lunedì 4 febbraio 2013
Sullo Spiegel i verbali del colloquio tra Sartre e Andreas Baader del 1974
Lo “Spiegel” rivela il colloquio tra il filosofo e il fondatore della Raf
di Andrea Tarquini Repubblica 4.2.13
BERLINO Già anziano e pieno di dubbi, ma carico di prestigio, il grande
intellettuale critico della gauche tentò di fermare il partito armato, e
di redimere l’artefice degli Anni di piombo. Andò apposta a trovarlo
nel carcere di massima sicurezza di Stammheim presso Stoccarda, ma non
riuscì a fargli cambiare idea. Ripartì celando dietro dichiarazioni
ufficiali contro la repressione la sua delusione profonda, e tenendosi
dentro il senso di sconfitta. Sembra un film, invece è una storia vera,
top secret fino a ieri. L’eroe sconfitto e l’antieroe caparbio, si
chiamavano Jean-Paul Sartre e Andreas Baader. Accadde il 4 dicembre
1974. Quasi quarant’anni dopo, i protocolli segreti di quel colloquio in
carcere sono stati resi pubblici. Sono un documento storico, rivelato
da Der Spiegel, che ha ottenuto dalle autorità la trascrizione pressoché
integrale del colloquio, stilata con diligenza e persino con precise
annotazioni sugli umori dei due, da parte dei poliziotti presenti.
«Le masse, guardiamo alle masse», esordì l’autore de La nausea, Critica
della ragione dialettica, Situazioni e di tanti testi-chiave della
cultura contemporanea. «La Rote Armee Fraktion ha intrapreso azioni con
cui il popolo non era d’accordo». Un j’accuse e un monito chiaro, contro
la scelta della lotta armata e del terrorismo in una democrazia. Baader
rispose arrogante e impassibile: «È stato constatato che il venti per
cento della popolazione simpatizza con noi».
L’idea dell’incontro era venuta a Ulrike Meinhof, la pasionaria delle Br
tedesche. Sperava che il grande Sartre, già prigioniero della Wehrmacht
e resistente, vedesse nella Repubblica federale uno Stato-erede del
Reich e nei terroristi quasi una reincarnazione
dei partigiani. Ma il muro dell’incomprensione si levò subito tra i due.
«So di quelle statistiche», replicò Sartre, «sono state pubblicate ad
Amburgo». Baader s’illuse di averlo convinto, e partì alla carica: «La
situazione in Germania dipende da piccoli gruppi, nella legalità e
nell’illegalità».
Immediata, dura e chiarissima venne la risposta di Sartre: «Queste
azioni sono giustificabili in Brasile (dove allora era al potere una
brutale dittatura militare, ndr), ma non in Germania». Perché mai?,
chiese Baader infastidito e sorpreso. «In Brasile », rispose il premio
Nobel, «singole azioni sono state necessarie per cambiare la situazione,
quelle azioni sì che furono il necessario lavoro di base». Baader,
annotarono i poliziotti, appariva sempre più irritato. Perché qui è
diverso?, domandò. «Qui non c’è il tipo di condizione del proletariato
che c’è in Brasile», tentò di convincerlo Sartre. Il terrorista allora
divenne ostile. Ricordò (nelle comode celle d’isolamento lui e gli altri
avevano radio e tv) che Sartre aveva appena definito “un crimine”
l’assassinio di un giudice a Berlino da parte dei terroristi. «Pensavo
che lei fosse venuto come amico, non come giudice ».«Voglio discutere
con lei dei vostri princìpi», tentò ancora Sartre, «Difficile», ribatté
il terrorista. Poi, annotarono i poliziotti, prese a leggere più volte
frasi fatte di un suo comunicato di tre pagine dattiloscritto. «Il
processo obiettivo attraversa contraddizioni... nell’offensiva la
sinistra in Germania è accerchiata e isolata, la annienteranno... lo
stato d’emergenza è in preparazione, l’offensiva contro di noi non è
visibile, gli strumenti del capitalismo sembrano naturali; la politica
del nemico di classe…». A quel punto Sartre lo interruppe, con un
soprassalto: «Scusi, non riesco capire, che vuol dire “la politica del
nemico di classe?”».
Tentativo inutile. Baader tornò a leggere, parlò di «due linee, la
frazione del Capitale e quella del debole riformismo... noi vediamo la
possibilità di una dittatura strisciante, ecco la speciale situazione
tedesca, il capitalismo Usa impone la sua politica». Nello scarno locale
per i colloqui strettamente sorvegliati a Stammheim, si respirava
sempre più un’atmosfera di dialogo tra sordi. Sartre ripeté con la
massima chiarezza: «Guardi, le azioni della Rote Armee Fraktion non
raccolgono nessuna eco nella Repubblica federale. Attacchi armati sono
certamente giusti in paesi come il Guatemala, ma non qui».
Baader rispose con una provocazione, gli suggerì di creare gruppi armati
in Francia. «Eh no, non credo proprio che il terrorismo sarebbe una
cosa buona per la Francia», replicò Sartre. Baader, annotarono i
poliziotti, si mostrò deluso, aveva sperato in un appoggio di Sartre al
partito armato. Il visitatore da Parigi se ne andò in silenzio, alla
conferenza stampa si limitò a criticare la “inumana” detenzione in
isolamento di Baader e degli altri terroristi. La stampa tedesca sparò a
zero su di lui. Baader, Gudrun Ensslin e gli altri capi storici della
Raf morirono suicidi in cella il 18 ottobre 1977 dopo il blitz
antiterrorismo contro il jet Lufthansa dirottato a Mogadiscio per
ottenere la loro liberazione. L’ultrasinistra parlò di omicidio, ma i
loro avvocati — disse l’inchiesta — avevano procurato loro le armi per
uccidersi. Sartre scomparve tre anni più tardi, all’apice della gloria,
senza mai narrare a nessuno quel suo disperato tentativo di risparmiare
all’Europa gli anni di piombo del partito armato.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento