
Stefano Gasparri e Cristina La Rocca:
Tempi barbarici. L’Europa occidentale tra antichità e medioevo (300-900), Carocci, 2012
Risvolto
"Tempi barbarici" è un’espressione che appare nelle fonti tra VI e XI
secolo, per indicare i momenti di profondo cambiamento in cui si ricerca
faticosamente un nuovo equilibrio, e per questo motivo è usata nel
titolo, non certo per alludere alle interpretazioni tradizionali
dell’alto medioevo come uno dei momenti più oscuri della storia
dell’uomo.
Oggetto, nell’ultimo ventennio, di un’intensa ricerca
internazionale, l’alto medioevo appare oggi molto lontano dal quadro
ottocentesco, che vedeva i barbari nel ruolo di fondatori delle nazioni
europee, oppure di distruttori della civiltà. L’alto medioevo invece –
se prescindiamo dalle mitografie nazionali – è ben altro: è il momento
delle origini del potere del papa e della nascita dell’Islam,
dell’emergere di nuovi modelli maschili (i valori militari invece dell’ otium,
la superiorità dei celibi sugli uomini sposati) ma anche di spazi per
l’esercizio del potere pubblico da parte delle donne. Al suo interno
agirono forze vecchie e nuove: i soldati barbari dell’esercito tardo
romano si affermarono come nuovo gruppo di potere, e i monaci irlandesi
proposero la propria peregrinatio
come segno di santità. Pure lo stato si trasformò, dal modello romano
regolato dalle imposte, a uno ove il rapporto di amicizia o di conflitto
col re rappresentava il fattore decisivo, finché, durante la fase
carolingia, si tentò di ricreare di nuovo un impero, basato sulla
collaborazione fra il potere pubblico e l’ecclesia.
Guardare
complessivamente all’occidente ci aiuta a comprendere le strategie e i
compromessi di un momento affascinante. Se l’alto medioevo resta ancora
lo specchio delle domande che tutti ci poniamo di fronte a ogni
cambiamento epocale, le sue fonti e le sue voci ci invitano a
interrogarci sulla sua storia, a comprenderne la lontananza osservandolo
dalla giusta distanza.
La zuppa e il «pagan metal». Le nostre radici barbariche
Inutile inseguire l'Ultima Thule incontaminata. L’identità dell'Europa ha un carattere ibrido
di Alessandro Zironi Corriere La Lettura 10.2.13
Tanto
si è discusso e si discute sulle possibili radici cristiane o
greco-latine dell'Europa. A nessuno si è palesato il dubbio che le
nostre radici siano invece barbariche? Questo suggeriva
provocatoriamente Jean-Jacques Aillagon aprendo il catalogo della mostra
veneziana Roma e i barbari (Skira, 2008). Gli europei sono ascrivibili
d'ufficio al gruppo dei «balbuzienti» (tanto, significa, in greco,
barbaroi) o, ancor peggio, vanno annoverati tra le fila dei selvaggi e
primitivi, come vuole l'ampliamento semantico del termine? L'accezione
negativa della parola barbaro è quella corrente. Gettiamo un rapido
sguardo al suo uso contemporaneo: si scopre che in un talk-show
televisivo si conducono «interviste barbariche», cioè provocatorie,
disinibite, al di fuori delle regole usuali del giornalismo. Oppure si
pensi al film Le invasioni barbariche (regia di Denys Arcand, 2003), in
cui si rappresenta la fine di un'epoca nei suoi valori portanti,
schiacciati dal caos emotivo ed etico in cui la vita dell'individuo
precipita. Solo qualche giorno fa, il presidente francese François
Hollande denunciava a Timbuctù la «barbarie» perpetrata sui beni
culturali del Mali. In altra direzione si muovono invece gli studi
storiografici: quelli più avveduti, fra i quali ricordo i lavori di
Walter Pohl, stanno infatti spostando il baricentro semantico del
termine «barbaro» da una connotazione profondamente e tradizionalmente
negativa a un uso più neutrale, ove con barbarico si intende definire un
periodo della storia d'Europa, quello tardo-antico ed alto medievale.
