatori sembrano ciechi davanti all’intricata interconnessione di arte e politica nell’antica Grecia che inventò la democrazia. Il nudo, basato sullo studio scientifico dell’anatomia, è stato il grande simbolo dell’individualismo occidentale che ci hanno lasciato in eredità i greci, ma i conservatori cristiani non permetterebbero mai di esibire nelle scuole pubbliche gli eroici nudi dell’arte occidentale. Il puritanesimo americano indugia nel sospetto conservatore che ci sia una stregoneria nella bellezza.
D’altro canto, una quantità enorme della migliore arte occidentale è stata intensamente religiosa e i progressisti, i quali hanno voluto che si togliessero i presepi dalle piazze, obietterebbero a loro volta sull’istruzione dottrinale necessaria per presentare l’iconografia cristiana nella scuola pubblica. Per questo l’educazione artistica viene ostacolata negli Stati Uniti, vittima del fuoco incrociato della politica. Benché io sia atea, rispetto tutte le religioni e le prendo seriamente, come vasti sistemi di simboli che contengono una verità profonda sull’esistenza umana. Anche se nel suo nome si è fatto del male, la religione è stata una forza enorme di civilizzazione nella storia del mondo. Schernire la religione è una cosa puerile, sintomatica di un’immaginazione rachitica. Eppure, questa posizione cinica è diventata di rigore nel mondo artistico, un ulteriore motivo della banale superficialità di tanta arte contemporanea a cui non è rimasta nessuna grande idea.
(Traduzione Luis E. Moriones)
Quando Dio rimane senza l’arte
Il contemporaneo “usa” il sacro solo per provocare La Chiesa tenta di tornare committente del bello Ma la nuova estetica laica, intanto, cancella il canone occidentale rendendo illeggibili le opere di ieri
di Maurizio Ferraris Repubblica 20.1.13
Come immaginate il vostro funerale? Pensiamo a una cerimonia civile:
discorsi, più o meno improvvisati, magari degli applausi, ricordi
commossi, ma probabilmente prevarrà l’estemporaneo: non ci sarà un rito
organizzato, una forma che renda sopportabile il dolore. Passiamo ora
alla cerimonia religiosa: siamo sicuri che le cose oggi andrebbero in
modo diverso? Pensiamo al rito, alle parole, ai gesti consolidati da
tradizioni millenarie. Però pensiamo a quello che c’è intorno: una
chiesa brutta, con brutti arredi, brutti addobbi, brutti paramenti.
L’esperimento del funerale è un modo un po’ estremo, ma che alla fine (è
il caso di dirlo) riguarderà tutti, per vedere le difficoltà dell’arte
sacra confusa in un’arte profana che, a sua volta, non attraversa
momenti felicissimi.
Da cosa dipende? Camille Paglia, in Glittering Images: A Journey Through
Art from Egypt to Star Wars, parla di una crisi dello spirito. Sono
passati i tempi delle cattedrali e la religione non è più un tema
dell’arte. Questo si manifesta a livello macroscopico, secondo Paglia,
come oblio del canone (non riesci a leggere un’annunciazione o una fuga
in Egitto perché non sai di cosa si parla). A questo aggiungerei un
cambio di committenza, dalla Chiesa alle amministrazioni pubbliche, per
cui gli artisti devono simulare degli interessi sociali proprio come un
tempo dovevano simulare degli interessi religiosi. E il pubblico non
vede più l’arte in chiesa, ma nelle mostre, richiamato dai media. Il
risultato è che le uniche occasioni in cui si parla di sacro nell’arte è
nella provocazione, dal Piss Christ di Serrano, alla rana crocifissa di
Kippenberger, al Wojtyla schiantato da un meteorite di Cattelan.
Per contrastare questa tendenza la Chiesa cattolica cerca di recuperare
un rapporto con l’arte che non sia di subalternità o di mimesi,
progettando un padiglione del Vaticano alla Biennale di Venezia o
facendo intervenire artisti contemporanei nelle chiese antiche, come
l’altare di Parmeggiani nel duomo di Reggio Emilia, la sedia vescovile
di Kounellis, il candelabro di Spalletti. Con risultati non garantiti,
perché le difficoltà di un’arte sacra sono il sintomo più acuto di una
difficoltà dell’arte in generale che — come hanno sottolineato
recentemente commentatori autorevoli ancorché conservatori come Marc
Fumaroli, Jean Clair o Roger Scruton — sembra realizzare in grande stile
la profezia di Nietzsche sull’umanità dopo Copernico, che «rotola via
verso la x», senza un fine e senza un orientamento.
