Ma è davvero così? In realtà la
seconda versione della tesi è tanto sbagliata quanto la prima. I
rappresentanti devono essere migliori dei rappresentati, proprio nel
senso che non possono essere peggiori. E non si tratta tanto della
«questione morale», ma di una questione ben nota ai greci: per far
funzionare la democrazia occorre l’aristocrazia, ossia i migliori, gli
àristoi, devono governare, eletti dai cittadini proprio in quanto
àristoi, vale a dire rappresentativi del meglio.
Già, ma in che cosa
consiste il meglio democratico? Qui la questione sembra farsi più
intricata. Posto che forse non è augurabile porre delinquenti sospetti o
acclarati alla guida di un governo, o all’interno di un dibattito
parlamentare, il politico deve avere speciali competenze empiriche, cioè
essere quel che si dice un tecnico? Deve essere un abile mediatore,
capace di sedurre e convincere non soltanto il popolo, ma anche i suoi
colleghi? Ma allora che cosa occorre, almeno in linea preliminare, per
essere un buon politico democratico?
Una risposta chiara e semplice
si trova nell’analisi della democrazia greca che fa Michel Foucault in
«Il coraggio della verità», il suo ultimo corso al Collège de France
(Feltrinelli, 2010). La democrazia, spiega Foucault, ha tre aspetti
caratterizzanti: il fatto che tutti gli individui del demos possono
prendere la parola; il fatto che alcuni (i rappresentanti) hanno uno
speciale «ascendente» sugli altri, e dunque hanno maggior voce in
capitolo; il fatto che tale ascendente è dovuto a un solo requisito: la
parresia, ovvero: il dire la verità. Ecco dunque il semplicissimo
criterio del meglio democratico: gli «eletti» si distinguono dagli altri
perché sono capaci di dire la verità, che evidentemente vuol dire: sono
capaci di vederla, sono capaci di esprimerla, quindi sanno farla valere
pubblicamente, creando convincimento, e convergenza di decisioni. Tre
operazioni non facili, ma questo è il requisito, che lo si voglia o no:
il concetto di verità potrà pure essere antipatico, ma se ci troviamo in
democrazia va tenuto in considerazione, tanto dai politici quanto dai
cittadini che li eleggono. (Un punto piuttosto noto nelle democrazie più
mature.) Naturalmente, la verità di cui si tratta è verità politica:
riguarda la ricerca della vera giustizia, e del vero benessere
condiviso. Naturalmente, per scegliere il meglio devo conoscerlo, dunque
io stessa devo avere una certa consuetudine con la verità, e vaste
competenze.
Quindi l’insieme non è così semplice. Ma il principio di
partenza è ineccepibile: se scelgo senza verità, ossia senza tenere
conto di come realmente stanno le cose, poi dovrò fare i conti con la
realtà, e non ci sarà alcun accordo democratico a salvarmi.
Si noti
però: i politici dovrebbero dire la verità e non dire che dicono la
verità, e neppure esaltare il concetto di verità come tale,
rivendicandone l’importanza. È questo un punto che nella civiltà
dell’apparenza in cui viviamo si tende a dimenticare. In effetti, nella
campagna elettorale abbiamo sentito un po’ tutti dire che la verità è
importante, un tema caro soprattutto (evidentemente) ai
politici-magistrati, e a Grillo e ai grillini, che vedono nel Web il
trionfo del vero, contro le menzogne del potere. Tema però non estraneo
al Pdl, visto che il suo creatore ha esordito nel 1994 dicendo «la gente
deve fidarsi solo di chi dice la verità», e ancora nel 2010, sotto
processo per varie questioni, ha ribadito «sono tranquillo: la verità
vince sempre».
In effetti, capire, esprimere, e far valere la verità
sono tre operazioni estremamente diverse da quelle consistenti nel dire
che si dice la verità, o che bisogna dire la verità. La democrazia
degenera, spiega ancora Foucault, quando emergono i mentitori «di
secondo grado»: quelli che fanno un gran parlare di verità senza averla
mai praticata nella loro vita.
Quando compaiono questi
falsificatori-manipolatori nasce la filosofia, che dovrebbe
contrastarli, dice Foucault: la filosofia però si presenta come sapienza
degli aristoi, e non può mai essere sapienza del demos.
È davvero
così? No, credo di no. Niente ci dice che la competenza relativa al
funzionamento del concetto di verità debba essere requisito dei soli
«filosofi» e degli aristoi in quanto filosofi per professione. Ma qui
incomincia un’altra storia: la storia di una rinnovata consapevolezza
collettiva circa i concetti fondamentali che guidano il ragionamento
democratico: realtà, verità, bene (se volete la classica triade unum,
verum, bonum, e volendo anche pulchrum).
