mercoledì 13 febbraio 2013

Il '68 all'università di Pisa. Un romanzo generazionale


Romano Luperini: L'uso della vita. 1968, Transeuropa

Risvolto
Fra il febbraio 1968 e il gennaio 1969, Pisa era uno dei luoghi più significativi della rivolta giovanile europea. Nel raccontare l’atmosfera di quel Sessantotto – il ritmo degli avvenimenti, le occupazioni, gli scontri con la polizia, le discussioni politiche, i rapporti fra i sessi, i contrasti generazionali – il romanzo di Romano Luperini sceglie di mescolare personaggi storici – Sofri, D’Alema, Fortini… – e altri di fantasia.
Il protagonista, un giovane fra i ventitré e i ventiquattro anni, appena laureato, partecipa entusiasta e perplesso, fra slanci e dubbi, alle vicende di quei mesi.

Pubblico e privato, impegno militante e crisi esistenziali, gesta e amori si alternano in un vortice di avvenimenti che porta a una graduale evoluzione del movimento di lotta, che lascia presagire i tragici sviluppi degli anni Settanta, ponendo fine alla felicità e alla leggerezza iniziali. Giunti alla fine della storia, ci si rende conto di aver assistito al piccolo romanzo di formazione di un individuo, dentro al più grande romanzo di un paese e di una rivoluzione perennemente mancata.

L'UNITA' del 12/2/2013 
CRONACHE DAL SESSANTOTTO PISANO (GUGLIELMI ANGELO) a pag. 24

Il veleno che ha ucciso il Sessantotto. Assegnandoci un presente rancoroso
La cronaca romanzata di Romano Luperini, in una Pisa affollata di facce note e con la riflessione assistita da Franco Fortinidi Daniele Giglioli Corriere La Lettura 17.2.13

Colpisce, in L'uso della vita. 1968, terzo romanzo di Romano Luperini, la diffrazione tra il contenuto incandescente e il tono, come definirlo? Triste no. Cupo nemmeno, e neanche amaro. Slontanato, forse; insieme partecipe e distante. E colpisce ancor più se si pensa che l'autore, oggi uno dei nostri massimi italianisti, è stato attore di primo piano negli eventi narrati, il '68 a Pisa, anticipazione in pratica e teoria di tante cose che nel bene e nel male si sarebbero concretizzate di lì a poco, con l'esplosione mondiale della rivolta da Parigi a Praga, da Città del Messico a Berlino. Luperini, che definisce il suo testo «una cronaca romanzata», sfugge insieme alla Scilla euforica dell'arroganza alla «formidabili quegli anni» e alla Cariddi depressa dell'«eravamo belli e bravi, ma purtroppo...».
E ovviamente non è affatto pentito, come tanti che ne hanno ricavato un mestiere, di quanto ha fatto, detto e scritto allora. Ma neppure lo rivende, tutto lustro e ammiccante, agli scontenti di oggi. Fa brillare il passato nella sua unicità, nella sua singolarità, nella sua lontananza: nessuna familiarità, nessuna morale a buon mercato. Perché diventi esempio occorre prima avvertirne la distanza.
Come in ogni romanzo storico, i protagonisti sono inventati e i comprimari celebri. Massimo D'Alema, per esempio, entra in scena con le parole: «avventurismo... disoccupare... portare a casa qualcosa»; e sarà poi sempre così. A lui si contrappone Adriano Sofri, mercuriale, inquietante, demiurgo del caos e dell'improvvisazione. Paziente e umano Luciano Della Mea, generoso e plagiabile un Ovidio Bompressi appena dissimulato sotto il nome di Ottavio; tutti colti al momento della genesi, prima che i luoghi comuni si impossessino della loro vita. Romanzesco è invece il personaggio principale, Marcello, cui pure l'autore deve aver prestato molti tratti. Figlio di un partigiano, espulso dal Pci perché in contrasto con la linea del partito, non più studente ma supplente precario, partecipa agli eventi con un trasporto che non sempre scongiura un sottile senso di esclusione: sarà quella la vita, la gioia, la giustizia? Di ogni passo compiuto paga il prezzo intero, compreso un soggiorno non breve nelle patrie galere, il contrasto durissimo col padre comunista, un aborto clandestino della ragazza con cui ha scoperto la felicità di avere un corpo. I brontolii sinistri che si annunciano li avverte nelle ossa, e non per senno di poi: suo allievo è quel Soriano Ceccanti che la notte di Capodanno resterà paralizzato per un colpo di pistola nel corso della contestazione alla Bussola di Viareggio; e si intuisce che Ottavio/Ovidio, il suo più caro amico, si sta preparando quale che sia un destino tragico.
Con leggerezza mai provata, Marcello vive e pensa per la prima volta in accordo; o cerca di farlo. Ma a ricordargli la tensione insopprimibile tra i termini provvede un altro personaggio storico, Franco Fortini, cui Luperini ha dedicato da critico pagine di grande penetrazione. Anche qui, d'altra parte, il narratore e il critico si sommano, e l'autore, come diceva Manzoni, vale veramente per due. I passi in cui compare Fortini, che al movimento dedica una riprensione fraterna senza sconti, sono raffinatissimi pastiches da sue pagine celebri, prima fra tutte L'animale, una grande poesia: un topo ucciso da un predatore, a sua volta condannato dal veleno che avrebbe comunque finito la sua preda, in una splendida, lucente mattinata d'estate. Non tutto ciò che brilla è vero; la coincidenza di pensiero e azione, morale e politica, è uno sconto immeritato sulla contraddizione; il «buttare tutto sé stessi» in un'impresa è mistificazione, perché il «tutto sé stessi» è un mito estetizzante. Altra fatica, altra responsabilità, altra perenne incompiutezza appartiene a chi pensa che il fine della rivoluzione sia l'«uso formale» della propria vita di cui al titolo, anche questo ricavato da Fortini. Formale perché frutto di progetto, liberato dall'insensatezza di un disordine mercantile che nella vita vede solo un fattore di profitto.
Leggerezza e progetto hanno senso solo insieme; separati, sono il veleno che ha ucciso tanto il movimento quanto il suo futuro, il presente spaventato e rancoroso che ci tocca. La serietà, la severità di tono con cui Luperini rievoca la propria storia, saldano in unità mirabile sentimento e giudizio. Sconfitto (o beffardamente trionfatore, come dicono oggi alcuni), il suo '68 è stato l'apparizione di una verità difficile: sprecata allora, irrisa oggi, ma che non per questo ha cessato di valere.