Ora, non ci vuol molto a vedere che molti settori dell’arte
contemporanea sono in crisi, così come non ci vuol molto a vedere che il
“ritorno alla religione” di cui si è parlato da vent’anni a questa
parte è stato sotto molti aspetti un fuoco fatuo, a cui non è
corrisposto nulla, per esempio, nel cambiamento del costume e delle
credenze, che rimangono in tutto e per tutto secolari. Tuttavia, trovo
troppo semplice e riduttivo stabilire (come fa Paglia) un rapporto
diretto tra crisi spirituale e cristi estetica. La relazione c’è, ma,
semmai, è inversa: è proprio l’iper-spiritualizzazione dell’arte,
diventata concettuale, che ne ha causato la crisi estetica. È un
fenomeno che aveva colto molto bene Hegel: mentre con l’arte classica
degli antichi si sviluppa una «religione estetica» caratterizzata da una
piena corrispondenza tra forma e contenuto, nell’arte romantica dei
moderni il contenuto (lo spirito, il concetto) prevale sulla forma.
Cristo in croce non è bello a vedersi, importa per il suo significato
spirituale, ed è qui, in questa estrema concettualità, che abbiamo il
più potente antefatto di Duchamp.
Tutta l’arte romantica, e i suoi eredi, le avanguardie, che non a caso
hanno luogo in larghissima prevalenza nel mondo cristiano (non ci sono
avanguardie islamiche, ebraiche, confuciane, taoiste o induiste, che io
sappia) sviluppano questa vocazione arci-spirituale. Sostenere, come fa
l’arte visiva contemporanea, che la bellezza non è al centro dei suoi
pensieri, è una dichiarazione di iper-concettualità. Non è vero, come
sempre si ripete a partire da Benjamin, che nell’epoca della sua
riproducibilità tecnica l’arte ha perso l’aura derivante dall’unicità.
Quello che è successo è esattamente il contrario, l’opera d’arte è oggi
essenzialmente opera d’aura, il risultato di una consacrazione tutta
spirituale per cui un oggetto qualunque si trasforma in opera, i musei
si trasformano in templi, e i visitatori in pellegrini e penitenti.
Assumere, come nel ready made, che qualunque cosa, se esposta in un
luogo propizio e con la ritualità adatta, può diventare un’opera d’arte,
significa trasferire nella produzione artistica la transustanziazione,
dove l’artista consacra l’oggetto qualunque, trasfigurandolo in opera,
attraverso la lettura di un testo devozionale scritto dal cri-
tico. Dunque è vero che non c’è più arte sacra (dove si intenda: di
soggetto sacro) e che non si sanno più costruire delle belle chiese. Ma
nelle nuove e spesso bellissime cattedrali, i musei, si assiste a una
adorazione perpetua.
So bene che a questa interpretazione si potrà sempre obiettare che
“concettuale” non equivale a “spirituale”, che lo spirito può essere
mistero e rivelazione, mentre il concetto è trasparenza, chiarezza,
spesso anche gioco futile. E che l’aura delle opere concettuali è
un’aura di plastica. Certo, ma il problema è che per restaurare il mito,
magari per creare una “nuova mitologia” come sognavano due secoli fa i
romantici, non basta la volontà, buona o cattiva che sia. In fondo, la
storia è già tutta scritta in Guerra e pace: alla vigilia della
battaglia di Borodino, Napoleone, l’imperatore borghese e illuminista,
contempla il quadro di suo figlio, il Re di Roma. Il suo avversario,
Kutusov, si inginocchia di fronte alle icone. L’esito della battaglia
sarà incerto, quello della guerra disastroso per Napoleone. Ma alla
lunga, nei due secoli che ci separano da Borodino, sono stati proprio i
princìpi di Napoleone ad aver avuto la meglio. Siamo oggi più in grado
di vedere i limiti di quei princìpi, nell’arte come nell’economia e
nella politica, così come nell’incoerenza e nella scissione che
attraversa la vita di tutti noi. Ma siamo anche consapevoli (o almeno
questa è la mia fermissima convinzione) che la spiritualità e il divino
di cui si invoca il ritorno sono legati a una potenza arcaica che
dobbiamo riconoscere, ma con cui non possiamo conciliarci se non in
forma illusoria, sacrificando i valori, i meriti — e ovviamente anche i
dolori — della modernità.
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