giovedì 7 febbraio 2013
Il limite inferiore della civiltà occidentale
Risvolto
Guantánamo, Abu Ghraib, Bagram: sono nomi
sinistri, che evocano scenari di umiliazioni, vessazioni e sevizie usate
nei confronti di detenuti. Sull'onda di queste e altre analoghe vicende
venute alla luce negli ultimi dieci anni, si è acceso un dibattito che
risulta sorprendente per ampiezza e vigore, ma anche scandaloso per la
domanda intorno alla quale ruota: è legittima e auspicabile la
legalizzazione della tortura? Una questione scabrosa, che gli autori
affrontano in modo diretto, mostrando la necessità morale e giuridica di
una risposta a tale interrogativo. Una risposta che è, senza eccezioni,
negativa. Ripercorrendo la storia e la dottrina della tortura, e
vagliando lucidamente la fitta rete di argomentazioni, principi e teorie
impiegate a sostenerla o a condannarla, gli autori fanno
definitivamente il punto su un tema che a partire dall'età dei Lumi
sembrava destinato a restare bandito una volta per sempre, e che invece è
tornato inatteso alla ribalta nel nostro tempo.
Il tabù violato per la guerra al terrorismo
L'uso della violenza da parte dello Stato negli interrrogatori è rivendicato come un atto legittimo solo a partire dagli anni Ottanta. Da allora il divieto della tortura è caduto in nome della sicurezza nazionale
ARTICOLO Alberto Burgio il manifesto 2013.02.07 - 11 CULTURA
L'uso della violenza da parte dello Stato negli interrrogatori è
rivendicato come un atto legittimo solo a partire dagli anni Ottanta.
Da allora il divieto della tortura è caduto in nome della sicurezza
nazionale
Una pratica genera effetti - positivi o negativi - anche se è nascosta
perché trasgressiva; ma produce conseguenze incomparabilmente più
rilevanti se viene legittimata e codificata. Sta in questo passaggio
l'importanza dei tabù, che (si pensi all'incesto) non hanno la funzione
di impedire determinati comportamenti, ma di ostacolarli
stigmatizzandoli. Nei confronti di comportamenti socialmente censurati i
tabù consolidano sentimenti morali di avversione o di ripugnanza
radicati al punto di divenire inconsci. E così contribuiscono
efficacemente a strutturare il codice morale collettivo e a difendere
la comunità da condotte ritenute distruttive. Questo significa che, per
contro, una condotta de-tabuizzata non soltanto non incontra ostacoli
morali, ma tende per ciò stesso a essere replicata. L'idea che sia
lecita o giusta ne favorisce l'adozione, il suo affermarsi come
costume.
Sullo sfondo di questa dialettica tra censura e legittimazione si
svolge la vicenda della tortura ricostruita e discussa da un libro
importante e (purtroppo) quanto mai attuale (Legalizzare la tortura?
Ascesa e declino dello Stato di diritto, Bologna, il Mulino, pp. 205,
euro 19) scritto da Massimo La Torre e Marina Lalatta Costerbosa,
filosofi del diritto da anni impegnati su questo delicato e impervio
terreno.
Pratiche nascoste al pubblico
Il libro mostra come fino agli anni Ottanta del Novecento abbia retto,
anche nel diritto internazionale, la posizione affermata
dall'illuminismo giuridico e ribadita, in ambito liberale, dalla
dottrina e pratica dello Stato di diritto. Sulla tortura gravava fino a
una trentina di anni fa una severa condanna morale e un veto giuridico
generalizzato ne decretava la messa al bando dagli ordinamenti positivi
degli Stati. Ciò non significa, ovviamente, che la tortura non venisse
praticata da forze di polizia, corpi speciali e servizi segreti degli
stessi Stati democratici. Si pensi all'Algeria francese negli anni
Cinquanta, dove il ricorso alla tortura al fine di debellare la
resistenza del Fronte di Liberazione Nazionale fu massiccio e per dir
così «strategico». Ma anche se vi si faceva ricorso, si evitava di
rivendicarne la moralità e di sostenerne la legalità. Si torturava di
nascosto, in qualche modo vergognandosene. E questo - proprio perché la
tortura era un tabù per il diritto - imponeva limiti di fatto, ne
scoraggiava l'impiego fuori da frangenti estremi, e anche in tali
evenienze ne determinava un uso per dir così accorto e circospetto.
La musica cambia trent'anni fa, allorché si verifica, in forza di una
duplice cesura, quello che Lalatta e La Torre considerano un vero e
proprio «cambio di paradigma», per effetto del quale la violenza irrompe
nel tessuto stesso del diritto, che pure se ne vorrebbe radicale
antitesi.
