giovedì 7 febbraio 2013
Sempre lo stesso schema a sinistra
In ogni caso gli
intellettuali del PD hanno le idee chiare. A Vendola non rimane che
attendere l'appello di Pietro Ingrao per l'unità delle forze
democratiche, progressiste e responsabili [SGA].
È ora di alzare il velo sulle future alleanze
di Massimo L. Salvadori Repubblica 7.2.13
Nella
storia d’Italia unita la sinistra si è presentata secondo diverse
incarnazioni. Non poteva essere altrimenti. Si è trattato di un secolo e
mezzo, in cui tutto è cambiato passando attraverso cicli la cui genesi e
fine sono stati segnati da crisi degli assetti socioeconomici,
istituzionali, politici e dei contesti internazionali che hanno
acquistato il carattere di crisi di sistema. Alludo alla stretta
conclusiva del Risorgimento nel 1860-61, al crollo dello Stato liberale e
all’avvento del fascismo nel 1919-22, al crollo della dittatura, alla
Resistenza e allo stabilirsi della Prima repubblica nel 1943-48, al
collasso agli inizi degli anni ’90 dell’intero sistema dei partiti sorto
nel secondo dopoguerra. Ebbene, ognuno di questi cicli ha avuto
invariabilmente un unico esito: il cedimento del vecchio ordine ha
alimentato un’ondata che in un primo tempo ha dato un impetuoso impulso
alla sinistra e in un secondo tempo ha portato alla sua sconfitta
finale.
Le ricorrenti sconfitte subite dalla sinistra furono
l’effetto delle sue inadeguatezze, incomprensioni e illusioni. Belli e
generosi erano i democratici del Risorgimento, ma chiedevano ad un
popolo tutto diverso da quello immaginato di fare una rivoluzione
democratica che non aveva alcuna possibilità concreta; e furono travolti
– come notò Gramsci – da un Cavour che essi non capivano e che li
capiva. Appassionati dall’ideale di una prossima piena eguaglianza erano
nel primo dopoguerra i socialisti massimalisti e i comunisti, che,
credendo a portata di mano un mondo nuovo aperto nel 1917 da Mosca, si
azzannarono nondimeno reciprocamente, gettarono a mare ogni programma di
riforma democratica e istituzionale e vennero battuti da un Mussolini,
che aveva compreso quali forze di resistenza avesse il capitalismo lungi
dall’essere un cane morto. Nel secondo dopoguerra, forti del grande
prestigio acquistato nella lotta antifascista e nella Resistenza, i
socialcomunisti lanciarono agli italiani un messaggio che chiedeva loro
di affidarsi ad un processo storicamente necessario che, superata una
fase transitoria di democrazia progressiva, li avrebbe portati a
congiungersi ad un mondo socialista vittorioso; e nell’aprile 1948
furono travolti da De Gasperi che guidava la ricostruzione grazie ai
consistenti aiuti americani. E poi venne il 1994. Il Partito democratico
della sinistra col suo volto nuovo andò alle elezioni fiducioso nel
successo dei progressisti; ma il successo andò a Berlusconi, che si
presentò come lui sì il volto nuovo, raccolse ex democristiani, ex
socialisti frustrati, leghisti, neofascisti, e la maggioranza del popolo
gli diede quella vittoria che venne più volte rinnovata.
Un quadro
nero per la sinistra? No, si tratta di altro: di invitare le forze
progressiste alla riflessione. La sinistra nelle sue molteplici
incarnazioni ha ottenuto successi iscritti nel decalogo di diritti
sociali, politici e civili, ma ciò non può nascondere che nei momenti
più cruciali ha perduto la partita per il governo del paese: la partita
che non deve perdere oggi. Il Cavaliere nel novembre 2011 era malamente
caduto, e si dava per scontato che non avrebbe potuto rialzarsi; la Lega
risultava anch’essa boccheggiante; e a raccogliere l’eredità del
centro-destra, passato attraverso una rigenerazione, pareva essere il
montismo, così da svelenire la prossima sfida per il governo. E l’ondata
prometteva al Pd la più sicura delle navigazioni verso Palazzo Chigi,
nonostante l’esagitato Grillo. Poi la situazione si è ingarbugliata e il
certo si è fatto incerto. Monti si è messo personalmente in gioco, ma
la sua aspettativa di andare a occupare con forza le posizioni del
centro-destra è andata delusa di fronte al Cavaliere che contro ogni
previsione ha ricompattato gran parte dei suoi seguaci, e ora ricorre
secondo un provato copione alla più sfrenata demagogia e a
miracolistiche promesse a cui molti ancora credono. Quanto al Pd,
resiste al primo posto, ma l’ondata a suo favore ha perso il vigore
iniziale; e deve far fronte anche al leader di una “Rivoluzione civile”
che rischia di fare da battistrada a una restaurazione incivile.
Se
si vuole che le prossime elezioni non siano l’anticamera di un ulteriore
turno elettorale, che Berlusconi venga sconfitto una volta per tutte e
si formi un esecutivo che duri, Bersani, tanto più dopo le dichiarazioni
di Berlino, deve sciogliere il nodo finora non sciolto con l’affermare
che se vincesse con il 51% governerebbe come se avesse il 49%: è la vaga
invocazione di una possibile maggioranza variabile sulla base di un
programma possibilmente condiviso o la disponibilità sostanziale a una
maggioranza parlamentare con i montiani che sfoci in una coalizione di
governo? E a Monti, apertosi all’alleanza per le riforme (evidentemente
con Bersani), si richiede di far capire, dal momento che non avrà una
sua propria maggioranza in Parlamento, come intende a sua volta
propriamente muoversi. Mancati chiarimenti e ambiguità non farebbero che
risultare a vantaggio di Berlusconi, Maroni, Grillo e Ingroia. Le
speranze di sfondamento sia di Monti sia di Bersani sono alle spalle, ed
è l’ora che essi dicano se sono pronti, pagando il prezzo degli
inevitabili dissensi all’interno dei loro schieramenti, a formare o no
una coalizione di governo, così da chiarire le idee tanto agli italiani
quanto agli inquieti che guardano dall’estero.
Si capisce bene che
ciascuna parte possa ritenere comodo prima passare all’incasso, vedere
il risultato e solo dopo pensare a come spenderlo, ma questo turba
l’elettorato e non lo spinge a buone scelte, poiché in realtà non
saprebbe cosa sceglie. E si capisce anche bene che ciascuna desideri una
propria vittoria piena, netta. Tutti l’hanno sempre desiderata. Vendola
e i più progressisti dei progressisti Pd la desiderano oggi tanto: per
poter contemporaneamente sconfiggere Berlusconi e andare oltre Monti; ma
la storia è quel che è, e i veri politici sanno farsene una ragione e
tirare le somme.
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