di Edoardo Segantini Corriere 18.1.13
Prima è stata la fabbrica del mondo, e in parte ancora lo è, anche se grandi aziende americane stanno riportando la produzione in patria. Poi la Cina è diventata, oltre che gigantesco opificio dickensiano, anche laboratorio, centro di ricerca, sede di progettazione planetaria. E da «leader di costo» si è trasformata in un temibile «leader di qualità», che alla «forza-lavoro» tradizionale aggiunge una quota imponente di «cervello-lavoro» per diventare sempre più competitiva.
Si può leggere in questa luce l'inchiesta del New York Times secondo cui il prossimo boom made in China sarà quello dei laureati: e in una misura mai vista prima. I numeri sono impressionanti. Pechino investe 250 miliardi di dollari l'anno in capitale umano, con un piano nazionale di istruzione che va dalle campagne alle città. Nell'ultimo decennio il Paese ha visto raddoppiare le università, che oggi sono circa 2.500, mentre il numero dei laureati è quadruplicato, raggiungendo quota 8 milioni l'anno. Nel 1996, solo un diciassettenne su sei si diplomava, più o meno la stessa percentuale degli Stati Uniti nel 1919. Oggi si diplomano tre su cinque, come nell'America degli anni Cinquanta. Di questo passo, entro il decennio, la Cina conterà 195 milioni di laureati contro 120 milioni di laureati americani.
Il boom porrà in primo luogo una sfida al potere di Pechino, perché la diffusione della cultura porterà come un'onda la richiesta di più democrazia. Ma riguarda anche noi. Perché, è vero, quantità non significa qualità. Ma la considerazione non consola. Le università cinesi miglioreranno e la motivazione del potere e della gente è fortissima. Basta andare in una qualsiasi università americana o al Politecnico di Torino per vedere con i propri occhi l'impegno con cui si applicano gli studenti cinesi; e per capire che l'Occidente deve affrontare una sfida che si gioca sui luoghi di lavoro ma anche, e soprattutto, sui banchi di scuola. Certe posizioni ottocentesche, di chi in Europa e in Italia si oppone al rinnovamento della scuola, come se il confronto globale non esistesse, sono ormai quasi patetiche.
Un altro (piccolo) balzo. Riparte l'economia cinese
Inversione di tendenza nell'ultimo trimestre del 2012 Il Paese torna a crescere, ma la forza lavoro è ai minimi
di Paolo Salom Corriere 19.1.13
PECHINO — Il piccolo balzo in avanti. La Cina chiude il 2012 con una crescita media del Prodotto interno lordo (Pil) del 7,8%, un risultato che riporta le lancette dell'economia indietro di 13 anni. E tuttavia ci sono ragioni di ottimismo. Perché, spiega l'Ufficio nazionale di statistica nel suo rapporto annuale, l'ultimo trimestre ha visto una crescita del 7,9% quando a metà anno gli indici avevano segnato un timido 7,4% con timori per il futuro (e un obiettivo ufficiale fissato al 7,5%: nel 2011 la crescita era stata del 9,3%). «La nostra economia si sta stabilizzando», fa sapere il direttore dell'Ufficio Ma Jiantang. Buone notizie, insomma, almeno sul fronte orientale. Tali da infondere ottimismo alle diverse Borse asiatiche che si sono trovate in terreno positivo soprattutto sull'onda delle novità in arrivo da Pechino.
Sempre secondo le statistiche ufficiali, questa inversione di tendenza negli ultimi tre mesi è dovuta soprattutto a due fenomeni. Da una parte i rinnovati, massicci investimenti del governo centrale nelle infrastrutture (ferrovie, strade, metropolitane) e dall'altra una politica monetaria più «indulgente» hanno favorito la ripresa di attività e consumi, spingendo verso l'alto gli indici.
E questo nonostante, per la prima volta nella sua Storia recente, la Cina abbia visto una contrazione della sua forza lavoro, dovuta ovviamente alla ultradecennale politica sul figlio unico: i cinesi compresi nella fascia di età tra i 15 e i 59 anni, infatti, sono diminuiti di 3,45 milioni, portando il totale a 937,37 milioni. Ciononostante, gli occupati (per via della migrazione interna) sono complessivamente aumentati così come i consumi interni, per quanto i bassi redditi medi dei cinesi non abbiano consentito di bilanciare del tutto il calo delle esportazioni dovuto alla crisi in corso in gran parte del mondo.
Naturalmente non mancano i timori: c'è chi esprime dubbi sulla tenuta dell'economia cinese nel lungo periodo. In particolare si pensa a una possibile bolla immobiliare o a una crisi a livello locale visto che il governo centrale ha posto limiti alla possibilità delle province di indebitarsi pur di completare il piano di crescita assegnato. Un altro problema è quello della disparità di reddito, per quanto — secondo i numeri ufficiali presentati in conferenza stampa da Ma Jiantang — il coefficiente Gini (inventato dallo studioso italiano Corrado Gini) è sceso a 0,474 dallo 0,477 del 2011 (il numero è compreso tra 0 e 1 e, quanto più si avvicina allo zero, tanto più indica armonia: l'obbiettivo per la Cina è 0,4).
Il tasto della disparità è molto sentito. È la prima volta in dieci anni che vengono forniti dati «ufficiali» che in parte contraddicono una percezione reale delle disparità da parte della popolazione, così come è riportata dai media del Paese. Ma avvicinandosi il cambio al vertice dello Stato — a marzo Hu Jintao dovrebbe passare a Xi Jinping l'ultima carica rimasta, quella di presidente, mentre Li Keqiang dovrebbe prendere il posto di Wen Jiabao a capo del governo — la Cina ha bisogno di stabilità e «pace sociale». Condizioni che soltanto una crescita sostenuta ma «non eccessiva» può garantire perché capace di raffreddare l'inflazione, vera nemica dei redditi medio-bassi. «I leader cinesi — ha detto Zhang Zhiwei, economista della Nomura, al Wall Street Journal — si concentreranno proprio sul controllo dei rischi di una finanza facile e sull'inflazione piuttosto che spingere ancor di più l'acceleratore dell'economia». Zhang si aspetta che il Pil della Repubblica Popolare cresca dell'8% nella prima metà del 2013 per poi attestarsi al 7,3 nella seconda metà dell'anno. Numeri quasi modesti per la Cina, e tuttavia adatti a mantenere stabile il Paese. Numeri comunque che per noi, in Occidente, restano un sogno.
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