Left, 26 gennaio 2013


IL GIORNALE del 5/2/2013


Nietzsche profeta e artista decadente? Oppure filosofo-guerriero del darwinismo pangermanista? O forse teorico di un socialismo "spirituale" che fonde in un solo fronte destra e sinistra e prepara la rivincita della Germania?
Nella lettura di Arthur Moeller van den Bruck la genesi della Rivoluzione conservatrice e uno sguardo sul destino dell'Europa.
È la stessa cosa leggere Nietzsche quando è ancora vivo il ricordo della Comune di Parigi e i socialisti avanzano dappertutto minacciosi e leggerlo qualche anno dopo, quando la lotta di classe interna cede il passo al conflitto tra la Germania e le grandi potenze continentali? Ed è la stessa cosa leggerlo dopo la Prima guerra mondiale, quando una sconfitta disastrosa e la fine della monarchia hanno mostrato quanto fosse fragile l’unità del popolo tedesco?
Arthur Moeller van den Bruck è il padre della Rivoluzione conservatrice e ha anticipato autori come Spengler, Heidegger e Jünger. Nel suo sguardo, il Nietzsche artista e profeta che tramonta assieme all’Ottocento rinasce alla svolta del secolo nei panni del filosofo-guerriero di una nuova Germania darwinista; per poi, agli esordi della Repubblica di Weimar, diventare l’improbabile teorico di un socialismo spirituale che deve integrare la classe operaia e preparare la rivincita, futuro cavallo di battaglia del nazismo.
Tre diverse letture di Nietzsche emergono da tre diversi momenti della storia europea. E sollecitano un salto evolutivo del liberalismo conservatore: dalla reazione aristocratica tardo-ottocentesca contro la democrazia sino alla Rivoluzione conservatrice, con la sua pretesa di fondere destra e sinistra e di padroneggiare in chiave reazionaria la modernità e le masse, il progresso e la tecnica.
In appendice la prima traduzione italiana dei quattro saggi di Arthur Moeller van den Bruck su Nietzsche.
2 commenti:
Francamente, non capisco dove Veneziani voglia andare a parare.
Non mi pare granchè interessante (anzi lo troverei discutibile) anche quello che sostiene uno studioso pur di tutt'altra levatura come Luciano Canfora.
Gramsci fu e rimase (letteralmente!) fino alla morte un comunista.
Un comunista molto critico verso lo stalinismo, come sappiamo dalla famosa lettera indirizzata dall'ufficio politico del Partito ai compagni sovietici, ma comunque e sempre un comunista.
Uomo ed intellettuale che seppe, in carcere, riaccostarsi al pensiero di Marx e Lenin ("Ilici", nei "Quaderni") in modo creativo: il suo famoso "marxismo creativo.". Senza dubbio.
Ma staccare (e mollo Canfora, Veneziani, Lo Piparo ecc.) la sua "creatività" dalla concreta dimensione di eroico combattente per il comunismo; o appicicargli, come se fosse una qualche aureola di santità ipoteticissime conversioni al liberalismo, è davvero insopportabile.
Perchè mai un marxista che è stato geniale, solo perchè lo si definisce "eterodosso", "eretico" ecc. non dovrebbe più essere comunista?
Non capisco proprio i meccanismi mentali di certi "studiosi"!
Su "L'Unità" di oggi Lo Piparo torna all'attacco sul presunto 30° Quaderno perduto di Gramsci...
Forse certi accademici ammirano Indiana Jones... potrebbero intitolare il loro prossimo lavoro "Gramsci nel tempio maledetto dell'anticomunismo." Sarebbe un successone!
Saluti.
Per me Gramsci non è certamente più "eretico" di quanto non sia stato, ad esempio, Lenini. Ma concordo con il significato complessivo del tuo intervento. Non se ne può più di queste manipolazioni.
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