mercoledì 6 febbraio 2013
Un nuovo contributo all'agiografia di Hannah Arendt
Marie Luise Knott: Hannah Arendt. Un ritratto controcorrente, Raffaello Cortina
Risvolto
La recente letteratura su Hannah Arendt, soprattutto in Germania, ha dischiuso nuovi spazi di ricerca, meno accademici rispetto al passato e legati principalmente all'interesse per le "irregolarità" presenti nel modo di pensare e di scrivere di questa figura eminente della cultura contemporanea. Marie Luise Knott, in particolare, fa parte di una cerchia di autori impegnati a ricostruire l'intricato tessuto dei riferimenti letterari, poetici e filosofici che formano il "sottotesto" degli scritti arendtiani. Nasce così questo libro, costruito con leggerezza su capitoli dedicati a "Ridere", "Tradurre", "Riapprendere il perdono", "Drammatizzare". Si delineano percorsi affascinanti attraverso un'opera eclettica: i movimenti sotterranei dei concetti, il trapassare di esperienze reali (amicizie, letture, discussioni) nel pensiero e soprattutto il libero gioco con l'inglese, la lingua dell'esilio americano, e il tedesco, la lingua materna, con la filosofia e con la poesia. L'autrice utilizza in prevalenza testi inediti in Italia, in particolare lettere e brani di diario, mettendo in luce aspetti sorprendenti della personalità di Arendt.
La messa in scena di una pratica teorica
Marie Luise Knott propone una lettura della filosofa a partire da un'intervista concessa nel 1964
ARTICOLO Fabrizio Denunzio il manifesto 2013.02.06 - 11 CULTURA
Il 28 ottobre del 1964 Hannah Arendt fa la sua comparsa sugli schermi
televisivi tedeschi. Partecipa al ciclo di trasmissioni dal titolo «La
persona», e viene intervistata da Günter Gaus. Il testo
dell'intervista, tradotto in italiano con La lingua materna, è entrato a
far parte della vasta bibliografia dell'autrice, una delle maggiori
teoriche politiche del Novecento.
Come testo scritto, il saggio ricorre spesso negli studi specialistici
sulla Arendt. In quanto materiale audiovisivo, cioè prodotto
all'interno di specifiche dinamiche comunicative, è praticamente
ignorato. Leggendola, analizzandola e citandola nella forma del saggio,
l'intervista televisiva viene ridotta ad una serie di pagine scritte
all'interno delle quali il lettore ricava informazioni importanti sulla
vita e l'opera dell'autrice e lo studioso ottiene dei preziosi
concetti con cui approfondire la comprensione del pensiero arendtiano e
del mondo che lo circonda. In questo modo, però, la pagina scritta
elimina tutti quegli elementi interpretativi strettamente legati a ciò
che è accaduto davanti alle telecamere nel corso dell'intervista. In
breve, la scrittura non riesce a cogliere quello che avviene alla
pensatrice quando è «in immagine» e che è altrettanto importante per
capire il suo dispositivo di pensiero.
Pone parzialmente fine all'ignoranza della natura televisiva del saggio
La lingua materna, il recente libro di Marie Luise Knott, Hannah
Arendt. Un ritratto controcorrente (Raffaello Cortina Editore, a cura
di Laura Boella, pp. 120, euro 15). Nel primo capitolo del testo -
un'originale monografia articolata attraverso quattro gesti arendtiani
quali il ridere, il tradurre, il perdonare e il drammatizzare, e una
serie di disegni che li illustrano - l'autrice, analizzando proprio il
ridere, fa una cosa molto importante: cita sì il testo dell'intervista
televisiva, ma vi inserisce dei commenti interamente tratti
dall'analisi del comportamento tenuto dalla Arendt durante la
trasmissione.
Una risata sullo schermo
La Knott dovendo commentare un'intervista in tv, non ha fatto altro che
andarsela a guardare (l'intervista è presente su YouTube). Le
informazioni che ci fornisce rispetto alla sequenza analizzata - un
punto molto delicato dell'intervista in cui la Arendt parla dei suoi
amici intellettuali che diedero il proprio sostengo al totalitarismo
tedesco - sono di questo tipo: «qui si interrompe e molto lentamente»;
«qui la sua voce è soffocata. Dopo torna ad alzarla risolutamente, e il
filo del pensiero si riannoda», «borbottio», «la voce dà sul riso»;
«Arendt, che abitualmente parla veloce e con fluidità, non può
trattenere nel racconto un riso singolare. Quindi riprende il flusso del
discorso».