Si tratta, molto banalmente,
di diventare (noi tutti, filosofi, idraulici, politici e cittadini)
esperti del concetto di verità, e di altri concetti, come «bene», e
«realtà»; sapere come funzionano, e sapere i rischi che corriamo quando
li usiamo, e particolarmente sapere: che un formidabile falsificatore,
un esperto violatore di fatti, un individuo ossessionato dal proprio
bisogno di potere, può incantarci (e incantare se stesso) con le parole
«realtà», «verità», «giustizia». È questa l’arte della skepsis
democratica, a cui dovremmo essere stati educati fin da bambini. Ma
ovviamente e purtroppo, non è così. Longo rispondeva così alle
perplessità di chi si chiedeva: ma è ragionevole che ad approvare una
legge sulla corruzione siano chiamati deputati e senatori inquisiti per
corruzione e reati affini? Intesa nel senso forte del verbo «dovere»
l’affermazione è bizzarra: implica che gli eletti debbano essere
peggiori degli elettori. Certo può capitare che lo siano, ma sostenere
che debba essere così è stravagante oltre che fallace, scambiando il
fatto per il diritto.
Quel che il senatore però voleva dire (almeno
credo) è che i rappresentanti non devono necessariamente essere migliori
dei rappresentati: possono essere peggiori. Io sono un sant’uomo, ma
ignaro di cose politiche, e pur non vedendo esperti politici santi
uomini miei pari, posso adattarmi a votare qualcuno: in fondo, perché un
idraulico dovrebbe credere in Dio o nei valori morali, ed essere fedele
a sua moglie, se è un buon idraulico? Perché un politico deve essere un
sant’uomo, se è un buon politico?
Si noti
però: i politici dovrebbero dire la verità e non dire che dicono la
verità, e neppure esaltare il concetto di verità come tale,
rivendicandone l’importanza. È questo un punto che nella civiltà
dell’apparenza in cui viviamo si tende a dimenticare. In effetti, nella
campagna elettorale abbiamo sentito un po’ tutti dire che la verità è
importante, un tema caro soprattutto (evidentemente) ai
politici-magistrati, e a Grillo e ai grillini, che vedono nel Web il
trionfo del vero, contro le menzogne del potere. Tema però non estraneo
al Pdl, visto che il suo creatore ha esordito nel 1994 dicendo «la gente
deve fidarsi solo di chi dice la verità», e ancora nel 2010, sotto
processo per varie questioni, ha ribadito «sono tranquillo: la verità
vince sempre».
In effetti, capire, esprimere, e far valere la verità
sono tre operazioni estremamente diverse da quelle consistenti nel dire
che si dice la verità, o che bisogna dire la verità. La democrazia
degenera, spiega ancora Foucault, quando emergono i mentitori «di
secondo grado»: quelli che fanno un gran parlare di verità senza averla
mai praticata nella loro vita.
Quando compaiono questi
falsificatori-manipolatori nasce la filosofia, che dovrebbe
contrastarli, dice Foucault: la filosofia però si presenta come sapienza
degli aristoi, e non può mai essere sapienza del demos.
È davvero
così? No, credo di no. Niente ci dice che la competenza relativa al
funzionamento del concetto di verità debba essere requisito dei soli
«filosofi» e degli aristoi in quanto filosofi per professione. Ma qui
incomincia un’altra storia: la storia di una rinnovata consapevolezza
collettiva circa i concetti fondamentali che guidano il ragionamento
democratico: realtà, verità, bene (se volete la classica triade unum,
verum, bonum, e volendo anche pulchrum).
Si tratta, molto banalmente,
di diventare (noi tutti, filosofi, idraulici, politici e cittadini)
esperti del concetto di verità, e di altri concetti, come «bene», e
«realtà»; sapere come funzionano, e sapere i rischi che corriamo quando
li usiamo, e particolarmente sapere: che un formidabile falsificatore,
un esperto violatore di fatti, un individuo ossessionato dal proprio
bisogno di potere, può incantarci (e incantare se stesso) con le parole
«realtà», «verità», «giustizia». È questa l’arte della skepsis
democratica, a cui dovremmo essere stati educati fin da bambini. Ma
ovviamente e purtroppo, non è così.
Il populismo in Parlamento
di Nadia Urbinati Repubblica 25.2.13
LA DEMAGOGIA non si traduce facilmente in rappresentanza parlamentare. Vive di politica diretta e il suo più grande ostacolo è la normalità che segue il voto. Si adatta meglio ad una permanente campagna elettorale perché retta sull’espressività e sull’arte affabulatrice del leader, la ricerca dell’applauso e del contatto diretto con il pubblico. La demagogia si avvale di una retorica spesso aggressiva.
