venerdì 29 marzo 2013

L'orientalismo e la sua critica

Reportage in versi 

Sorrisi segreti, bazar e musica vietata Persia 1391, viaggio nella paura sottileFrancesco Targhetta Corriere La Lettura

CATTIVI UNIVERSALI

Un sentiero di lettura sui rapporti di sudditanza tra Occidente e popoli colonizzati a partire da una analisi critica del complesso sistema di norme che ha legittimato la distinzione razzista tra il «noi» e il «voi»

APERTURA - Chiara Giorgi il manifesto 2013.03.29 - 10 CULTURA

«L'Africa è lo sgabuzzino delle porcherie, ci si va a sgranchirsi la coscienza». Sono le parole di Ennio Flaiano, nel celebre romanzo Tempo di uccidere, pubblicato nel 1947. Una citazione questa che restituisce con rara efficacia il quadro complessivo del colonialismo italiano, la sua persistente rimozione, così come l'oblio della questione coloniale dall'orizzonte degli studi storici e giuridici di una lunga stagione (pari alla sottovalutazione del ruolo svolto dal diritto nell'esperienza coloniale degli Stati europei).
In un paese afflitto da interessate perdite di memoria, non stupisce che per lungo tempo non sia stato aperto quello sgabuzzino. Le vicende inerenti alla perdita delle colonie italiane (in guerra), la totale auto-assoluzione nei confronti dell'esperienza coloniale e un processo di decolonizzazione - della stessa memoria - subito dall'alto e poco elaborato, sono alcuni dei fattori che spiegano il ritardo degli studi.
L'intreccio tra perdita della memoria e continuità di strutture, istituzioni e personale al servizio dell'Oltremare ha alimentato a lungo una pubblicistica quasi esclusivamente agiografica ed al contempo ha contribuito alla costruzione di vari stereotipi, legittimanti prima e autoassolutori poi, attorno a un colonialismo italiano improvvisato, straccione, ma in fondo mite (di «italiani brava gente»).
Cartografie del presente
Solo dalla metà degli anni Ottanta gli storici hanno iniziato ad affrontare quel rimosso, producendo contributi sempre più preziosi sulla storia dell'espansione coloniale, sull'Africa colonizzata dall'Italia, su singoli aspetti e tornanti dell'imperialismo italiano. Anche negli studi giuridici si è registrata negli ultimi anni una non trascurabile «svolta».
A partire dall'importante contributo che qualche anno fa la rivista «Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno» ha dedicato al diritto coloniale tra Otto e Novecento, sino a giungere ai due recenti saggi di Gianluca Bascherini (La colonizzazione e il diritto costituzionale. Il contributo dell'esperienza coloniale alla costruzione del diritto pubblico italiano, Jovene) e di Luigi Nuzzo (Origini di una Scienza Diritto internazionale e colonialismo nel XIX secolo, Klostermann) dedicati a questo tema, la riflessione sul nesso fra diritto e colonizzazione si è arricchita, soffermandosi su quella «stretta complementarità fra il "dentro" e il "fuori", fra la metropoli e la colonia, fra l'Europa e il "mondo"» evocata da Pietro Costa nella bellissima introduzione al numero della rivista fiorentina.
Se varie sono le ragioni che possono aiutare a comprendere la persistente rimozione di questo difficile capitolo, altrettanto numerosi sono i motivi che sollecitano gli studiosi a indagarlo, soprattutto nelle sue implicazioni rispetto alla storia nazionale, legati in parte al compiersi di un ricambio generazionale nelle università e in parte al fiorire in area anglosassone dei postcolonial e subaltern studies.
Il razzismo istituzionale
A livello internazionale, negli ultimi venti anni, grazie alle suggestioni e alle spinte provenienti dagli studi postcoloniali, il rinnovato interesse verso le tematiche coloniali ha suscitato un vivace dibattito che, superati i confini della filosofia e della critica letteraria in cui era nato, ha contaminato la riflessione storica, geografica, fino a ridefinire lo spazio teorico entro cui può darsi ogni nuova interpretazione del mondo odierno. In Italia, per merito dei lavori di Sandro Mezzadra e di Miguel Mellino, la teoria postcoloniale ha avuto un peso rilevante non solo nel mutamento di sensibilità culturale nei riguardi del colonialismo, ma anche nel rinnovamento profondo del nostro pensiero critico (come dell'agire politico).
