Slavoj Žižek: UN ANNO SOGNATO PERICOLOSAMENTE. Frammenti di utopia vivono già nel nostro presente, traduzione di Carlo Salzani, Ponte alle Grazie
Risvolto
Siamo entrati in un’epoca di rivolgimenti
politici e sociali cui mai avremmo
creduto di poter assistere, un’epoca
segnata dalla ripresa delle lotte
di emancipazione su scala generale
– si pensi alla Primavera araba e
al movimento Occupy – ma anche
dal ridestarsi di potenti forze
antidemocratiche: il sentimento xenofobo
e integralista che dilaga in Europa, e che
è sfociato nella follia omicida di Breivik,
autore della strage di Utoya; i governi
«politicamente neutri» dei tecnici
in Italia, Grecia e Spagna, senza escludere
l
a riedizione dell’ossimoro
contemporaneo per eccellenza, ossia
la guerra umanitaria (in Libia).
È stato
un anno sognato pericolosamente, in cui
agli straordinari slanci di partecipazione
democratica hanno fatto da controcanto
le misure di iniquo «risanamento»
imposte alla collettività dai sicari
dell’economia.
Slavoj Žižek ci propone
un’attenta e originale lettura di questi
eventi, unitamente all’esame di alcuni tra
i più significativi fenomeni culturali del
momento, per fare luce sull’«antagonismo
centrale del capitalismo contemporaneo».
Abbinando il giudizio appassionato del
militante politico al contegno filosofico
del critico dell’ideologia, Žižek cerca
di rispondere alla domanda cruciale
del nostro tempo: come possiamo
combattere il sistema senza contribuire,
involontariamente, al suo rafforzamento?
Esce domani la nuova raccolta di saggi di Zizek sulla contemporaneità: da Occupy alla crisi della Ue
L’Europa perduta
Basta ipocrisie, siamo noi i veri razzisti
di Slavoj Zizek Repubblica 13.2.13
Quando,
una decina di anni fa, gli sloveni stavano per entrare nell’Unione
Europea, un nostro compatriota euroscettico propose una parafrasi
sarcastica di una battuta dei Fratelli Marx sull’utilità di assumere un
avvocato: noi sloveni abbiamo problemi? Entriamo nell’UE! Così avremo
ancora più problemi, ma ci sarà l’UE a occuparsene! È così che oggi
molti sloveni vedono l’UE: porta un po’ di aiuto, ma anche nuovi
problemi (con le sue regolamentazioni e multe, le sue richieste di
finanziare gli aiuti alla Grecia ecc.). Vale allora la pena difendere
l’UE? La vera questione è, ovviamente, capire a quale Unione Europea ci
riferiamo.
Un secolo fa, Gilbert Keith Chesterton descriveva così
l’impasse fondamentale della critica alla religione: «Uomini che
cominciano a combattere la Chiesa per amore della libertà e della
umanità finiscono col combattere anche la libertà e l’umanità pur di
combattere la Chiesa. […]». Non potremmo dire lo stesso dei difensori
della religione? Quanti fanatici protettori della fede hanno cominciato
con l’attaccare ferocemente la cultura laica contemporanea e hanno
finito col rinunciare a qualsiasi esperienza religiosa significativa?
Analogamente, molti partigiani della causa liberale sono così impazienti
di lottare contro il fondamentalismo antidemocratico che finiranno per
gettar via proprio la libertà e la democrazia così da poter combattere
meglio il terrorismo. Se i “terroristi” sono pronti a distruggere questo
mondo per amore dell’altro mondo, i nostri guerrieri antiterrorismo
sono pronti a distruggere il loro mondo democratico per odio dell’altro
mondo musulmano. Alcuni di loro amano a tal punto la dignità umana da
essere pronti a legalizzare la tortura, e cioè la somma degradazione di
questa dignità.
E non potremmo dire lo stesso anche di quelli che
hanno aderito alla recente crociata europea contro la «minaccia
dell’immigrazione »? Nel loro fervore di proteggere l’eredità
giudaico-cristiana, i nuovi zeloti sono pronti a sacrificare il vero
nucleo di questa eredità: ogni individuo ha un accesso immediato
all’universalità (dello Spirito Santo o, oggi, dei diritti umani e della
libertà); e io posso prendere direttamente parte a questa dimensione
universale, indipendentemente dalla mia particolare posizione
all’interno dell’ordine sociale globale. Le “scandalose” parole di
Cristo nel Vangelo di Luca non puntano forse nella direzione di una tale
universalità che ignora ogni gerarchia sociale? «Se uno viene a me e
non odia suo padre, e sua madre, e la moglie, e i fratelli, e le
sorelle, e finanche la sua propria vita, non può esser mio discepolo »
(Luca 14:26). I legami familiari rappresentano qui una qualsiasi
particolare relazione sociale, etnica o gerarchica, che determina il
nostro posto nell’Ordine globale delle Cose.