Il primo atto coincide con l'operato della Commissione Landau,
incaricata dal governo israeliano di elaborare un parere sulla
legittimità delle pratiche di interrogatorio alle quali polizia e
servizi segreti di Israele sottopongono i palestinesi sospettati di
attività terroristiche. La Commissione fornisce un responso per molti
versi sconvolgente. Con l'argomento classico della «bomba ad
orologeria», impiegato già nel Settecento da Jeremy Bentham, sostiene la
tesi secondo la quale anche una pratica brutale come la tortura può
essere giustificata se mira a disinnescare una minaccia incombente su
molte vite innocenti. È - scrivono Lalatta e La Torre - come se qualcuno
avesse scoperchiato il mitico vaso di Pandora.
Difatti lungo questo solco si è poi potuta agevolmente compiere una
seconda cesura, decisiva sul terreno del dibattito pubblico e delle
ricadute politiche in ambito internazionale. La discussione che si apre
all'indomani dell'11 settembre determina una svolta drammatica nella
discussione in filosofia politica e del diritto. Anche in questo caso
si badi: la questione non verte tanto sull'intensità delle pratiche,
quanto sull'«ordine del discorso» e sulle conseguenze che esso genera
nella teoria e nella pratica giuridica. Come gli autori documentano,
l'attacco portato dai fautori della legalizzazione della tortura compie
un salto di qualità rispetto alle tesi sostenute negli anni Novanta da
Niklas Luhmann (memorabile una sua conferenza sul relativismo delle
norme e sulla conseguente possibile legittimazione della tortura) e,
sulla sua scia, da Winfried Brugger. Ne è paradossalmente responsabile,
sul terreno teorico, un avvocato (Alan Dershowitz, già distintosi sul
tema ai tempi di Landau e tuttora molto attivo), mentre nuove
inquietanti argomentazioni vengono prodotte, sul terreno della
giurisdizione, nel corso dei processi delle Corti federali degli Stati
Uniti, ben disposte ad assumere gli argomenti elaborati dai consulenti
della Casa Bianca sullo sfondo delle guerre sante di George Bush jr.
Un brutale strumento politico
Con quali conseguenze? Naturalmente il quadro - che il libro
rappresenta con ammirevole precisione - è complicato, tutt'altro che
univoco. Per stare all'essenziale, per un verso si verifica una vera e
propria «rivoluzione nel diritto», il quale viene perdendo la sua
mitezza per accentuare il profilo coercitivo, sino a identificarsi con
la violenza. Pesa qui in misura determinante il nesso con la politica,
vera ratio del ricorso alla tortura. La stessa esibizione del massimo
arbitrio si rivela talvolta funzionale alla strategia di affermazione
del potere. E proprio il fatto che la tortura sia uno strumento
politico complica enormemente la questione, revocando in dubbio la tesi
della sua inutilità, resa famosissima tra gli altri da Cesare
Beccaria. Per l'altro verso, tuttavia, nonostante la dovizia di
sofisticate argomentazioni a favore della tortura, il tabù resiste,
mostrando come non sia facile sradicare resistenze consolidatesi nel
tempo.
Ciò che più sorprende, nella serrata analisi di Lalatta e La Torre, è
la ricorrenza degli argomenti a sostegno della tortura. Si è detto
della benthamiana «bomba a orologeria»; lo stesso vale per la tesi
della «mitezza», alla quale rispose già conclusivamente un confessore
di streghe (il gesuita Friedrich von Spee) con l'osservare come l'idea
dell'eccesso inerisca per forza di cose alla tortura, dovendo la
vittima, pena l'inefficacia dei supplizi, avvertirne l'orrore e
l'inaudita ferocia. Ripetitività è di per sé indice di povertà e
fragilità di argomenti. Resta che tanta «scienza giuridica» si affatica
non senza successo in favore della «rilegalizzazione del tormento». Il
libro sostiene per parte sua, in modo brillante e persuasivo, non solo
l'irricevibilità morale della tortura, ma anche la sua natura
paradossale, come strumento giudiziario che attesta, nel massimo della
violenza, la debolezza e la fragilità di un potere costretto a
mascherarsi dietro il paravento del diritto. E tuttavia la partita non
si può solo per questo dire chiusa. Al contrario, il fatto stesso che in
Italia l'introduzione del reato di tortura incontri tuttora
insormontati ostacoli mostra come essa sia aperta e quanto sia
rischiosa. Tale da raccomandare che libri come questo vengano
accuratamente letti e meditati.
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