Forti di questo retroterra i due lavori di Bascherini e Nuzzo affrontano con grande rigore analitico i complessi rapporti tra diritto metropolitano e diritto coloniale. Bascherini mostra come costituzionalismo e colonialismo «lungi dall'essere esperienze contrastanti» o solo coesistenti, si rivelino in realtà «lungamente e intimamente connesse». L'intreccio tra l'impresa coloniale e «tornanti di assoluto rilievo della storia costituzionale» (dall'incompiuto processo di unificazione nazionale, alla crisi dello Stato liberale, al ventennio fascista) lo inducono a domandarsi se proprio l'esperienza del colonialismo non abbia costituito «una sorta di dark side della cultura giuridica che ha accompagnato quei processi». In questo senso, una visione non scissa tra il diritto metropolitano e quello coloniale permette di inquadrare il contributo dato dai giuristi alle imprese coloniali, alla loro legittimazione e al relativo dominio nell'Oltremare, e soprattutto di comprendere la connessione profonda tra colonia e «madrepatria», tra suddito dell'una e cittadino dell'altra.
Da una parte, la «madrepatria» fornì alla colonizzazione gli strumenti giuridici necessari, ma dall'altra le stesse elaborazioni della cosiddetta giuscolonialistica retroagirono sul diritto metropolitano. In colonia insomma «si elaborarono saperi e pratiche che in seguito» troveranno applicazione nella madrepatria. Come di recente sottolineato in un altro importante studio, La legge della razza. Strategie e luoghi del discorso giuridico fascista, di Silvia Falconieri (Il Mulino), forte fu, ad esempio, l'effetto di ritorno delle pratiche coloniali sull'ordinamento e le istituzioni della metropoli per ciò che concerne l'istituzionalizzazione del razzismo.
Nuzzo, approfondisce, con un'indagine storica di grande interesse, quelli che furono gli inizi paradossali del diritto internazionale e il suo ambiguo rapporto con la vicenda coloniale europea, allorquando le mire imperialiste e gli interessi in gioco imposero «ai giuristi europei di tematizzare le relazioni diplomatiche che i governi occidentali già da tempo intessevano con i paesi islamici del bacino del Mediterraneo o che si avviavano a stabilire con gli Stati orientali» e con l'Africa.
Il terrore della legge
Il diritto internazionale fu la nuova scienza giuridica che, nel XIX secolo, presentandosi come storica, cristiana, positiva, volle porsi come l'unità di misura del mondo civile, «ma che allo stesso tempo rivendicò, in virtù delle sue radici cristiane, una vocazione universale in grado di superare i confini dell'Occidente» e di ricomporre quelle distinzioni tra «noi» e gli «altri» che pure non cessò mai di produrre. All'interno di una rappresentazione dell'ordinamento giuridico internazionale unitaria, si sospese l'applicazione del diritto internazionale nei confronti delle popolazioni extraeuropee, affidandole al diritto consolare e al diritto coloniale. Fu un'operazione complessa che, spiega Nuzzo, «presenta sorprendenti affinità con altre ipotesi particolarmente sfuggenti» come lo stato d'assedio, lo stato d'eccezione, o l'occupazione militare bellica, «casi limite, cioè, in cui la tenuta dell'ordinamento sembrava essere assicurata solo attraverso la sua sospensione e la disapplicazione delle garanzie dello Stato di diritto».
Il diritto coloniale, in quanto eccezionale, andava legittimato e fatto convivere, nelle sue deroghe e principi «differenziali», con l'universalismo dello stato di diritto metropolitano, combinando terrore, diritto e legge, secondo peraltro un paradigma giunto sino a noi: quello dell'«inclusione differenziale». È proprio questa categoria analitica, la cui storia si fonda «nella modernità coloniale», a sembrare oggi assai utile per indicare «alcuni dei tratti salienti della globalizzazione capitalistica contemporanea» (Mezzadra, La condizione postcoloniale. Storia e politica nel presente globale, ombre corte).
Si tratta dunque di studi che non solo consentono di indagare problematiche spesso tralasciate in quanto scomode, ma che soprattutto ci permettono di fare i conti con il peso della vicenda coloniale rispetto al quadro odierno, nel quale i movimenti migratori continuano a squarciare il velo delle menzogne della civilizzazione.
D'altronde nonostante crescano sempre più le ricerche sul colonialismo, esso stenta ancora a sedimentarsi nella coscienza nazionale. Si pensi solo al preoccupante silenzio di questa pagina della storia italiana nelle passate celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia, coincidente, oltretutto, con l'inquietante ricorrenza del centenario dell'impresa libica, proprio mentre l'Italia si apprestava a partecipare ad una nuova guerra scatenata contro la sua ex colonia.

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PERCORSI DI LETTURA
 Il grande saccheggio. E uno sguardo alla prassi penale per sudditi d'Africa

In Italia nell'introduzione e pubblicazione degli studi postcoloniali un ruolo rilevante è stato svolto dalla casa editrice Meltemi: si ricordano, tra gli altri, Miguel Mellino, «La critica postcoloniale. Decolonizzazione, capitalismo e cosmopolitismo nei postcolonial studies»; R.J.C. Young, «Introduzione al postcolonialismo»; A. Mbembe, «Postcolonialismo». Di Mezzadra oltre al testo citato si rinvia a «Diritto di fuga. Migrazioni, cittadinanza, globalizzazione» (ombre corte). Tra i testi più importanti relativi al diritto e alla giustizia coloniale vanno menzionati il libro curato da A. Mazzacane, «Oltremare Diritto e istituzioni. Dal colonialismo all'età postcoloniale» (Cuen), quello di L. Martone, «Giustizia coloniale. Modelli e prassi penale per i sudditi d'Africa dall'età giolittiana al fascismo», (Jovene) e sull'oggi U. Mattei, L. Nader, «Il saccheggio. Regime di legalità e trasformazioni globali», Bruno Mondadori. Infine di recentissima pubblicazione sulla storia del colonialismo italiano si rinvia ai due fondamentali volumi di G.P. Calchi Novati, «L'Africa d'Italia. Una storia coloniale e postcoloniale» (Carocci) e di N. Labanca, «La guerra italiana per la Libia», 1911-1931 (il Mulino).         


 Scaffali / «NARCISO NELLE COLONIE. UN ALTRO VIAGGIO IN ETIOPIA» DI VINCENZO LATRONICO

Un «ibrido» per Quodlibet: da Gibuti a Addis Abeba, con gli scatti di Armin Linke, la mitologia di Selassié e la memoria di Del Boca

TAGLIO BASSO - Fabrizio Scrivano il manifesto 2013.03.29 - 10 CULTURA


Sex and the citadel. Vita intima in Islam

Shereen El Feki scrive un libro sui costumi sessuali nei Paesi arabi. E scoppia il caso

