venerdì 8 febbraio 2013

Stalingrado: una gigantesca lotta di classe. Un'anticipazione dal nuovo libro di Domenico Losurdo

da www.domenicolosurdo.it

Rendiamo omaggio all’epica battaglia e all’epica lotta di classe di Stalingrado con un brano ripreso da:
Domenico Losurdo
La lotta di classe. Una storia politica e filosofica, Laterza, Roma-Bari
In libreria dal prossimo 7 marzo

[...] Possiamo allora ben comprendere il significato del Terzo Reich. Nel 1935 dimostra di averlo già colto l’Internazionale comunista: il fascismo (del Terzo Reich e dell’Impero del Sol Levante) mira alla «schiavizzazione dei popoli deboli», alla «guerra imperialistica di rapina» contro l’Unione sovietica, alla «schiavizzazione» della Cina (Dimitrov 1976, pp. 96 e 144). Ai giorni nostri si è giustamente osservato che «la guerra di Hitler per il Lebensraum è stata la più grande guerra coloniale della storia» (Olusoga, Erichsen 2011, p. 327); è una guerra che mira alla riduzione di interi popoli a una massa di schiavi o semi-schiavi al servizio della presunta razza dei signori. Rivolgendosi il 27 gennaio 1932 agli industriali di Düsseldorf (e della Germania) e guadagnandosi definitivamente il loro appoggio per l’ascesa al potere, così Hitler (1965, pp. 75-77) chiarisce la sua visione della storia e della politica. Durante tutto l’Ottocento «i popoli bianchi» hanno conquistato una posizione di incontrastato dominio, a conclusione di un processo iniziato con la conquista dell’America e sviluppatosi all’insegna dell’«assoluto, innato sentimento signorile della razza bianca». Mettendo in discussione il sistema coloniale e provocando o aggravando la «confusione del pensiero bianco europeo», il bolscevismo fa correre un pericolo mortale alla civiltà. Se si vuole fronteggiare questa minaccia, occorre ribadire la «convinzione della superiorità e quindi del [superiore] diritto della razza bianca», occorre difendere «la posizione di dominio della razza bianca nei confronti del resto mondo». È qui chiaramente enunciato un programma di controrivoluzione colonialista e schiavista. Se si vuol ribadire il dominio planetario della razza bianca, occorre far tesoro della lezione che scaturisce dalla storia dell’espansionismo coloniale dell’Occidente: non bisogna esitare a far ricorso alla «più brutale mancanza di scrupoli», s’impone «l’esercizio di un diritto signorile (Herrenrecht) estremamente brutale». Cos’è questo «diritto signorile estremamente brutale» se non una sostanziale schiavitù? Nel luglio 1942, Hitler emana questa direttiva per la colonizzazione dell’Unione sovietica e dell’Europa orientale:

Gli slavi devono lavorare per noi. Se non abbiamo più bisogno di loro, che muoiano pure […] L’istruzione è pericolosa. È sufficiente che sappiano contare sino a 100. È consentita solo l’istruzione che ci procura utili manovali […] Noi siamo i padroni (in Piper 2005, p. 529).

Nei suoi discorsi riservati e non destinati al pubblico Himmler (1974, pp. 156 e 159) parla esplicitamente di schiavitù: c’è assoluto bisogno di «schiavi di razza straniera» (fremdvölkische Sklaven) dinanzi ai quali la «razza dei signori» (Herrenrasse) non deve mai smarrire la sua «aura signorile» (Herrentum) e coi quali essa non deve in alcun modo mescolarsi o confondersi. «Se non colmiamo i nostri campi di lavoro di schiavi – in questa stanza posso definire le cose in modo netto e chiaro – di operai-schiavi che costruiscano le nostre città, i nostri villaggi, le nostre fattorie, senza riguardo alle perdite», il programma di colonizzazione e germanizzazione dei territori conquistati in Europa orientale non potrà essere realizzato. Il Terzo Reich diviene così il protagonista di una tratta degli schiavi messa in atto in tempi assai più stretti e quindi con modalità più brutali della tratta degli schiavi propriamente detta (Mazower 2009, pp. 309 e 299).
È questo progetto, che comporta la riduzione in condizioni di schiavitù o semi-schiavitù non solo del proletariato ma di intere nazioni, che il nuovo potere sovietico è chiamato a fronteggiare. Si profila già all’orizzonte la «Grande guerra patriottica» che trova il suo momento più cruciale e più epico a Stalingrado. La lotta di un intero popolo per sfuggire al destino di schiavizzazione cui è stato condannato non può non essere definita una lotta di classe; ma si tratta di una lotta di classe che assume la forma di guerra di resistenza nazionale e anti-coloniale.
Ciò vale anche per un paese come la Polonia. Come in Unione sovietica, anche qui il Terzo Reich si propone di liquidare in blocco l’intellettualità, gli strati sociali suscettibili di organizzare la vita sociale e politica, di mantenere in vita la coscienza nazionale e la continuità storica della nazione; in tal modo i paesi assoggettati, le nuove colonie, potranno erogare forza-lavoro servile in grande quantità, senza che nessuno intralci tale processo. Elemento costitutivo dell’intellettualità da annientare sono in Urss i comunisti, mentre un ruolo importante svolge in Polonia il clero cattolico; comune a entrambi i paesi è la presenza di ebrei, che sono intellettuali inguaribilmente sovversivi agli occhi di Hitler e per i quali l’unica soluzione può essere quella «finale». Sono queste le condizioni per edificare in Europa centro-orientale le Indie tedesche, chiamate a essere una riserva inesauribile di terra, di materie prime e di schiavi al servizio della razza dei signori: la lotta contro questo impero, fondato su una divisione internazionale del lavoro che prevede il ritorno della schiavitù in forma appena camuffata, la lotta contro tale controrivoluzione colonialista e schiavista, è una lotta di classe per eccellenza.
[…]
È vero che, mentre si svolgono gli avvenimenti di cui qui tratta, anche all’estrema sinistra non sono pochi coloro che trovano difficoltà a leggerli alla luce della teoria marxiana della lotta di classe. Il dileguare imprevisto e inaudito dalla «guerra civile mondiale» non manca di suscitare disorientamento. La politica di fronte unito, lanciata nel 1935 dall’Internazionale comunista, cerca di isolare le potenze imperialiste all’offensiva, quelle che, giunte tardi all’appuntamento coloniale, aspirano a colmare il ritardo facendo ricorso a un supplemento di brutalità e sottoponendo anche popoli di antica civiltà all’assoggettamento e persino alla schiavizzazione. Ma tale politica di fronte unito, che sembra non mettere in discussione il capitalismo in quanto tale e neppure l’imperialismo in quanto tale, appare come «il ripudio della lotta di classe» agli occhi di Trotskij (1988, p. 903 = Trotskij 1968, p. 185). In modo analogo argomentano i suoi seguaci in Cina, che rimproverano a Mao e ai comunisti cinesi di aver «abbandonato le loro posizioni di classe». La denuncia è contenuta in una lettera inviata al grande e rispettato scrittore Lu Xun (2007, pp. 193 e 196), il quale però risponde sdegnato di voler continuare a essere al fianco di coloro che «combattono e versano il loro sangue per l’esistenza dei cinesi di oggi». È una visione che qualche tempo dopo trova la sua consacrazione nella formula di Mao dell’identità nella Cina del tempo di lotta nazionale e lotta di classe.

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