lunedì 4 febbraio 2013
Continua la deriva heideggeriana fuori tempo massimo de l'Unità
Le strade della filosofia nella crisi della politica Stiamo assistendo alla fine della polis? Il pensiero ha ancora un destino nella sfera pubblica o guarda oltre di essa? Un’analisi che lega tre recenti libri su Spinoza: di Carlo Sini, Biagio De Giovanni e Massimo Adinolfi
di Vincenzo Vitiello l’Unità 3.2.13
«CERTO
È STRANO NON ABITARE PIÙ LA TERRA»: QUESTO MESTO VERSO DI RILKE
DESCRIVE NON LA CRISI DEL NOSTRO TEMPO, MA IL SUO TRIONFO. Il trionfo
dell’appropriazione umana della terra e del tempo, il trionfo della
storia e della politica. A questa appropriazione, che, seguendo il
racconto di Genesi (2, 19-20), inizia da quando Dio concesse all’uomo la
facoltà di dar nome agli animali della terra e del cielo, la filosofia
ha dato un contributo notevole, concependo la vita buona come quella
vita che si realizza nella comunità degli uomini padroni della terra e
di tutto quanto sulla terra cresce e vive.
Mestizia di poeta separato
dal mondo, quella di Rilke? O non piuttosto un sentimento, frustrato,
di più profonda partecipazione alla vita del tutto? Forse la crisi della
polis, sottraendo alla filosofia il suo tema principale – la res
publica, come la suprema res humana – apre l’orizzonte del pensiero
oltre la soglia dell’umano. Si tratterebbe di una vera e propria
rivoluzione in filosofia, che, in contrasto con quella «copernicana di
Kant, definirei «tolemaica», dacché segna il passaggio dalla riflessione
del mondo a partire dall’uomo alla considerazione dell’uomo muovendo
dal mondo. E qual filosofo della nostra modernità ha contribuito a
questa trasformazione più e meglio di Spinoza?
Biagio de Giovanni,
filosofo della politica che ha sempre accompagnato l’attività di
studioso con l’impegno politico, in un suo recente libro, Hegel e
Spinoza. Dialogo sul moderno, ha ampiamente argomentato che la risposta
di Spinoza alla crisi del moderno – la scissione io-mondo – è più
«avanzata» di quella hegeliana, perché non «redime» il finito,
assorbendolo nel processo della universale ragione come suo momento
necessario, ma lo «salva», e cioè lo «serba» nella sua finitezza, entro
il «libero» spazio della sostanza eterna.
Altra volta ho rilevato la
vicinanza di questa interpretazione della sostanza spinoziana
all’Ereignis di Heidegger, l’evento puro che tutto pro-voca ed accoglie,
e nulla impone. Vi torno su, in questa sede, perché Spinoza – lo
Spinoza che de Giovanni non esita a dire «il mio Spinoza» –, pur
teorizzando la razionalità dello Stato, procede oltre il «politico»,
verso quella fondazione etica della ‘comunità’ che non è in potere della
comunità. Per l’autore del Tractatus teologico-politicus e del
Tractatus politicus «sostanza» è il nome della «natura» in cui l’uomo
abita, e solo perché abita in essa, può comunicare con altri, può, cioè,
far comunità.
L’etica di Spinoza ha come tema la natura che non è
solo punti, linee e figure geometriche, è sovratutto corpo vivente,
Leib, e cioè: passione, sentimento, amore e odio, letizia e tristezza,
immaginazione. È, nel linguaggio di Rilke, la Terra oltre la Città: la
Terra che «salva» l’uomo nella sua finitezza e libertà. È questo il
messaggio? Il nuovo messaggio della filosofia?
Nel 1991-92 – son
passati vent’anni! – Carlo Sini tenne un corso alla Statale di Milano su
La verità pubblica e Spinoza. Pubblicato la prima volta nel 2005, è
stato riedito nel IV volume, tomo I, delle sue Opere, in questo inizio
d’anno. Essendo stato già recensito su queste pagine, posso andar subito
all’essenziale, che è già tutto nello stile del testo, che ha
conservato l’andamento della lectio, della lettura. Della lettura non
d’un libro, ma del mondo, quale si es-pone nel pensiero che si fa
nell’atto stesso di dirsi, di scriversi. Questa la verità pubblica del
mondo (e non sul mondo). Verità che non è, perché in via di farsi, come
il mondo.
In questa pratica di pensiero Spinoza da «oggetto» diviene
soggetto del pensiero, sorgente che non si conosce, meglio: che non è
altrove che in ciò che essa alimenta. Pertanto non ha senso voler
distinguere quello che è di Spinoza da quello che è di Sini – e non
perché non lo si possa fare, ma perché facendolo, si cristallizza il
pensiero, gli si toglie vita. Sini leggendo Spinoza, lo «continua» (per
usare il verbo felicemente scelto da Massimo Adinolfi per il titolo del
suo libro, appunto: Continuare Spinoza). Di qui l’arditezza delle
analisi siniane, dalla negazione che gli attributi della sostanza siano
due, pensiero ed estensione, o addirittura infiniti, alla affermazione
che l’essenza della sostanza è «espressa» nel «sive» che
congiunge-separa Dio e natura: Deus sive natura.
Invero le due tesi
dicono il medesimo: perché se «i due nomi (pensiero ed estensione) sono
l’identico trascolorare della sostanza nella loro differenza», cosa mai
può essere la sostanza fuor del «trascolorare»?
Il «sive» è il segno,
la traccia che l’evento del trascolorare lascia nel pensiero, come nel
corpo, in cui trascolora. Ma l’evento non è la traccia: pensieri e
corpi, per dirla con Spinoza, non sono la sostanza. La verità pubblica
del mondo non è il mondo. L’evento puro, il mondo, di cui il «sive» è
segno o traccia, «non è pensabile (...)e non è da pensare».
L’evento
puro del trascolorare dell’Indifferente nelle differenze non lo si
pensa, lo si vive. In esso e di esso viviamo. Nella verità pubblica,
oltre la verità pubblica: nella polis, oltre la polis. È un libero
«trovarsi accanto» a uomini come a erbe e pietre e animali, oltre il
«con-esserci» dell’ordine giuridico, delle leggi e della giustizia. Sini
chiama mondo, quel che Rilke nomina terra. Pur nella grande differenza
di metodo, intenti e scrittura, le analisi di de Giovanni e di Sini
convergono nel risultato.
Lontani entrambi dal mito della terra
incontaminata, trovano la terra, o, come entrambi amano dire, il mondo
ciò che dà stabilità e potenza al fare nei conflitti della politica e
pur nelle distruzioni delle guerre. Qui, nell’aiuola che ci fa feroci, e
non altrove si «salva» il finito. O meglio: è già da sempre salvato. La
nostra «salvezza» (de Giovanni), la nostra «eternità» (Sini), non è
certo nella miseria delle nostra differenze, ma nella sovrabbondante
ricchezza della sostanza, dell’evento, del mondo, che, peraltro, è solo
in quelle differenze. Fuor di queste sarebbe solo Silenzio.
Mi chiedo
se non sia questa un’ultima rassicurazione – necessaria all’uomo per
non pensare alla morte: dell’uomo, del mondo, della Terra. Per Spinoza
il filosofo pensa la vita, non la morte. Per Spinoza.
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