Tempi barbarici (Carocci, 2012), è il titolo di un recente volume di
Stefano Gasparri e Cristina La Rocca: in esso il confine fra civiltà e
barbarie, fra dominatore e dominato non è poi così netto. Queste recenti
indagini storiche sfumano anche il concetto di assimilazione con cui un
tempo si intendeva l'assorbimento delle masnade barbariche all'interno
della civilitas romana (e bizantina) ereditata e salvaguardata poi dalla
Chiesa. In definitiva, barbari, alle soglie dell'età medievale, lo sono
un po' tutti, al di là di denominazioni etniche spesso fasulle alle
quali una tradizione storica di matrice ottocentesca nazionalista ci ha
abituati: Goti, Longobardi, Burgundi, Franchi, Suebi e, ovviamente, non
possono mancare loro, i barbari per antonomasia, i Vandali. Queste
genti, però, si muovono attraverso l'Europa non come corpi etnici
impenetrabili a influenze esterne, ma raccolgono e accolgono individui e
gruppi nei quali di volta in volta si imbattono: Greci, Romani, Celti,
popoli delle steppe, in una parola quel melting pot che darà poi vita
agli europei. In Italia tutti parliamo un po' in longobardo o in gotico.
Molto spesso non lo sappiamo neppure. Chi non pronuncia, almeno una
volta al giorno, la parola schiena, oppure guancia o, piuttosto, pensa
che occorrerebbe arredare nuovamente la cucina in cui mangiare una zuppa
magari riscaldata nel microonde? Parliamo ostrogoto? Finalmente
possiamo rispondere: «Sì! ». Per non dire dei Longobardi e Franchi in
cui ci imbattiamo scorrendo i campanelli di ogni condominio: tutti
coloro che hanno il cognome che termina in -ardi, possono intraprendere
una bella ricerca genealogica e sperare di arrivare a Carlo Magno; chi,
invece, all'anagrafe, è registrato come Sighinolfi o Alderissi, può
invece immaginare di essere parente di re Alboino.
Peccato, però, che
l'indagine genealogico-etnica naufragherà, scoprendo ben presto che la
discendenza non sempre può vantare antenati di pura schiatta romana o
barbarica. Valga qualche esempio: a Varsi (Parma), nel 735 vive il
soldato e vir honestus Berto (quanto mai longobardo) il cui figlio
prende però il nome latino di Antonino; a Lucca, di contro, nel 764, un
babbo Vincentius, ha un figlio dall'altisonante nome longobardo
Sichipert. Viene da pensare allora che l'idea di barbaro sia più una
costruzione culturale moderna, anche un po' ammuffita, piuttosto che una
realtà dei fatti. Se, allora, dal barbaro non possiamo più smarcarci
etnicamente e linguisticamente, probabilmente tutta la questione va
addebitata allo stereotipo che si associa alla sua immagine. Come in
tutti i clichés si raccolgono anche qui rifiuti e pulsioni,
inconfessabili adesioni, convinte appartenenze. Già lo storico romano
Tacito, alla fine del I secolo d. C., raffigura le genti che abitano al
di là del Reno come uomini e donne che prediligono il bosco alla città,
la casa isolata all'agglomerato, che vivono casti sino al matrimonio:
un'idea di purezza di costumi a contatto con una natura primigenia che
tanto infatuerà l'immaginario europeo.
