mercoledì 13 febbraio 2013
Mario Tronti è pronto a governare con Casini e Vendola
Non compreso, ma parla a noi
Il contrasto al relativismo, sfida anche per i progressisti
di Mario Tronti l’Unità 12.2.13
Ecco una notizia! Mi colpisce, come un fulmine, a metà mattinata.
Il
tempo è grigio, freddo e piovoso, non promette nulla di buono. Apprendo
che è un fulmine, a ciel sereno, anche per il cardinal Bagnasco. Si
tratta quindi di una decisione maturata e presa in interiore homine,
secondo le indicazioni del suo amato Agostino. Mi dispiace. Mi ero
abituato alla presenza mite, riservata, sottile, nel linguaggio come nel
pensiero, di Papa Ratzinger. Temo il peggio, come accade troppo spesso
per le novità che irrompono in questa triste epoca.
Pochi come
Benedetto XVI erano rimasti così fedeli al nome e alla figura che aveva
portato con sé prima di salire al soglio pontificio. Una vita di studi e
di opere a livello teologico, che non aveva abbandonato una volta
assunta la responsabilità pontificale. L’aveva solo adattata, in modo
molto personale, alle dovute esigenze pastorali. La narrazione
storiografica della vicenda terrena di Gesù era in realtà il suo modo di
parlare ai fedeli, quasi intrattenendoli nelle forme di un messaggio di
consapevolezza e però anche di speranza. Non disdegnava certo la
pratica di gestione dell’istituzione Chiesa, nel lungo periodo di cura
della Congregazione che aveva in cura la propagazione della fede, e nel
ravvicinato rapporto operativo con Papa Woityla. Ma si vedeva che era di
più, e qualcosa di diverso da tutto questo.
Si notava come un
impaccio nel suo rapporto con la folla, si scorgeva un desiderio di
ritrarsi presto dall’esposizione pubblica, per tornare nella penombra a
coltivare la sua passione per la musica. Del resto non si può
frequentare quotidianamente la parola della grande musica senza
rassegnarsi a convivere con i segni di una mesta melanconia del vivere.
Mi piace pensare che a motivare questa più che eccezionale scelta sia
stata meno la stanchezza del corpo e in maggior grado una stanchezza
dello spirito. Ha detto, annunciando di lasciare il palcoscenico del
mondo, di volersi ritirare in una vita di preghiera. Quanto infatti è
concesso a un pregare intenso e prolungato in quella funzione politica
di Papa-re, che la Chiesa si ostina ad assegnare al pontefice romano?
Sì, l’eremo in un recesso del Vaticano, in un luogo che è stato di
clausura, molto più che il balcone su piazza San Pietro, sembra adatto a
Papa Benedetto.
Se lo stile è l’uomo, questo gesto rivela un tipo di
umanità non comune. Decidere di scendere volontariamente dal soglio più
alto, per abbassarsi ad essere un semplice strumento del Signore in
contemplazione, è un atto di esemplare nobiltà d’animo, che questo tempo
del volgare apparire non riuscirà neppure ad comprendere. Un atto di
kenosi, di svuotamento di sé, della propria presunta onnipotenza. Da
rileggere, per il caso, l’inno paolino in Filippesi 2, il Cristo che
«pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua
uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di
servo e divenendo simile agli uomini». Lo so che anche questa volta si
chiacchiererà intorno a motivazioni più terra terra intorno ai segreti
del Vaticano, ma per un momento prendiamoci una pausa di meditazione. Fa
bene in questa concitazione dei giorni.
Papa Ratzinger non è stato
ben compreso. Fin dalla sua elezione ha pesato su di lui l’immagine di
guardiano dell’ortodossia, in quanto proveniente dall’Ufficio erede del
Tribunale dell’Inquisizione. È stato visto come sostanzialmente ostile
alla svolta del Concilio, quando ne era stato un protagonista, chiuso
alle altre dimensioni religiose, mentre si sforzava di portare avanti il
dialogo più aperto possibile. Specialmente il mondo laico, cosiddetto
progressista, ha seguito in modo assai distratto il suo fondamentale
contrasto nei confronti dell’egemonia in atto del relativismo, in ogni
campo, dalla sostanza della storia alla pratica della vita. Del tutto in
ombra è stata lasciata la sua iniziativa innovatrice negli equilibri
della gerarchia ecclesiastica. Eppure è proprio attraverso Benedetto XVI
che è passata, soprattutto nella Cei, l’assunzione di quella frontiera
che vede nell’unità dinamica di questione sociale e questione
antropologica un punto strategico fondamentale per una ricostruzione
civile e morale, dopo la devastazione degli ultimi anni e decenni. E c’è
solo da sperare che da qui non si torni indietro.
«La sofferta
decisione» recita il tempo di uno degli ultimi quartetti di Beethoven,
quelli straordinariamente innovativi per la musica dell’avvenire. Non
possiamo che pensare a questo, di fronte all’evento. Chiniamoci con
rispetto e cerchiamo di capire.
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