mercoledì 13 febbraio 2013
Ancora su filosofia e politica
Senza metafisica non esiste politica
di Franca D’Agostini Repubblica 13.2.13
Perché
Machiavelli piace ai filosofi tardo-moderni o postmoderni (se è lecito
ancora usare questa espressione, estremamente equivoca)? Semplice:
perché è il filosofo che emancipa la politica dalla filosofia, e la
lascia viaggiare da sola, sulle ali del potere. L’ha ricordato Giancarlo
Bosetti su Repubblica del 22 gennaio, citando Gramsci (la grande
“rivoluzione intellettuale” dell’autonomia della politica), e Isaiah
Berlin (crollo definitivo della philosophia perennis, e ingresso
nell’era del pluralismo postfilosofico). Ma forse è proprio il duplice
mito dell’autonomia della politica, e della fine della philosophia
perennis, ciò a cui dobbiamo rinunciare. In fin dei conti Machiavelli
(come Carl Schmitt) fu un grande analista del potere come coercizione,
ma ciò di cui parlava era il potere oligarchico, o monocratico. Mentre
sappiamo che in democrazia (che è “government by discussion”) il potere è
anzitutto pensiero (e ragionamento, e discorso).
Due libri appena
usciti rovesciano il paradigma machiavelliano, e rilanciano l’idea del
legame strettissimo, anzi quasi inestricabile, tra filosofia (proprio
quella philosophia perennis che a Berlin non piaceva) e politica
democratica. Il primo è Resisting Reality, di Sally Haslanger,
epistemologa sociale dell’Mit (Oxford University Press), e il secondo è
Disputandum est. La passione per la verità nel discorso pubblicodi
Antonella Besussi, filosofa della politica alla Statale di Milano
(Bollati Boringhieri). Haslanger applica i risultati della metafisica
analitica alle questioni di giustizia. Il punto di partenza è la
denuncia del clamoroso e in certo modo ingenuo fraintendimento che ha
portato a pensare alle teorie costruttiviste della conoscenza come
teorie che annientavano la realtà, sottoponendola a qualche oscura forza
modellante (il potere, la soggettività, il linguaggio, gli schemi
concettuali). Questo fraintendimento è stato caratteristico tanto dei
critici del costruzionismo quanto di alcuni suoi sostenitori. Si veda
per esempio la professione di antirealismo da parte di alcuni settori
del femminismo (il concetto di realtà come residuo di una metafisica
“logocentrica”), a cui giustamente rispondeva nel 1987 Catharine
MacKinnon, ricordando che sbarazzarsi del riferimento alla realtà per i
soggetti politici che ne subiscono gli urti è suicida oltre che assurdo.
Dice
Haslanger, la nozione di costruzione sociale (o epistemica) ha da Kant
in avanti una funzione critica molto precisa: serve a discutere quelle
metafisiche perverse che danno per scontato che essere un afroamericano,
un omosessuale, una donna, comporti alcune conseguenze date e non
negoziabili, e vincoli perciò i portatori di tali determinazioni a
subire una serie di condizioni socialmente inique. Ma certo, se ci si
sbarazza della metafisica, ovvero della riflessione su che cosa è un
omosessuale, una donna, o in generale che cosa è un essere umano, la
revisione delle idee condivise su queste “costruzioni” diventa
impossibile.
Per esempio, l’aggancio della decisione politica alla
discussione sulle “credenze prime e ultime”, come dice Besussi, potrebbe
servirci per capire bene che la tesi secondo cui la famiglia richiede
l’alleanza uomo-donna non ha più reali fondamenti in quel che sappiamo
degli uomini, delle donne, e delle relazioni tra gli uni e le altre.
Certo, si può continuare a sostenerla, ma allora deve essere chiaro che
lo si fa per pure questioni di potere (per esempio, per favorire una
parte politica che figura come espressione di una metafisica dogmatica),
e non perché la tesi in questione sia (creduta) vera.
La proposta di
Besussi, detto in breve (perché il libro è ricco di argomenti ed
esemplificazioni) va in direzione di una “normatività non
autosufficiente”. Nota Besussi che la nostra cultura politica si è come
inchiodata a ciò che si chiamerebbe la strategia della separazione
(estensione del famoso principio di Bökenförde, per cui lo Stato laico
non ha fondamenti e non vuole averne). «Il caso esemplare è
rappresentato dalle guerre civili europee tra cattolici e protestanti.
Chiuderle è stato possibile a condizione di riconoscere che se ci si
uccide per stabilire qual è la religione vera, smettere di farlo
richiede che la questione sia privata di rilevanza politica ». Questa
procedura «sposta credenze metafisiche nel territorio extrapolitico
delle convinzioni assolute, apprezzabili purché politicamente mute». Ma
qui è precisamente il punto: che convinzioni false o discutibili non
sono affatto apprezzabili, e l’errore per di più è considerarle
“assolute”, pertanto non sottoponibili alla discussione circa la loro
discutibilissima verità.
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