lunedì 25 febbraio 2013
Ritratto di Ferdinand de Saussure
Ferdinand de Saussure: una lezione tra scacchi, codici e comunicazione
di Massimo Adinolfi l’Unità 24.2.13
CHI ERA. Lo svizzero inventore del triangolo semiotico
Ferdinand
de Saussure, (Ginevra, 26 novembre 1857 Vufflens-le-Château, 22
febbraio 1913) è onsiderato il fondatore della linguistica moderna, in
particolare di quella branca conosciuta con il nome di strutturalismo.
Nel corso della sua vita pubblicò un solo libro: «Dissertazione sul
sistema originario delle vocali nelle lingue indoeuropee» (1878), opera
in cui è definita nel suo complesso la teoria del vocalismo e
dell’apofonia.
È invece postuma la raccolta delle lezioni tenute a
Ginevra da Ferdinand de Saussure (1906-1911), «Corso di linguistica
generale», dove è delineata la teoria linguistica strutturalista, basata
sul rapporto di arbitrarietà tra segno linguistico e significato e
sulla concezione della lingua come sistema di segni regolato da leggi di
opposizioni e di associazioni dei termini linguistici.
LE PAROLE
HANNO UN SIGNIFICATO. GIÀ, MA COME CE L’HANNO? NON È AFFATTO UNA
DOMANDA PEREGRINA, ANCHE SE NORMALMENTE NON ABBIAMO DIFFICOLTÀ A
DISTINGUERE LE PAROLE che hanno un significato da quelle che invece non
ce l’hanno (e che perciò sospettiamo non esser nemmeno parole). Il punto
è infatti in forza di cosa facciamo una simile distinzione, che cosa
mai si trovi nei suoni che pronunciamo, per cui essi meritino
un’attribuzione di significato.
Orbene, che cosa, se non un pensiero?
Un pensiero è quel che ci vuole! Già, come stanno i pensieri nei suoni?
Neanche questa è una domanda bislacca, visto che non sappiamo bene
neanche che cosa diavolo sia un pensiero, un concetto, una
rappresentazione mentale. La faccenda sembra che stia però a questo
modo: da una parte ci sono i suoni che facciamo con la voce, dall’altra
ci sono invece le cose che ci accadono «dentro», nell’anima o forse nel
cervello (dicono oggi i più aggiornati), e per le quali appunto
investiamo quei suoni di significati. Da un’altra parte ancora, a
volerla dire tutta, ci sono pure i segni scritti, che significano i
segni verbali, che a loro volta significano «le cose di dentro». Questo
però non è Ferdinand de Saussure a dirlo, il linguista ginevrino di cui è
caduto in questi giorni il centenario della nascita, bensì (con qualche
minimo ammodernamento linguistico e più di una concessione alla
vulgata), il grande Aristotele. Più precisamente, si tratta dell’incipit
del trattato Perì ermeneias Dell’espressione, o Dell’interpretazione
nel cui cerchio magico ancora si muove buona parte della nostra
ordinaria, prescientifica comprensione del linguaggio. Quale sia il
misterioso collante che consente ai pensieri di attaccarsi ai suoni
Aristotele, però, non lo diceva. O per meglio dire: non pensava ci fosse
bisogno di incollare per davvero gli uni agli altri: era per lui
sufficiente una convenzione, un accordo, un’intesa in forza della quale
gli uomini decidessero di fare che quel determinato suono significasse
quel determinato pensiero. Naturalmente, capire come si stabilisca un
simile accordo è un bel problema, visto che molto raramente osserviamo
nascere nuove parole in forza di una stipulazione arbitraria di qualche
genere, e visto soprattutto il fatto che mai s’è vista accadere una roba
simile per un intero sistema linguistico. Ma questa, si dirà, è
un’altra storia.
IL DISTACCO DA ARISTOTELE
Sta di fatto che, un
paio di millenni dopo, il coltissimo professor Ferdinand de Saussure,
che teneva all’Università di Ginevra i suoi corsi di linguistica
generale, non era più sicuro dell’impianto aristotelico. Passi la
faccenda della convenzione (katà synthéken, dice il greco di
Aristotele): non è infatti vero che nelle diverse lingue parlate dagli
uomini si dicono le stesse cose con suoni diversi? E cosa vuol dire
questo, se non che i segni sono arbitrari? Ma che bisogno c’è di
mantenere una nozione psicologica di significato, si chiese Saussure? La
lingua (la langue) va considerata separatamente dall’atto o dalla
facoltà di parola (la parole): la prima ha carattere sovraindividuale, e
non è affatto nella disponibilità di un individuo o nella testa di un
solo uomo; il secondo, invece, l’atto di parola, quello sì dipende dalla
volontà del singolo. Occupiamoci pertanto della lingua come un sistema,
come un fatto sociale, ragionava il linguista, e lasciamo perdere tanto
la psicologia, che è confusa e con la quale in fondo rischiamo solo di
metterci nei guai, quanto la storia. La storia era infatti l’altro
ambito in cui si studiavano i problemi del linguaggio.