Corriere La Lettura 17.2.13
Perché la Fgci non ballava il Rock'n'Roll


«Un'organizzazione costretta a mediare fra l'adesione alla linea politica del partito e la necessità di essere una protagonista originale nel mondo giovanile». Schiacciata più che stimolata da questa dialettica, la Fgci (Federazione giovanile comunista italiana) non riuscì mai ad essere davvero protagonista, neppure nel «decennio dei giovani», ossia gli anni Sessanta. È il quadro che emerge dal saggio di Gianmario Leoni sul numero 267 della rivista «Italia contemporanea», voce dell'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia (Insmli). Ne I giovani comunisti e il partito. La Fgci dal 1956 al 1968, Leoni parte dalla constatazione che durante la fase presa in considerazione l'organismo di rappresentanza dei giovani comunisti perse progressivamente tesserati, passando dai 392.394 del 1955 ai 125.438 del 1968. Un calo che rispecchiava quello degli iscritti al Pci nello stesso periodo, da 2.090.006 a 1.502.862, ma in proporzione assai superiore. Questa difficoltà a parlare con le nuove generazioni fu dovuta non solo alla cesura del 1956, l'anno dei fatti d'Ungheria e dell'VIII Congresso del Pci, ma all'incapacità dell'organizzazione comunista di fiutare lo spirito del tempo: la «gioventù bruciata» interpretata da James Dean e il fenomeno travolgente del rock and roll non potevano essere bollati come simboli di un americanismo deteriore. Che significato ha, si chiedeva Sandro Curzi sulla rivista della Fgci «Nuova Generazione», «questa manifestazione di americanismo in Italia? Chi sono questi giovani fans della nuova danza?». Il riferimento, tra l'altro, era a Mina e ai Rock Boys (Adriano Celentano, Giorgio Gaber, Enzo Jannacci e Luigi Tenco), che nel 1957 erano stati protagonisti del festival del rock and roll di Milano. L'organizzazione fu tuttavia un'importante palestra per i futuri leader del partito, da Enrico Berlinguer ad Achille Occhetto, da Luciana Castellina a Claudio Petruccioli. Bravi quadri di partito che non riuscirono mai ad agganciare il movimento giovanile, nemmeno quando esplose il Sessantotto.

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