Quelle che sembrano nulla di più di annotazioni di regia sulla
performance di un attrice, in realtà sono delle precise indicazioni
interpretative: se, secondo la Knott, il ridere è un elemento decisivo
del dispositivo di pensiero arendtiano che «insegna a preservare la
fiducia negli esseri umani, nella forza di resistenza dell'umano contro
l'ideologia e il terrore, contro l'oscurantismo, l'oppressione, il
dogmatismo e la tirannia», allora, questo ridere non è solo un fatto
concettuale, ma è innanzitutto un atteggiamento corporeo. Davanti alle
telecamere la Arendt ride.
Oltre la dimensione concettuale, questo riso televisivo a parere della
Knott indica qualcosa di altro: dovendo ricordare gli amici
intellettuali tedeschi compromessi col regime «Hannah Arendt, adesso
come allora, non era in grado di afferrare quell'esperienza in una
frase conclusa. La parola continuava a fallire». Come dire, il riso,
l'atteggiamento corporeo intervengono lì dove la sola parola non è
sufficiente a spiegare quegli eventi particolarmente significativi
della vita. Il libro della Knott, allora, invita non tanto a rileggere
il testo La lingua materna, quanto a guardare l'intervista da cui è
stato trascritto.
La visione della performance televisiva della Arendt ha guidato la
Knott anche nell'elaborazione dell'ultimo capitolo del suo libro,
quello dedicato al «drammatizzare». La cosa si fa particolarmente
evidente dopo aver guardato l'intervista. Scrive l'autrice:
«L'individuo è qualcuno che interviene e che, come l'attore, ha bisogno
della scena, di colleghi e di spettatori, di un luogo sicuro per la
sua manifestazione e di altri esseri che conoscano e riconoscano la sua
esistenza». Non è difficile individuare nell'attore la Arendt «in
immagine», nella scena gli studi televisivi della Seconda rete tedesca,
negli spettatori i telespettatori che assistettero alla trasmissione, e
nell'intervistatore Gaus colui che conobbe e riconobbe il genio
dell'intervistata. Se la Knott, allora, parla di una «dimensione
teatrale della teoria politica arendtiana» lo fa perché si riferisce a
quel grande teatro messo in scena dalla Arendt nel corso
dell'intervista televisiva.
Sono molteplici le sorprese che riserva la monografia della Knott. In
primo luogo, al lettore: il rimando dal libro all'intervista su YouTube
e da questa al libro, è il modo più attuale di praticare una lettura
interattiva nell'epoca dei nuovi media. In secondo luogo, ai lettori de
La lingua materna:, questo saggio non potrà essere più «amministrato»
dal solo codice della scrittura e da quello dei concetti, bisognerà
collegarli entrambi a quanto di non scritto e di altrimenti concettuale
è tessuto nelle immagini televisive.
Rimozione degli ostacoli
In terzo luogo, ai teorici della società, e qui il discorso è un po'
più complesso. Per quanti si muovono nell'orizzonte di una sociologia
che ancora si vuole marxista e non smette di lavorare nell'universo
comunicativo della cultura di massa (fumetti, radio, cinema e tv) non è
facile relazionarsi al dispositivo di pensiero arendtiano e questo per
una ragione precisa. In ogni luogo della sua opera, in toni sempre
duri e sprezzanti, da libri come Vita activa a Sulla rivoluzione fino a
saggi «minori» come Brecht: il poeta e il politico, la Arendt non ha
mai smesso di ricordarci la superiorità della politica sulla società, i
pericoli annessi al marxismo e il progetto di omologazione immanente
alla cultura di massa.
Sicuramente il libro della Knott non rimuove tutti questi ostacoli,
innanzitutto lo «scoglio» marxista, però, riportando in primo piano la
natura «televisivo-teatrale» della teoria politica della Arendt è come
se provasse a misurarne l'opera con il metro attuale dei media e con
quello della sociologia contemporanea. In breve, apre nuovi percorsi di
ricerca, impraticabili per la Arendt stessa, una donna «all'antica»,
come dice di sé ridendo nell'intervista.
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4 commenti:
Giusto per curiosità: a che è dovuto questo astio verso Hannah Arendt?
Nessun astio. A suo tempo, una vita fa, feci pure la tesi di laurea su Hannah Arendt. Tuttavia ritengo che in Italia come in altri paesi il suo pensiero sia stato per un certo periodo oggetto di una sorta di santificazione acritica (come sottoprodotto della fascinazione heideggeriana, spesso). Soprattutto da sinistra si è rimosso il contesto politico-culturale nel quale Arendt ha operato. Questo ha condotto a vedere in lei innovazioni che a me sembrano modeste.
Grazie, ho notato più volte queste sottolineature su Hannah e me ne chiedevo il motivo (ho un debole per lei, non per altro).
Niente paura con il tempo si guarisce.
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