giovedì 7 febbraio 2013
L'Università e la sua crisi
Matricole
Il calo degli studenti universitari specchio dell’Italia in crisi
I fondi destinati all’istruzione superiore sono stati tagliati fino a risultare inferiori del 30% alla media Ocse Dietro la “grande fuga” c’è anche il notevole impoverimento del ceto medio e l’aumento della disuguaglianza economica e sociale
di Marco Revelli Repubblica 7.2.13
Difficilmente
un Paese impoverito può permettersi un buon sistema universitario. E
difficilmente un Paese con un cattivo sistema educativo può sollevarsi
dalla crisi. Sta in questa tenaglia il segno — uno dei tanti, purtroppo —
della preoccupante situazione italiana, messo in rilievo dal recente
documento del Consiglio universitario nazionale. Potremmo anche
aggiungere che difficilmente un Paese poco acculturato può produrre una
buona politica: un elettorato consapevole (lo vediamo in questi giorni
quanto pesi il livello di istruzione sulle intenzioni di voto). Una
classe dirigente all’altezza dei propri compiti. Un’amministrazione
competente ed efficiente. E il cerchio si chiuderebbe.
Le 58mila
matricole in meno nel 2011 rispetto al 2003 — il dato che ha scioccato
perché equivalente alla popolazione di un intero grande ateneo — è in
realtà solo la punta di un iceberg di proporzioni ben più ampie. Occorre
aggiungere i 1.195 corsi di laurea eliminati negli ultimi sei anni,
solo in parte cancellati per una sacrosanta razionalizzazione e sempre
più costretti all’estinzione per assenza di fondi e di docenti. Il
taglio feroce dei fondi alla ricerca libera, messa letteralmente in
ginocchio dopo che già faticava a rimanere in piedi. La riduzione —
davvero inqualificabile — delle borse di studio… D’altra parte noi siamo
il Paese che destina al settore militare oltre 20 miliardi di euro
all’anno e appena sei alla propria università. Il che ci colloca un buon
30 per cento sotto la media Ocse.
Sul Giornale di Berlusconi la
notizia del calo delle matricole era stata salutata con gioia da un
articolo, tanto sciagurato quanto rivelatore, del vice-direttore,
intitolato Atenei, scappano in 60mila. Era ora: meglio pochi e buoni,
nel quale, dopo aver liquidato l’“allarme” come «depravazione
dell’egualitarismo » e «pianto dei fanatici dell’università per tutti e a
tutti », si affermava che «questi dati non sono preoccupanti, no. Sono
confortanti. Ci spingono più vicini agli altri Paesi civili». Non si
diceva che la percentuale media di laureati nei Paesi dell’Ocse è quasi
il doppio della nostra, penultimi, seguiti solo dal Portogallo. Né si
informava che l’obiettivo di laureache ti stabilito dal ministro Gelmini
per il 2020 ci copriva di vergogna di fronte all’Europa (che si propone
di giungere a una percentuale pressoché doppia), collocandoci come
fanalini di coda, al livello della Romania.
Non sono però solo le
scelte dissennate dei governanti. Non basta un “ministero
dell’ignoranza” a spiegare l’esodo. Dietro la grande fuga di questi anni
c’è l’effetto congiunto di una pessima deriva economica e sociale e di
una cattiva cultura dominante. In primo luogo l’effetto del progressivo,
e negli ultimi tempi sempre più rapido, impoverimento del ceto medio e
del lavoro dipendente, che avevano alimentato la lunga parentesi
dell’università di massa. E soprattutto la crescita della
diseguaglianza: quella che in termini sociologici si chiama
l’“allungamento” della nostra composizione sociale, con una piccola
porzione di popolazione che ha continuato a salire e in qualche caso è
schizzata verso l’alto, nella sfera esclusiva del “lusso”, e una grande
massa che è scivolata in basso, nella fascia maledetta dell’indigenza. I
pochi possono permettersi la Bocconi, i master, la specializzazione
negli Stati Uniti, e i troppi che non ce la fanno ad arrivare alla fine
del mese, figurarsi a pagare una tassa d’iscrizione che è andata
aumentando fino ad essere tra le più elevate in Europa. Una società
duale, giustificata da un senso comune dominante che si focalizza sulle
eccellenze — in molti casi sulla “retorica dell’eccellenza”, quasi
sempre identificata con il “privato” — , sul primato delle pratiche
d’èlite (come per i corpi militari), perché il resto è poco rilevante,
sul piano del consumo, del riconoscimento sociale, e dei progetti di
vita. Non vale neppure più la pena sostenerlo con i contributi al
“diritto allo studio”.
Questo sul versante del deficit di “domanda”
di istruzione universitaria. E poi c’è il problema dell’“offerta”
(cosiddetta formativa, con termine riduttivo). Diciamocelo sinceramente:
il passaggio alla “triennale”, tanto decantato, non ha aiutato a
valorizzare la laurea. Ne ha alleggerito il contenuto di sapere. Ha
contribuito a ridurne la complessità, con una falsa promessa di
professionalizzazione e un’effettiva delimitazione del campo conoscitivo
(altro che universitas!).
Forniamo un caleidoscopio di apparenti
specializzazioni, in una fantasmagoria di titoli, che illudono sulla
possibilità di una più facile collocazione sul mercato del lavoro, e che
spesso ti collocano in un’area di parcheggio post-laurea sempre più
lunga. Chi ha pratica di insegnamento lo sa bene.
Non sono choosy i
miei studenti. Spesso si accontentano anche di lavori pagati al di sotto
della decenza, e lontani anni luce dal titolo di studio acquisito. E
tuttavia restano in apnea a lungo dopo la laurea: Alma-Laurea, nel suo
ultimo rapporto, ci dice che dopo un anno meno della metà dei laureati
trova un lavoro. E di quelli che l’hanno trovato, solo un terzo ha un
impiego stabile. Se non si avvieranno robuste politiche di
redistribuzione del reddito e di sostegno all’economia, da una parte, e
se non si metterà mano a una sostanziale ristrutturazione
dell’insegnamento universitario pubblico e della sua filosofia,
dall’altra, è pressoché inevitabile che la spirale a scendere prosegua.
Per i giovani. E per l’intero Paese.
LA REPUBBLICA del 7/2/2013
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