E rinasce ogni qual volta la distanza tra chi sta dentro e chi sta fuori i luoghi del potere si allarga fino ad aprire una falla nella quale si fa strada questa forma alternativa di espressione politica, la cui linfa vitale sono emozioni di opposizione, come la rabbia o l’esasperazione. La demagogia prende energia dalla relazione di vicinanza del leader con la folla: egli porta la massa dove vuole e deve farsi portare da essa per meglio eccitarla e averla sua. La demagogia non vive di azione differita, vuole un rapporto fisico diretto, come quello tra Beppe Grillo e le folle che si assembrano ai piedi del suo palco inscenando una drammatizzazione delle vicende politiche più problematiche e delle difficoltà sociali ed economiche che le accompagnano. Che cosa ci si deve aspettare dalla politica demagogica ora che le urne si chiudono e una folta pattuglia di eletti entra in Parlamento?
C’è un’incertezza palpabile su quel che sarà il post-elezioni dei movimenti populisti – certamente del M5S – proprio per l’oggettiva difficoltà a tradurre le emozioni delle folle in rappresentanza politica. Le ragioni dello scontento che fa da benzina al demopopulismo sono più che giustificate. È giustificato il disgusto urlato nelle piazze oceaniche che raduna Grillo per il modo con il quale amministratori delegati governano banche e imprese nel proclamato dispregio delle regole e con arbitrio – cloni di una classe politica che Mario Monti ha chiamato “cialtrona”. È giustificata l’angoscia per il domani anche a causa di politiche di austerità senza progetto che hanno impoverito troppi italiani, senza peraltro riuscire a risolvere i problemi che dovevano risolvere. È comprensibile il disagio di molti onesti cittadini di fronte ai potenti che vorrebbero appropriarsi del bene della giustizia per garantirsi impunità. Indignazione giusta e sacrosanta che però stenterà a trovare un’efficace rappresentanza se si affiderà alla guida demagogica.
La demagogia che riempie le piazze e i siti Internet ha il potere di attrarre consenso ma non ha probabilmente alcun interesse a creare stabilità nel dopo le elezioni. La sua forza (che si paventa molto consistente) può essere di impedimento alla formazione di una maggioranza duratura. La stabilità del governo è del resto il nemico dei movimenti demopopulisti, la cui aspirazione sono piazze piene di scontenti (che restino tali). La democrazia consente di tenere i giochi aperti; a questo serve la regola della ciclicità elettorale, a mediare stabilità e mutamento, apertura del contenzioso e sua temporanea chiusura. È questa regola fondamentale che la demagogia mal digerisce e fa di tutto per sovvertire, per essere forza mobilitante permanente.
Inoltre la demagogia non è rappresentabile; rabbia e indignazione sono emozioni difficili da tradurre in progetti politici condivisi. Anche per questo ha senso temere scenari di instabilità. Che cosa faranno i rappresentanti del M5S in Parlamento? Dove si posizioneranno in rapporto alla maggioranza che si formerà?
E che proposte porteranno avanti che possano rappresentare quella rabbia che il loro leader fa montare ogni ora che passa? È vero che il M5S ha dimostrato, nelle amministrazioni locali, di esprimere eletti di buon senso. Ma il Parlamento non è un consiglio comunale e i pochi punti di programma che Grillo propone non sono paragonabili in efficacia e per portata alla voglia azzeratrice che la sua retorica alimenta.
Il caos che un conglomerato di eletti non uniti in partito e, soprattutto, senza idee guida “in positivo”, ma uniti principalmente dalla rabbia anti-sistema, è purtroppo prevedibile. L’unica speranza è che, proprio a causa della loro inconsistenza come partito, gli eletti del M5S si sentano totalmente liberi di seguire il loro buon senso; che, insomma, rappresentino solo se stessi al meglio della ragionevolezza di cui sono capaci. Non si può non vedere il paradosso: gli eletti di questo movimento demagogico non devono dar conto a nessuno e proprio da questa assenza di mandato politico e di controllo dipende la stabilità del quadro politico post-elettorale. Portati in Parlamento sull’onda dell’emozione, dobbiamo sperare che molti di loro sappiano e vogliano esprimere l’indignazione e la rabbia con comportamenti ragionevoli, volti a promuovere stabilità per potere picconare per davvero gli effetti del malgoverno che si è accumulato in questi anni di cialtroneria sistemica.
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