L’“odio” imposto da
Cristo non è quindi l’opposto dell’amore cristiano; ne è bensì
l’espressione diretta: è l’amore stesso che ci impone di “slegarci”
dalla comunità organica nella quale siamo nati; o, come disse San Paolo,
per un cristiano non ci sono né uomini né donne, né ebrei né greci. Non
sorprende affatto che l’apparizione di Cristo fosse considerata
ridicola o scandalosa da coloro che si identificavano pienamente con un
particolare modo di vivere. Ma l’impasse dell’Europa è ben più profonda.
Il vero problema è che la maggior parte di quelli che criticano
l’intolleranza verso l’immigrazione, invece di fare leva sul nucleo
prezioso dell’eredità europea, si limitano a celebrare l’infinito
rituale della confessione dei peccati dell’Europa, ad accettarne
umilmente i limiti storici, e a esaltare la ricchezza delle altre
culture. [...] Come sfuggire a questa impasse?
Un dibattito che ha
avuto luogo in Germania può indicarci la via. Il 17 ottobre 2010 la
cancelliera Angela Merkel ha dichiarato a un meeting di giovani membri
del suo partito (l’Unione cristiano-democratica): «Questo approccio
multiculturale, sostenere cioè che viviamo felicemente l’uno con
l’altro, ha fallito. Ha fallito completamente». Il meno che si possa
dire è che è stata coerente, facendo da eco a un precedente dibattito
sulla Leitkultur (la cultura dominante) in cui i conservatori
insistevano che ogni Stato si basa su uno spazio culturale dominante che
i membri di altre culture devono rispettare. Ma invece di fare le anime
belle che si indignano per l’emergere dell’Europa razzista annunciata
da questo tipo di dichiarazioni, dovremmo guardarci allo specchio e
chiederci con spirito critico fino a che punto il nostro
multiculturalismo astratto ha contribuito a determinare questa
sconfortante situazione. Se non tutte le parti condividono o rispettano
gli stessi standard di civiltà, allora il multiculturalismo si trasforma
in mutua ignoranza o odio regolamentati per legge.
Lo scontro sul
multiculturalismo è già uno scontro sulla Leitkultur: non tra culture,
ma tra visioni diverse di come culture differenti possano e debbano
coesistere, sulle regole e le pratiche che queste culture devono
condividere se vogliono coesistere. Dobbiamo dunque evitare di farci
prendere dal gioco liberale riassumibile nel quesito: «quanta tolleranza
ci possiamo permettere?». Dobbiamo tollerare che “loro” impediscano ai
loro bambini di frequentare la scuola pubblica, che “loro” obblighino le
donne a vestirsi e comportarsi in un certo modo, che “loro” combinino i
matrimoni dei figli, che “loro” brutalizzino i gay tra le loro file? A
questo livello, ovviamente, non siamo mai sufficientemente tolleranti,
oppure lo siamo già troppo e trascuriamo i diritti delle donne ecc. Il
solo modo di uscire da questo stallo è proporre e lottare per un
progetto universalista positivo che possa essere condiviso da tutti i
partecipanti. Gli ambiti di lotta in cui «non ci sono né uomini né
donne, né ebrei né greci » sono molti, dall’ecologia all’economia. [...]
Allora, forse, l’euroscettico sloveno non ha colto nel segno con la sua
ironica citazione dei Fratelli Marx. Invece di perdere tempo
nell’analisi di costi e benefici della nostra appartenenza all’UE,
dovremmo concentrarci su ciò che l’UE veramente rappresenta. Nei suoi
ultimi anni, Freud espresse la sua perplessità con la domanda: cosa
vuole una donna? Oggi la domanda che dovremmo porci è invece: cosa vuole
l’Europa? Per lo più agisce da regolatore dello sviluppo capitalistico
globale; qualche volta flirta con la difesa conservatrice della
tradizione. Entrambe queste vie conducono all’oblio, alla
marginalizzazione dell’Europa. Il solo modo di uscire da questa impasse è
che l’Europa rianimi la sua tradizione di emancipazione radicale e
universale. Il nostro compito è quello di andare oltre la mera
tolleranza verso altri, conquistare una positiva Leitkultur emancipativa
che sola può sostenere un’autentica coesistenza e mescolanza di diverse
culture, e impegnarci nell’imminente battaglia per questa
Leitkultur.
Non
limitarsi a rispettare gli altri, ma offrire loro una battaglia comune,
perché i nostri problemi più pressanti sono problemi comuni.
(Traduzione di Carlo Salzani) © 2012 © 2013 Adriano Salani Editore S.p.A. Milano
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