domenica 10 febbraio 2013
Torna "Il tempo della festa" di Furio Jesi
Risvolto
In queste pagine, Furio Jesi definisce per la prima volta il
rivoluzionario modello della "macchina mitologica", riflette
sull'esperienza festiva e sulla rivolta come "sospensione del tempo
storico", getta una luce sorprendente sul rapporto tra poesia e merce.
La Storia vissuta in sospensione
Una raccolta di saggi dello studioso del mito e delle religioni. Da Pavese a Rimbaud passando per Lukács
ARTICOLO - Marco Dotti il manifesto 2013.02.09 - 11
«Non è niente, sono qui, sono ancora qui».
Arthur Rimbaud concludeva con queste parole la rivendicazione di
un'infanzia sfrontata, in quell'«inferno che sovverte l'ordine» che per
molti tratti fu la Comune di Parigi. Un ritorno a cui Rimbaud aggiunse,
alla maniera di un post-scriptum, un'altra attestazione, stavolta
relativa all'azzeramento di ogni senso di colpa. Fosse pure, questo
senso di colpa, postumo, preventivo o soltanto preteso: «Industriali,
principi, senati: a morte! Ci è dovuto», scriveva il diciottenne
Rimbaud. Era il 1872 e l'eco della Comune si poteva ancora sentire, ma i
suoi giorni erano oramai proscritti dalla ripresa di un tempo storico
che cannoni e baionette del generale e futuro presidente Mac-Mahon
avevano saputo riattivare nel corso ordinario delle cose. Il tempo
«borghese» ritrovava così la sua scansione ritmica nel doppio coup al
tavolo gioco e davanti alla macchina che garantiva serialità del lavoro.
Quanto di questo tempo era rimasto e ancora rimaneva attaccato a chi,
fosse pure per poco, si era sentito animato e sconvolto dalla zona
franca e comune della rivolta? Quale stratificazioni di lieux communs ,
di vecchi abiti scambiati per nuovi e di nuovi presi per vecchi nel
corso riattivato delle cose? Quel corso delle cose che, è vicenda nota,
venne interrotto solo per poche settimane dal 18 marzo alla fine di
maggio del 1871, quando con la Comune si instaurò - la definizione è di
Furio Jesi nel volume Il tempo della festa , a cura di Andrea
Cavalletti, Nottetempo, pp.236, euro 15,50 - «un tempo di qualità
inconsueta», dove ogni avvenimento sembrava accadere lì e ora, ma per
sempre. Qualche mito genuino sembrava allora mostrarsi, ma presto si
sarebbe ingenuamente «corrotto» al contatto con l'ombra delle grandi
mitologie borghesi che già avevano marchiato la storia. I versi già
citati di Rimbaud - «Ce n'est rien! J'y suis! J'y suis toujours!» -
seguono di pochi mesi il suo arrivo a Parigi e quel testo stratificato e
intenso che è Il Bateau ivre , composto tra il mese di settembre e
quello di ottobre del 1871. È quasi un ritorno, dopo la battaglia nella
città individualmente sognata e diventata per pochi mesi di tutti:
Parigi. Solo nella rivolta, osservava Jesi, la città è sentita come
l'haut lieu , come città veramente propria . Nella rivolta, infatti,
«non si è mai soli». Dopo la rivolta c'è solo il ritorno alla battaglia
individuale. Quella battaglia che forse il poeta non aveva mai realmente
abbandonato - ma solo sognato di abbandonare. «Ce n'est rien! J'y suis!
J'y suis toujours!», anche se questi versi, secondo la critica, segnano
un risveglio, pur se non è chiaro - o, forse, lo è fin troppo - se
Rimbaud abbia realmente preso parte o soltanto mitizzato la propria
presenza tra le barricate, riservandola più alle pieghe e alle righe dei
suoi quaderni, non di meno proprio tra quelle pieghe è possibile
scorgere i frammenti di una vera e tutt'altro che ingenua profezia di
rivolta. A questa profezia, Furio Jesi dedicò pagine memorabili
pubblicate per la prima volta sul numero 168 della rivista «Comunità».
