Risvolto
venerdì 15 febbraio 2013
Trasformazioni delle metropoli occidentali
Risvolto
Simbolo dell’America e dell’Occidente, la metropoli per
definizione viene spiata da Sharon Zukin con appassionata
sollecitudine, cogliendone i cambiamenti incessanti del tessuto urbano e
culturale, specie in alcuni luoghi emblematici: Brooklyn (come è
diventata «cool»), Harlem (come ha cessato di essere un ghetto), l’East
Village (la dimensione locale nella città globale), Union Square (il
riscatto dello spazio pubblico degradato). L’attenzione va soprattutto
al problema dell’autenticità smarrita – i negozi scomparsi, gli abitanti
dispersi, le atmosfere perdute – e del suo possibile recupero sotto
nuove forme. Il proverbiale carattere «insonne» della città diventa
allora segno di una inesauribile attitudine a reinventarsi.
Sharon Zukin insegna Sociologia nel Brooklyn
College e nella City University of New York. Tra le sue opere:
«Landscapes of Power: From Detroit to Disney World» (1991), «The
Cultures of Cities» (1995), «Point of Purchase: How Shopping Changed
American Culture» (2004).
L'ALTRA NEW YORK
Il market dell'autentico
La sociologa urbana Sharon Zukin, in un volume edito da Mulino, analizza i complessi processi raccolti all'insegna di una generica gentrification. E si sofferma sulle dinamiche strutturali, come quelle riguardanti i cambiamenti delle politiche pubbliche, i meccanismi fiscali, le strategie dei soggetti privati. Così la Reinassance di Harlem ha un potenziale evocativo ma ambiguo
ARTICOLO - Massimiliano Guareschi il manifesto 2013.02.14 - 10 CULTURA
Martin Heidegger affidava alla chiacchiera e alla curiosità, tipiche
manifestazioni della socialità urbana, il ruolo di esempi eloquenti di
«vita inautentica», del si (man) conformistico contrapposto
all'autenticità dell'essere-per-la-morte o della cura che, vertigini
teoretiche a parte, sembravano trovare un luogo privilegiato di
esercizio nella baita della Foresta nera e in quel Kitsch
montano-agreste su cui il Thomas Bernhard di Antichi maestri avrebbe
riversato pagine di condivisibile acredine. Su un registro alquanto
diverso, il crepuscolare Levi-Strauss di Tristi tropici individuava
nell'autenticità una sorta di Sacro graal alla cui spasmodica ricerca,
destinata a risolversi inesorabilmente in uno scacco, si dedicava una
figura come quella del viaggiatore o della sua versione secolarizzata,
il turista.
Il concetto di autenticità si trova al centro di L'altra
New York. Alla ricerca della metropoli autentica (il Mulino, pgg 280,
euro 23) della sociologa urbana Sharon Zukin. Nel volume, incentrato
sull'analisi dei processi di gentrification in alcuni quartieri di New
York, i nomi di Heidegger e Levi-Strauss non compaiono. Ricorrente e
costante, invece, è il riferimento a Jane Jacobs, nella doppia veste di
sociologa urbana sui generis, a partire dal fondamentale Vita e morte
della grande città su cui si ricalca il sottotitolo originale del libro
di Zukin (The Death and Life of Authentic Urban Places), e di attivista e
community organizer impegnata a promuovere politiche urbane volte a
favorire la conservazione di un habitat «a misura d'uomo» incentrato su
unità residenziali di piccole dimensioni, l'eterogeneità sociale ed
etnica, il controllo endogeno, lo sviluppo di relazioni di prossimità.
Nel
lessico di Jane Jacobs, tuttavia, il termine autenticità non svolge
alcuna funzione decisiva. E questo Zukin non manca di rimarcarlo,
aggiungendo però come gli elementi qualificanti di quell'urban village,
che costituiva l'ideale normativo proposto da Jacobs, da qualche
decennio convergano nel costituire i tratti di una percezione, quella
appunto dell'«autenticità», alla quale si deve attribuire il ruolo di
potente vettore dei processi di ridefinizione delle funzioni e modifica
della composizione demografico-economica di parti della città. In una
formula: «La nostra ricerca dell'autenticità - la nostra accumulazione
di questo tipo di capitale culturale - contribuisce all'incremento del
valore immobiliare, la nostra retorica dell'autenticità implicitamente
avvalla la nuova retorica della crescita in direzione di una maggiore
esclusività». A parere di Zukin, Jacobs elaborerebbe un'«estetica
dell'autenticità urbana», senza però coglierne le conseguenze pratiche
in termini di aumento dell'appetibilità delle aree che così vengono
definite. Ma la percezione di autenticità di uno spazio urbano proviene
sempre dall'esterno.
Pionieri o investitori?
Si genera così un
paradosso: le zone definite autentiche per caratteristiche urbanistiche,
storia e, soprattutto, composizione sociale divengono oggetto di
interesse per una platea di residenti a più alto reddito. Ciò determina
un incremento dei valori e della rendita immobiliari che contribuisce ad
allontanare sia le popolazioni sia le attività economiche su cui
l'estetica dell'autenticità si fondava. Il volume di Zukin ricostruisce
tale sequenza in riferimento a differenti vicende di gentrification,
quella strana parola che Dylan, il protagonista del romanzo La fortezza
della solitudine di Jonatham Lethem, sente pronunciare per la prima
volta negli anni Settanta, è un bambino, e nella Brooklyn in cui vive
viene associata al «ritorno dei bianchi». E proprio in quell'area della
città si trova Williamsburg, dove l'insediamento di gallerie d'arte,
locali musicali, studi o ristoranti negli edifici in mattoni di
fabbriche dismesse ha fatto transitare il quartiere dal gritty
dell'archeologia industriale al cool della zona di insediamento della
creative class, con le inevitabili conseguenze non solo per i «nativi»,
sospinti in altre parti della città dall'aumento degli affitti e dalla
crescente estraneità nei confronti della nuova realtà del quartiere, ma
anche dai pionieri del «nuovo inizio», a cui tocca la stessa sorte nel
momento in cui il real estate decide di investire massicciamente
nell'area e i prezzi iniziano a schizzare alle stelle.
L'estetica della rinascita
Differenti
sono le vicende di Harlem, dove la rinascita, peraltro decisamente più
precaria, viene ambiguamente, e selettivamente, posta all'insegna delle
potenzialità evocative dell'Harlem Renaissance e un ruolo decisivo, nel
promuovere un upgrade del quartiere, lo si deve all'intervento di
fondazioni, sul crinale ambiguo fra profit e non-profit, che propongono
l'insediamento delle grandi catene commerciali come viatico per
sottrarre l'area alla dimensione del ghetto e avviarla a un'integrazione
incentrata sui consumi. In tale contesto, come peraltro in quello
dell'East Village, altro caso dettagliatamente considerato, emerge come
la definizione legittima dell'autenticità, oltre che un potente
strumento di azione sulla realtà, si presenti come un terreno di scontro
fra attori collettivi, ciascuno dei quali portatore di proprie
specifiche narrazioni.
Il volume di Sharon Zukin ricostruisce in
maniera ricca e articolata, in relazione a New York, i complessi
processi spesso collocati all'insegna di una generica gentrification. In
proposito, l'autrice si sofferma in dettaglio sull'analisi delle
dinamiche strutturali, come quelle riguardanti i cambiamenti delle
politiche pubbliche, i meccanismi fiscali, le strategie dei soggetti
privati, sul versante finanziario, commerciale e del real estate. Tale
livello è integrato con l'osservazione diretta e il vaglio di
testimonianze e resoconti di attori coinvolti, a vario titolo e da
diverse posizioni, nelle dinamiche in atto. Paradossalmente, si potrebbe
però ritorcere contro Zukin il rilievo che lei stessa muoveva a Jacobs,
riguardante un'insufficiente presa in conto delle implicazioni di un
concetto sfuggente come quello di «autenticità». Certo, nel volume si
mostra come essa operi concretamente, contribuendo a determinare le
scelte degli agenti e si specifica come non abbia a che fare con le
pietre della città quanto con lo sguardo che a esse si rivolge,
manifestando un carattere di rappresentazione collettiva, diversa a
seconda dei contesti culturali e delle cerchie di socializzazione. E
tuttavia poco viene detto circa sui suoi meccanismi di costruzione,
sulle narrative a cui ricorre, sulle opposizione strutturali che la
informano, sui criteri di legittimazione e delegittimazione a cui fanno
riferimento le varie «tribù».
