Chomsky e 'impotenza dei «Sistemi di potere» di fronte al disastro ambientale
venerdì 29 marzo 2013
Chomsky e la politica contemporanea: alcune interviste
Personalmente non apprezzo l'impostazione politica di Chomsky, che costituisce una gemmazione particolare del trotzkismo internazionale [SGA].
Noam Chomsky, David Barsamian: Sistemi di potere, Ponte alle Grazie
Risvolto
In questa serie di colloqui,
l'ottantacinquenne linguista e politologo statunitense analizza il mondo
contemporaneo e le tensioni che animano, denunciando i "sistemi di
potere" - governi, organismi finanziari, multinazionali - che alimentano
divisioni nella società allo scopo di assoggettare gli individui. A
finire sotto il suo sguardo chirurgico non è solo il nuovo imperialismo
americano, che perpetua persino sotto Obama strategie consolidate, ma
anche potere, più recente e oramai forse più invasivo, del capitale
finanziario transnazionale, che ha scalzato quello legato all'industria e
al commercio. È il potere delle multinazionali, della BCE e dei fautori
dell'austerity, che impoverisce il ceto medio e tiene sotto scacco
l'Europa. Sono questi "sistemi" a muovere una nuova guerra di classe
contro i lavoratori e la società, una guerra che non può che essere
"unilaterale". Al servizio del potere, oggi come sempre, la macchina
della propaganda, che induce nuovi bisogni e crea sottomissione. "Il
potere non si suicida", dice Chomsky, ma alcune forme di democrazia
partecipata e di cittadinanza attiva emergono a contrastare la sua forza
schiacciante: il movimento Occupy e gli indignados, la gestione operaia
delle fabbriche, le rivolte della Primavera araba dimostrano che
lottare per migliorare le cose è possibile. A patto di non sedersi
davanti alla tv: Chomsky interviene qui, infatti, anche su questioni di
politica culturale...
Chomsky e 'impotenza dei «Sistemi di potere» di fronte al disastro ambientale
di Fabrizio Buratto Domenicale 5 aprile 2013
L’anticipazione
Il potere al tempo dei 140 caratteri
Pubblichiamo un estratto di “Sistemi di potere” (Ponte alle Grazie editore, da oggi in libreria) raccolta di interviste rilasciate da Noam Chomsky al giornalista americano David Barsamian.
di Noam Chomsky il Fatto 29.3.13
Sì, è vero. Quando gli individui hanno cominciato a reclamare
maggiore libertà per non essere asserviti o uccisi o repressi, si sono
sviluppate spontaneamente nuove modalità di controllo per imporre una
forma di schiavitù mentale che le inducesse ad accettare un sistema di
indottrinamento senza fare domande. Se si possono ingabbiare gli
individui in modo che non si accorgano delle dottrine fondamentali né
tantomeno le mettano in discussione, allora essi sono asserviti. Non
fanno che eseguire gli ordini, come se avessero una pistola puntata alla
tempia.
In alcuni dei suoi seminari, a chi le chiede come reagire ai
problemi che tratta, lei ribatte che si deve cominciare con lo spegnere
il televisore.
La televisione inculca schemi di pensiero rigidi, che
senz’altro ottundono le menti. Le dottrine non vengono formulate in
maniera esplicita. Non è come la Chiesa cattolica: “Devi credere in
questo. Devi leggere questo ogni giorno, devi ripetere questo ogni
giorno”. È solo insinuato. Si insinua un sistema, e alla fine le persone
lo fanno proprio. Un valido sistema di propaganda non esplicita i
propri principi o le proprie intenzioni. È una delle cause
dell’inefficacia del vecchio regime sovietico, per quanto ne sappiamo.
Se si dice alle persone: “Dovete pensare così”, allora capiscono che è
quello che il potere vuole che pensino, quindi escogitano un modo per
sottrarsi a tale costrizione. È più difficile liberarsi da un sistema di
presupposti non dichiarati che non da una dottrina esplicitamente
enunciata. È così che funziona una buona propaganda. Il nostro apparato
propagandistico è molto sofisticato. I fautori di questo sistema danno
l’impressione di sapere perfettamente cosa fanno. Prendiamo le
presidenziali americane del 2008 che, al pari di tutte le elezioni, non
sono state altro che un grande evento di pubbliche relazioni.
L’industria pubblicitaria aveva ben chiaro il proprio ruolo. Tanto è
vero che, poco dopo le elezioni, la rivista Advertising Age ha assegnato
l’annuale riconoscimento per la migliore campagna marketing alla
campagna elettorale di Obama, organizzata appunto dall’industria delle
pubbliche relazioni. Anzi, si è aperto un dibattito sulla stampa
economica per questo riconoscimento. C’era euforia negli ambienti
economici. Questo evento cambierà lo stile della comunicazione dei board
aziendali. Sappiamo ingannare le persone meglio che in passato.
Evidentemente nessuno credeva davvero che il vincitore fosse stato
scelto per le sue politiche o i suoi propositi: era semplicemente una
buona campagna marketing, meglio di McCain.
Mi chiedo quale sarà il
futuro dei libri in una cultura dominata dall’immagine. E lo chiedo a
lei, che è un lettore vorace. Le sue abitudini in questo senso sono
leggendarie. Siamo seduti nel suo ufficio, circondati da pile di libri.
Come riesce a finirli tutti?
Non ci riesco, purtroppo. Questa è la
pila dei libri urgenti. Ce ne sono molti altri accatastati altrove. Una
delle esperienze più dolorose che cerco di evitare, nei limiti del
possibile, è calcolare quanto tempo ci vorrebbe per finirli tutti, se
leggessi con costanza. Leggere un libro non significa solo sfogliare le
pagine. Significa riflettere, individuare le parti su cui tornare,
interrogarsi su come inserirle in un contesto più ampio, sviluppare le
idee. Non serve a niente leggere un libro se ci si limita a far scorrere
le parole davanti agli occhi dimenticandosene dopo dieci minuti.
Leggere un libro è un esercizio intellettuale, che stimola il pensiero,
le domande, l’immaginazione. Temo che tutto ciò scomparirà. Se ne vedono
già le avvisaglie. Negli ultimi dieci-vent’anni qualcosa è cambiato nei
miei corsi: un tempo, quando facevo dei riferimenti letterari, gli
studenti sapevano più o meno di cosa stavo parlando, ma ora questo
accade sempre più raramente. Me ne accorgo dalle lettere in cui mi
pongono di continuo domande su quello che vedono su YouTube e mai su un
libro o un articolo. Spessissimo capita che giustamente mi chiedano:
“Lei sostiene questo, ma su quali prove si fonda? ”. E magari in un
articolo scritto nella stessa settimana in cui ho tenuto quella
conferenza c’erano note e analisi, ma a loro non è neanche venuto in
mente di cercarle.
Cosa pensa di Twitter, in cui si hanno 140 caratteri a disposizione per dire qualcosa?
Ricevo
una tonnellata di email, e sempre più spesso i messaggi sono domande o
commenti di una frase, a volte così brevi che stanno nell’oggetto della
mail. Bev mi ha fatto notare che è appunto la lunghezza dei messaggi di
Twitter. Se si analizzano questi messaggi si nota una certa coerenza:
danno l’impressione di qualcosa che è stato appena pensato. Magari
cammini per la strada, ti viene in mente un pensiero e lo twitti. Ma se
ti fermassi a pensarci per due minuti, o facessi un minimo sforzo per
riflettere sull’argomento, non lo invieresti. A dire il vero, sono
arrivato al punto che a volte mando una lettera solo per dire che non
sono in grado di rispondere a una domanda di una sola riga.
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