Era il dicembre del 1972 e nella sua «Lettura del Bateau ivre di
Rimbaud», anche riprendendo alcuni passi di un libro del 1969 rimasto
inedito fino a tempi recenti ( Spartakus. Simbologia della rivolta , a
cura di Andrea Cavalletti, Bollati-Boringhieri, Torino 2000), Jesi
accennava per la prima volta a quella «macchina mitologica» che dopo la
rottura con Károly Kerényi e per un quadriennio fu al centro della
riflessione nel suo periodo intellettualmente più fecondo e felice.
Congegno che produce epifanie di miti e al suo interno «potrebbe
contenere i miti stessi o essere persino vuoto», la macchina mitologica
rivela che le mitologie non nascono dal mito ma da una continua
oscillazione tra le pareti della scatola che, senza apparente
possibilità di fuga, le contiene. Il Bateau ivre rappresenta, in questo,
una stratificazione esemplare di luoghi comuni e materiali mitologici,
adatti per un corpo a corpo con la macchina mitologica nella modernità.
Il modello nella sua dimensione gnoseologica e nel suo riferimento alla
macchina allude, tre le tante cose, a un continuo muoversi in cerchio
dell'interprete attorno a un centro vuoto o non accessibile in cui
paradossalmente risiede il mito (o il luogo comune, nella terminologia
del saggio su Rimbaud). Ma sul piano pratico-politico, questo modello
provvisorio di conoscenza diviene qualcosa di assolutamente pericoloso,
se anziché al suo funzionamento ci si lascia sedurre dalla fascinazione
esercitata dal richiamo a un'essenza del mito stesso. Il modello
«macchina-mitologica» è anche il perno attorno al quale ruotano i testi
intelligentemente presentati con grande cura da Andrea Cavalletti,
nell'utilissima raccolta da poco edita per i tipi di Nottetempo
edizioni. In particolare, accanto a scritti su Lukàcs, Pavese, Rilke e a
un inedito sul Libro di Daniele , sono proprio il saggio su Rimbaud e
quello dedicato alla Conoscibilità della festa ad aprire e a chiudere la
riflessione teorica di Jesi attorno a questo tema. Un modello, quello
della macchina mitologica, che opportunamente Cavalletti, nella sua
precisa introduzione, ricorda essere indistricabile dalla particolare
tecnica compositivo-saggistica messa a punto da Jesi in quegli anni e da
un continuo rimando - mai unidirezionale - alle pagine dello Spartakus
in cui per la prima volta si declina il problema del mito «come problema
del tempo». Problema che informa di sé anche la riflessione su rivolta e
rivoluzione, centrale per la comprensione dei saggi sulla festa e su
Rimbaud. Se il termine rivoluzione , osserva Jesi, è «il complesso di
azioni a lunga e a breve scadenza che sono compiute da chi è cosciente
di voler mutare nel tempo storico una situazione politica, sociale,
economica, ed elabora i propri piani tattici e strategici considerando
costantemente nel tempo storico i rapporti di causa e di effetto, nella
più lunga prospettiva possibile», rivolta designa invece una sospensione
del tempo storico. Ogni rivolta appare quindi segnata da un prima e da
un dopo: «prima di essa e dopo di essa si stendono la terra di nessuno e
la durata della vita di ognuno, nelle quali si compiono ininterrotte
battaglie individuali». Nella complessa lettura di Jesi, rivolta e
rivoluzione non sono che una doppia, forse diversa articolazione del
tempo che vive all'interno di quella «scatola» e in nessun modo sembra
poter contraddire il modello della macchina mitologica. In questo senso,
nemmeno il «bateau ivre», sciolto dai lacci e liberato ai flutti,
muovendosi sugli sfondi irrazionali della razionalità, ha saputo
spezzare le catene del tempo, godendo solo della sua temporanea
sospensione. Ma è proprio in questa sospensione che il luogo comune
rivela la propria contraddizione costitutiva, rivelando, a chi la sappia
intendere, che anche là dove non c'è alternativa concettuale, si apre
pur sempre lo spazio di un'alternativa gestuale e di una produzione di
senso.
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