Lo stesso
Saussure, prima di ritornare negli anni ’90 dell’800 nella sua Ginevra,
si era occupato di sanscrito e indoeuropeo. Ma ormai lo studio del
linguaggio non aveva più ragioni di principio per sentirsi in debito nei
confronti della storia: la prospettiva diacronica, che guarda
l’evolversi di un sistema linguistico nel tempo, poteva andare separata
dalla prospettiva sincronica, che considera invece la lingua tutta
dispiegata in un momento dato, e si occupa quindi di stabilire quali
rapporti intercorrano fra i suoi segni.
Fu una vera rivoluzione: la
lingua da allora in poi è una struttura, non fa capo a un soggetto
(minuscolo o maiuscolo che sia) e può essere studiata iuxta propria
principia. E fu una rivoluzione tanto vasta da investire nel giro di
qualche decennio l’intero ambito delle scienze umane, che dalla
linguistica strutturale di Saussure presero per dir così il metodo.
L’antiumanesimo della morte dell’uomo (di una certa figura
antropocentrica dell’uomo) era già pronto a spiccare il volo nel cielo
fosco del Novecento europeo. Pensate però che bello: studiare l’uomo, le
sue manifestazioni culturali e simboliche, senza dover passare per la
via troppo stretta e così tortuosa della psicologia, e senza nemmeno
dover annaspare nel mare magno della storia. Come ha spiegato Tullio De
Mauro (a cui si deve l’introduzione del Cours di Saussure in Italia, nel
‘68), non importa quanti linguisti conoscano lo studioso ginevrino:
quel che è certo, è che noi siamo in debito con la sua fondazione della
linguistica generale, come lo siamo nei confronti di Girolamo Cardano.
Di cui nemmeno conosciamo il nome, ma che tiriamo in ballo ogni volta
che ci mettiamo in macchina e sterziamo, visto che il giunto cardanico
che ci consente di girare le ruote l’ha inventato lui. E così «tutte le
volte che qualche linguista lavora sulle parole come segni di un
sistema, ogni volta che un linguista capisce che questo sistema non è un
caciocavallo ‘mpiso sulla testa dei parlanti (...), ogni volta che
riesce a distinguere il peso della tradizione dalla portata funzionale
sincronica di una forma devo continuare? Ogni volta che un linguista
studia seriamente una lingua (...), lo sappia o no, gli piaccia o no,
adopera attrezzi concettuali e anche termini messi a punto da Saussure».
Le
parole come «segni di un sistema», la lingua come sistema di
differenze: questo il pensiero più profondo di Saussure. Che significa:
morte del concetto, fine della parola piena, rotonda, dotata di un senso
spirituale. Volete infatti sapere dove si trova il significato delle
parole, visto che non c’è più a sostegno un’anima, uno spirito, una
coscienza che le pensi? Ma nelle parole stesse, e precisamente nelle
differenze che intercorrono tra di loro. Volete capire come? Fatevi una
partita a scacchi (il paragone fra il gioco della lingua e quello degli
scacchi è dello stesso Saussure). Anche a scacchi è questione di
posizione dei pezzi sulla scacchiera, e per meglio dire della posizione
di ciascun pezzo in relazione a ciascun altro: a nessuno che osservi la
scacchiera in un dato momento, occorre perciò conoscere la sequenza
delle mosse giocate (la storia), né cosa mai pensino i giocatori
impegnati nel gioco (la psicologia), per capire la posizione (la
lingua).
Ora però che l’onda strutturalista è calata e che una
macchina, «Deep Blue», ha battuto persino il campione del mondo Garry
Kasparov in una partita a scacchi, viene naturale domandare che gioco è,
quello che possono giocare anche le macchine, e che lingua è, quella
che anche le macchine possono parlare. Oppure giocare, così come
parlare, sono attività propriamente umane, e quello che fanno le
macchine è un’altra cosa: comunicazione, forse, ma linguaggio no? Se
così fosse, il linguaggio avrà pure una sua infrastruttura linguistica
nel senso della langue di Saussure, ma non sarà mai soltanto un sistema,
un codice astratto, qualcosa che può essere implementato su un
elaboratore, ma avrà bisogno di essere nuovamente immesso nella vita e
nella storia degli uomini.
In effetti, l’ultima parola che dimostra
(e insieme decide) se quella che parliamo è una lingua oppure solamente
un codice comunicativo può essere solo quella di un altro uomo che la
intenda e la consideri per tale. Ma quell’ultima parola, per
definizione, non è ancora stata detta, e non sarà detta finché gli
uomini avranno ancora una lingua, e una storia.
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