di Simone Porrovecchio l’Unità 29.3.13


«NEL MONDO ARABO IL SESSO È L’OPPOSTO DELLO SPORT. TUTTI PARLANO DI CALCIO, E NESSUNO LO GIOCA. IL SESSO TUTTI LO PRATICANO, MA NESSUNO NE PARLA». È con una battuta che Shereen El Feki individua la domanda centrale del suo libro scandalo Sex and the Citadel – Intimate Life in a Changing Arab World (Pantheon – Random House) uscito in questi giorni in inglese e tedesco e indicato dal NYT tra i cinque libri più importanti dell'anno.
Perché è ancora così difficile parlare di sesso nel mondo arabo? E soprattutto: cosa e come si può cambiare? ll libro è stato quasi censurato in Egitto ed è al centro di un’aspra polemica in tutti i Paesi vicini. Shereen è scienziata scrittrice, accademica, giornalista e esperta numero uno al mondo di salute e sesso nel mondo arabo. È nata al Cairo e cresciuta in Canada dove è diventata immunologa. Oggi è soprattutto giornalista, lavora per la Tv araba Al-Dschasira e scrive per l’Economist. Si divide tra il Cairo e Toronto, è tra gli esperti incaricati dalle Nazioni Unite per il progetto United Nations Alliance of Civilizations ed è membro della Commissione Hiv dell’Onu.
Trovare risposte alla domanda di Shereen El Feki è impresa difficilissima. La persistenza però ha pagato. La giornalista ha raccolto una quantità straordinaria di opinioni e dati, dall’online dating alla mutilazione genitale femminile nei Paesi arabi. Cinque anni di lavoro in cui ha intervistato donne e uomini, soprattutto in Egitto, con in tasca la domanda più semplice: cosa pensano del sesso? E quale ruolo ha nella loro vita? El Feki descrive con piglio scientifico e sobrietà destini toccanti, motivazioni storiche e, soprattutto, consegna numeri inequivocabili e rivelatori.
Il merito di Sex and The Citadel è proprio questo: permettere uno sguardo completamente nuovo nella vita intima di un mondo alle prese con un cambiamento profondo e doloroso, inevitabile e, al momento, senza guida.
È lei a spiegare la tesi centrale della sua immensa e appassionante ricerca: «L’Islam ha nella sua versione scevra di estremismi una posizione positiva nei confronti della sessualità. Ma se il mondo arabo di oggi non dà vita a un rapporto libero e aperto con il sesso, lo sviluppo politico e sociale di quelle società continuerà a ristagnare». Ma attenzione, «Sex and the Citadel non è avverte , – un peep show, né ha pretese da enciclopedia. El Feki indica come momento culminante del lavoro confluito in Sex and the Citadel un’asserzione presa da una tesi di Foucault secondo cui «la sessualità è un punto di trasferimento particolarmente denso di relazioni di potere». Lei è partita da qui per dare forma al suo studio. «Il clima che si respira in questi giorni in Egitto, e in tutto il Maghreb, è del tutto simile a quello che avvolgeva l’Occidente all’alba della rivoluzione sessuale». La sua ricerca è stata come «tagliare con il coltello una nebbia fittissima, densa». Secondo la studiosa «molte delle forze sottese a quelle società non sono in rottura frontale con la tradizione, ma cercano di trovare disperatamente un punto di equilibrio con la Democrazia». Democrazia e sessualità.
Nel suo libro si ritrova una definizione più precisa. E nuova. «Non parlo mai di rivoluzione, ma di liberaziones essuale. La differenza è decisiva». La lotta per la Democrazia nei Paesi arabi va oggi di pari passo con una percezione nuova della sessualità. Racconta di come le sia venuta l’idea di un libro sull’argomento, mentre leggeva Foucault. «Ricevetti una statistica pubblicata dal Ministero della Salute egiziano in cui si producevano dati che non mi convincevano per niente. Secondo quella fonte ufficiale la diffusione dell’Hiv nei Paesi arabi era molto inferiore a quella registrata negli ex Paesi dell’Europa dell’Est, dell’Africa, dell’Asia. Si parlava di 0,1%. Ero colpita e sconvolta. Come era possibile che in tempi di globalizzazione un pezzo di mondo fosse completamente al riparo dall’epidemia?».
Shereen El Feki aveva ragione. Dopo un’ interrogazione alla Commissione Hiv dell’Onu le nuove ricerche hanno dato risposte molto diverse. Se nella media dei Paesi della regione l’Hiv si attesta intorno al 3%, tra le categorie ‘a rischio’, gay, tossicodipendenti e prostitute, i numeri schizzano molto più in alto. «Un dato non va dimenticato spiega la scrittrice gli uomini arabi che vanno a letto con gli uomini di regola vanno a letto anche con le donne, una moglie, una fidanzata promessa, una prostituta. Il problema come vediamo è culturale. Se è vero che l’Islam proibisce categoricamente rapporti sessuali fuori del matrimonio, agli uomini quanto alle donne, è pratica comune che gli uomini facciano sesso con altri uomini o donne. E anche qui a pagare il prezzo più alto sono le donne: discriminate, svantaggiate, vittime di rapporti sociali squilibrati».
Sessualità come specchio di una cornice più ampia di rapporti sociali che oggi sono sull’orlo di una svolta dagli esiti indecifrabili. Eppure Sehreen El Feki ha il coraggio di spingersi oltre, di formulare una tesi che non piacerà a tutti, ma che getta luce sulla situazione, inimmaginabile per i parametri occidentali, in cui vivono 359 milioni di arabi. Shereen prova a semplificare con la formula di un’equazione: i diritti sessuali sono a tutti gli effetti diritti inalienabili dell’uomo. La tesi è assai controversa, anche alle Nazioni Unite, dove di recente è stata sollevata più volte. «Io credo che il profilo privato dell’uomo influisca sulla sua dimensione politica. E viceversa. Nessuno può togliermi dalla testa il dubbio di come i giovani cittadini arabi possano essere cittadini partecipanti e attivi alla vita pubblica se non avranno la libertà e la possibilità di accedere a informazioni sul proprio corpo e la propria sessualità». Un cittadino senza una consapevolezza di sé, quindi anche sessuale, è un cittadino suo malgrado a metà. Questo è l’approdo politico del caso letterario scoppiato attorno a Sex and the Citadel.

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