L'europeo si innamora
dell'Ultima Thule, dell'Islanda, isola di ghiacci e fuoco in cui andare
ad alimentare il sogno delle origini, ultimo, incontaminato luogo in cui
recuperare ciò che di sano vi era nell'età dei barbari. È la ricerca
dell'estremo, magari da percorrere col fuoristrada, addentrandosi nei
tratturi più interni e accidentati dell'isola. I sogni di molti
viaggiatori alla ricerca della terra dei vichinghi si appagano anche
così, sentendo una giovane donna, ai piedi della collina sacra di
Helgafell — come è capitato al sottoscritto — vantarsi di discendere da
Guðrún Ósvífrsdóttir, tremenda virago protagonista della Laxdæla Saga,
forse vissuta alla fine del X secolo. Tanta fortuna, anche letteraria,
del Nord è probabilmente legata a questa visione così radicata nel
nostro immaginario di un mondo ancora intatto, arcaico, scevro dalle
corruzioni della società industriale e dunque barbarico perché ancora
puro e incontaminato. Con barbarie, perciò, non si intende più la
distruzione della civiltà, ma piuttosto la volontà di recuperare il
primigenio. Non siamo molto distanti dalle speculazioni romantiche, che
nelle genti germaniche, celtiche o slave cercavano di individuare i
popoli fondanti del proprio ethnos, anche se, va detto, il legame
terra-ethnos è ben più antico e si ritrova già in alcuni testi
medievali. Molto del recente folclore a uso turistico (talvolta
politico) che si spende nella vana ricerca delle origini approda al
cosiddetto mondo barbarico. In esso si sfoggiano fittizie ricostruzioni
che poco però hanno a che vedere con quello che gli archeologi medievali
pazientemente portano alla luce. Un buon viatico in questo percorso fra
gli stereotipi barbarici può essere raccolto anche nelle evidenti
affinità riscontrabili fra molti raduni e fiere in costume, più o meno
casarecci — di cui anche l'Italia si sta popolando — e la
rappresentazione che dei barbari propone una certa produzione
fumettistica, che restituisce graficamente ciò che l'immaginario
collettivo si aspetta da quella terra barbarica: natura estrema, una
mascolinità esibita da uomini virili, spesso villosi e muscolosi, dei
quali si intuiscono i successi sessuali e la consuetudine alle grandi
bevute. La donna è, di contro, figura servile, a uso e consumo del
maschio, una Barbie impiantata nel corpo barbarico del medioevo nordico.
Se non è accondiscendente e devota ai suoi doveri muliebri, diviene
elemento di disturbo nell'ordine cosmico, spesso strega, talvolta femme
fatale, comunque da eliminare. Lo stesso avviene nei numerosi videoclip
di brani musicali connessi al cosiddetto pagan metal o viking metal, in
cui sono proposti i medesimi ruoli sociali: l'uomo combatte, la donna
venera il maschio e custodisce la comunità. Basti prendere visione di
qualche filmato dei Týr, gruppo di buon successo e capacità musicali, o
dei Menhir, anch'esso di notevole diffusione e discreta bravura.
Entrambe le band mettono in musica testi medievali, in lingua originale:
ballate delle isole Fær Øer i Týr; il Carme di Ildebrando di età
carolingia i Menhir. Il mondo barbarico si recupera anche attraverso
l'uso della lingua antica, quasi a suggellare un passato culturale che
nulla ha da patire nel confronto con la tradizione musicale in lingua
latina. Infatuazioni della musica gregoriana e dell'ars antiqua invadono
anche gli arrangiamenti delle compilation metal, ove tutto si mescola e
si confonde. Un'assimilazione senza vincitori né vinti in cui la
differenza è ricchezza. Che, in fondo, questa sia la barbarie
dell'Europa? Sapere di essere uguali, ma allo stesso tempo diversi,
uniti ma pure divisi, fusi ma distinti? Probabilmente l'immagine più
vera della barbaritas è il medaglione d'oro di Teoderico (nella foto),
re degli Ostrogoti, rinvenuto nei pressi di Senigallia nel 1894. Il re
goto, che parlava greco e latino, sceglie di farsi rappresentare alla
maniera romana con la tradizionale vittoria alata, senza rinunciare
tuttavia al lungo crine e al baffo germanico: non si sa più dove finisca
la romanitas e inizi la barbaritas. Che sia questa l'icona più efficace
per rappresentare la nostra ibrida «europeità»?
Alessandro Zironi (Carpi, 1964) insegna Filologia germanica e Letterature nordiche all'Università di Bologna
Post-romani, non barbari
Gianluca Briguglia | 10 marzo 2013 | Domenicale
Alcune categorie sul passaggio dall'antichità al medioevo che
popolano l'immaginario storico – e che sono tutt'altro che inerti anche
nella storiografia – nascono da esigenze e concezioni ottocentesche,
rilanciate variamente nel tempo dal l'industria culturale e dal senso
comune.
Basterebbe pensare allo schema secco della "caduta di Roma" e fine del
mondo antico e al ruolo attribuito ai popoli barbarici in questo punto
zero della storia ...
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