Luoghi della quotidianità
Zukin, per
approcciare il tema dell'autenticità, fa riferimento più volte alla
nozione di «capitale culturale» proposta da Pierre Bourdieu. Se quella è
la prospettiva, tuttavia, il concetto di capitale sociale dovrebbe
essere affiancato ad altri strumenti analitici, come l'habitus e il
campo e le singole prese di posizione riguardo all'autenticità collocate
nella dimensione relazionale e diacronica di uno «spazio delle
posizioni» che si modifica nel corso del tempo. Un approccio del genere
all'autenticità è rinvenibile, per fare un esempio, in un volume che ha
profondamente rinnovato i quadri degli studi sulle sottoculture
giovanili, Dai club ai rave. Musica, media e capitale sottoculturale di
Sarah Thornton (Feltrinelli). Ma le prospettive di indagine potrebbero
anche essere altre. E allora anche i nomi che si citavano in apertura
possono fornire, in proposito, alcune interessanti suggestioni, se non
altro in termini negativi, segnalando significative discontinuità
rispetto al passato nei termini in cui si pone oggi la questione
dell'autenticità. Ritornando su Levi-Strauss, balza subito agli occhi il
significativo dislocamento, in base al quale l'autenticità non è
proiettata nell'altrove dell'esotismo ma ricondotta alla normalità del
«luogo in cui vivere». Riguardo a Heidegger, poi, si potrebbe rilevare
come l'autenticità urbana si costruisca in riferimento a modalità di
socializzazione e consumo riconducibili a quella dimensione della
chiacchiera e della curiosità che il filosofo tedesco marchiava con lo
stigma dell'inautentico.
Venendo all'oggi, non si può evitare di
sottolineare come il libro di Zukin pur uscito nel 2010, ossia un paio
di anni dopo l'esplosione della crisi dei mutui subprime, non incorpori
nel suo impianto il mutamento di scenario introdotto, nei processi di
valorizzazione, dell'esplosione della bolla immobiliare. Si potrebbe
osservare che il radicale crollo dei prezzi di case e terreni ha
riguardato non le aree di pregio delle metropoli globali, come New York,
ma i nuovi margini della Rust Belt o dell'America suburbana.
Tra invenduto e pignorato
In
parte è così. E tuttavia, le storie della gentrification newyorkese,
che fino a qualche anno fa evocavano figure sovrapponibili con le
vicende di aree urbane disseminate ai quattro canti del pianeta,
sembrano oggi perdere di universalità. A incepparsi è stato quel
meccanismo C-M-C (credito-mattone-credito) in base al quale si otteneva
credito per costruire e quanto costruito era utilizzato come collaterale
per accedere a ulteriore credito. È a partire da tale dispositivo di
valorizzazione che i vuoti aperti nelle città europee e americane dalla
deindustrializzazione sono stati riempiti da piogge di vetrocemento.
Oggi,
a fronte di una massa imponente di edifici invenduti, invendibili,
pignorati, cartolarizzati, rimbalzati da una proprietà all'altra, sembra
spalancarsi un vuoto di valore che potrebbe essere riempito da nuove
politiche dello spazio, articolate dal basso, in grado di rivendicare un
orizzonte irriducibile a quello di semplici avanguardie, più o meno
involontarie, del marketing dell'autenticità al servizio del real
estate.
I segnali in tal senso non mancano, dagli scenari steam punk
dei rinaturalizzati downtown di alcune città statunitensi fino alle
forme sempre più complesse ed eterogenee di occupazione di spazi privati
e pubblici che si susseguono alle più diverse latitudini.
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