lunedì 25 febbraio 2013
Un manifesto italiano per l'improbabile neokeynesismo continentale
Nadia Urbinati: La mutazione antiegualitaria, a cura di Arturo Zampaglione, Laterza, pagg. 176 euro 12
Risvolto
La nostra democrazia sta subendo un processo di mutazione molecolare di
cui non riusciamo ancora a cogliere la direzione. Nel suo aspetto più
visibile la mutazione è politica ed economica. Riguarda la composizione
sociale della cittadinanza, il rapporto tra le classi e il governo
dell’economia pubblica e si manifesta come una mutazione in senso
antiegualitario. Nel suo aspetto meno visibile la mutazione è culturale e
ideale e si presenta come appropriazione identitaria della libertà e
dell’eguaglianza dei diritti civili. Se volgiamo poi lo sguardo alla
sfera della vita privata, ai cambiamenti intellettuali, sociali e
politici, scopriamo che esiste una maggiore distanza tra le persone in
relazione alle opportunità che hanno di acquisire beni effettivi e
simbolici.
Siamo forse alla vigilia di un cambiamento epocale dei paradigmi sociali e politici?
Se l’ingiustizia si mangia la libertà
Un libro intervista di Nadia Urbinati sulla diseguaglianza
di Chiara Saraceno Repubblica 23.2.13
«La
democrazia non ci promette di realizzare un ordine superiore di vita o
una società perfetta. Non ci promette neppure di dare vita a una società
di eguali. La sua funzione consiste nel tenere insieme libertà e pace
sociale, di far sì che, diventando cittadini, persone che sono diverse
nelle opinioni e nelle situazioni sociali, nelle credenze e nelle
aspirazioni, vivano insieme rispettandosi, all’interno di un sistema di
diritti e di doveri ugualmente distribuiti». Se la prima metà del
Ventesimo secolo ci ha insegnato quanto possa essere devastante un’idea
di uguaglianza senza libertà individuale, oggi, nelle nostre democrazie
consolidate, a essere a repentaglio sono l’uguaglianza e
l’universalismo.
La cultura, prima ancora che le politiche,
neo-liberista che dagli anni Ottanta del Novecento ha incrinato il
consenso insieme keynesiano e socialdemocratico che aveva guidato le
democrazie capitaliste occidentali, ha infatti presentato la regolazione
dei mercati e i sistemi di welfare sviluppati nel dopoguerra come
inciampi indebiti alla libertà economica e all’accumulo di ricchezza.
Nonostante i molti segnali di fallimento sul loro stesso terreno delle
politiche neo-liberiste degli ultimi decenni (allontanamento del sogno
della piena occupazione e del benessere per tutti), la delegittimazione
delle politiche universalistiche e degli interventi di contrasto alle
disuguaglianti escludenti e squalificanti è continuato, trovando nuova
linfa nei processi di globalizzazione e finanziarizzazione
dell’economia. Questi hanno eroso le basi sociali dell’economia e il
senso di responsabilità per il bene comune di chi ha di più. A
differenza, o molto più, dell’industria e delle cosiddetta economia
reale, la finanza non ha né patria né territorio; e chi la manovra non
ha particolari interessi nello stato di uno o l’altro paese e di chi ci
vive, salvo che quando lo sente come un ostacolo da rimuovere, come
successe in Cile con Pinochet contro Allende.
Di più, la
straordinaria escalation della globalizzazione economica e finanziaria
rende gli stati meno democratici, perché riduce la loro sovranità di
decisione proprio nelle scelte politiche più ampiamente e socialmente
democratiche, ovvero in quelle che riguardano appunto la regolazione dei
mercati e la redistribuzione via welfare state. Alla globalizzazione e
de-territorializzazione dell’economia fa da contraltatare quasi
speculare un rafforzamento della richiesta di politiche identitarie, che
circoscrivano “gli uguali” — quelli che “hanno diritto ad avere
diritti” — rispetto ai “diversi”, le cui domande di appartenenza comune
vanno respinte — che si tratti dello slogan “prima il nord”, o del
rifiuto a riconoscere pari dignità alle persone omosessuali. Se il primo
fenomeno provoca una sorta di secessione dell’economia non solo dagli
Stati, ma anche dagli organismi internazionali, il secondo provoca una
sorta di secessione interna, con il prevalere delle identità nazionali,
etniche, religiose, (etero) sessuali, e così via sulla comune
appartenenza statuale. Sotto questa doppia spinta secessionistica, la
democrazia sta conoscendo una mutazione tanto silenziosa quanto
insidiosa dei meccanismi che la fanno vivere e riprodurre.
È questo
il filo conduttore della densa e articolata riflessione che Nadia
Urbinati svolge nel suo ultimo libro in uscita da Laterza (Mutazione
antiegualitaria), scritto in forma di intervista con il giornalista
Arturo Zampaglione. Una riflessione che spazia da una sorta di
ricostruzione della sua autobiografia intellettuale ad analisi puntuali
di fenomeni sociali e politici quali la Lega o Occupy Wall Street e che
incrocia la tradizione intellettuale e pratica della democrazia
statunitense con quella europea continentale, con il ruolo diverso che
in esse gioca l’atteggiamento verso lo stato. Ma il tema centrale, cui
Urbinati continua a tornare, è che la crescita delle disuguaglianze e la
de-solidarizzazione dei ricchi in una economia globalizzata rischiano
di far cadere il fragile equilibrio tra libertà, solidarietà e
uguaglianza dei diversi su cui si è retta, almeno idealmente se non
sempre nei fatti, la democrazia occidentale. Una mutazione che, per non
diventare fatale, richiederebbe la capacità di sviluppare nuove
narrazioni, che rimettano in moto la disponibilità a operare per un bene
comune consensualmente definito.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento