mercoledì 27 marzo 2013

Il mondo cambia e a qualcuno non piace

Nasce la superbanca dei Brics

Sempre più autonomi dall’Occidente: accordi sul commercio per evitare il dollaro

di Ilaria Maria Sala La Stampa 27.3.13


Il summit di quest’anno dei Paesi cosiddetti «Brics» – Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica – promette di scompaginare parte dell’assetto economico mondiale, con la creazione annunciata di una nuova banca per lo sviluppo, capace di rivaleggiare con la Banca Mondiale stessa. Il nuovo leader cinese, Xi Jinping, attualmente nel suo primo viaggio estero da Capo di Stato, ha fatto il possibile per sottolineare l’importanza che attribuisce alle nazioni appartenenti ai Brics: la sua prima mèta da
Presidente cinese è stata infatti Mosca, seguita poi dalla Tanzania e ora dal Sudafrica, per partecipare al summit a Durban.
Il gruppo di economie emergenti, infatti, da tempo scalpita per il lento adattarsi del resto del mondo e delle sue istituzioni all’arrivo di questi nuovi e così importanti attori – i cinque Paesi appartenenti ai Brics rappresentano il 25% del Pil globale e il 40% della popolazione mondiale – e ha più volte cercato di ottenere maggiore peso tanto alla Banca Mondiale che al Fondo Monetario Internazionale, senza ricevere soddisfazione. Ora, la creazione di una Banca per lo sviluppo, finanziata con circa 10 miliardi di dollari Usa da parte di ognuno dei Paesi membri (un ridimensionamento delle precedenti ambizioni, 50 miliardi a testa). Non è ancora noto dove sarà la sede della nuova Banca, né come sarà organizzata, ma quello che appare chiaro è che dovrebbe garantire la capacità di finanziare la costruzione di nuove infrastrutture e approvvigionamento energetico.
L’accresciuta importanza del commercio fra Pechino e gli altri Paesi Brics è stata messa in evidenza anche dalla decisione presa ieri fra Cina e Brasile di procedere verso un parziale allontanamento dal commercio in dollari Usa, con l’approvazione di scambi fino ai 30 miliardi l’anno direttamente in valuta cinese o brasiliana, un accordo che dovrebbe diventare operativo già da quest’anno, e proteggere i due Paesi dagli scossoni valutari americani ed europei. Ciò nonostante, gli scambi commerciali fra le due principali economie dei Brics denunciano un certo squilibrio, dato che il Brasile, la cui crescita è notevolmente rallentata negli ultimi tempi, esporta soprattutto materie prime per importare prodotti finiti.
Fra gli altri temi del summit, anche la promessa di aumentare gli investimenti in Africa, ribadita da Xi proprio in Tanzania, dove ha anche voluto sottolineare di volere una relazione «fra eguali» nel continente africano, per smentire chi reputa che la relazione Cina-Africa non sia granché diversa da quelle di tipo coloniale del passato. Ieri è stato aiutato dal presidente sudafricano Zuma: «La Cina per noi è un esempio da imitare», ha detto.



Parte la sfida agli Usa così Mosca e Pechino si dividono il mondo
Cinesi leader in Africa, i russi tornano in Medioriente

di Maurizio Molinari La Stampa 27.3.13


Il quinto summit dei Brics si celebra a Durban, in Sudafrica, con Cina e Russia protagoniste di un disegno strategico che punta a sommare risorse economiche e interessi politici per ridimensionare la superpotenza degli Stati Uniti su più scenari regionali: dall’Africa al Medio Oriente fino all’Estremo Oriente.
Alla vigilia degli incontri fra Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica - le economie emergenti che crescono di più - il nuovo presidente di Pechino Xi Jinping ha scelto Mosca come primo viaggio all’estero per tratteggiare con Vladimir Putin un patto ambizioso, da lui stesso illustrato nel discorso pronunciato all’Istituto russo di relazioni internazionali. «Il mondo cambia in fretta, non possiamo vivere nel XXI secolo restando imprigionati nel vecchio colonialismo. A garantire i nuovi equilibri saranno più strette relazioni sino-russe» ha detto Xi, contrapponendo l’intesa Pechino-Mosca alla «mentalità della Guerra Fredda» con cui in Cina si identificano in genere gli Stati Uniti.
A dare sostanza a tale direzione di marcia sono due tipi di convergenze. Sul fronte economico Pechino garantisce 2 miliardi di dollari di prestiti alla compagnia energetica Rosneft per raddoppiare le esportazioni di greggio in Cina, all’evidente fine di trasformare le risorse della Russia nel motore della propria crescita, puntando a creare un blocco economico capace di dare credibilità alle tre sfide dei Brics all’America: una Banca per lo sviluppo globale, un Consiglio economico per guidarla e il pensionamento del dollaro come valuta di riferimento per gli scambi internazionali.
Sul terreno strategico l’asse russocinese è all’offensiva disegnando una sorta di divisione di sfere di influenza. In Africa è la Cina la nazione leader, grazie a investimenti diretti che toccheranno i 300 miliardi di dollari nel 2015, portando il totale di quelli dei Brics oltre quota 500 miliardi, mentre in Medio Oriente a guidare è la Russia, come dimostra la crisi siriana che vede Pechino sostenere con il proprio diritto di veto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu l’intransigente opposizione di Putin a ogni tentativo di rovesciare il regime di Bashar Assad. Se Xi plaude ai «niet» russi sulla Siria «perché non si può interferire negli affari interni di Stati sovrani» e «non si deve consegnare la Siria ai jihadisti di Al Qaeda», Putin dà luce verde al ricorso ai petrorubli per sostenere la massiccia penetrazione cinese in Africa.
Ma non è tutto, perché Pechino e Mosca hanno in comune anche il fatto di sentirsi minacciate dallo scudo anti-missile Usa come dagli accordi siglati da Washington con i rispettivi vicini, in Europa dell’Est e in Estremo Oriente. A tale riguardo è interessante notare il sostegno di Putin a Pechino nella disputa sugli isolotti DiapyuSenkaku contesi dal Giappone, alleato di Washington.
Dietro quanto sta avvenendo, spiega Robert Kaplan stratega di «Stratfor», «c’è il disegno cinese di usare la Russia, e anche i Brics, contro gli Stati Uniti come gli Stati Uniti usarono la Cina contro l’Urss ai tempi di Henry Kissinger e Richard Nixon» ovvero «obbligare l’America a fronteggiare non solo la Cina ma più rivali sulla scena internazionale». Moises Naim, politologo della Fondazione Carnegie a Washington, vede in tale processo «la conferma dello slittamento del potere globale da Ovest a Est, come da Nord a Sud». E a confermarlo, aggiunge Kaplan, «è il fatto che a innescare l’offensiva cinese è la debolezza dell’Europa» perché «Pechino vede i bilanci militari dell’Ue che continuano a scendere e ne trae la conclusione che gli Usa possono contare meno sugli alleati».
Ma Naim, autore del saggio «The End of Power» appena uscito in America, ritiene che «i Brics non possono dormire sonni tranquilli perché se da un lato guadagnano terreno nei confronti di Usa ed Europa dall’altro ne perdono, anche loro, rispetto a un mondo più frammentato, più mobile e con le popolazioni meno disposte a farsi governare passivamente». Pechino e Mosca sono «autocrazie estranee ai sistemi democratici», aggiunge
Kaplan, e questo è un ulteriore elemento di vulnerabilità perché, come dice l’ex consigliere per la sicurezza nazionale Zbignew Brzezinski, «oggi è più facile uccidere 100 milioni di persone che governarle» a causa della proliferazione di partiti, siti web e cellulari. Ciò comporta per la Cina la necessità di guidare i Brics «guardandosi dalle stesse rivoluzioni che minacciano l’Occidente» riassume Naim.
Per Kaplan, autore del saggio «Monsoon», la maggiore spina nel fianco dell’asse russo-cinese è invece l’India: «New Delhi non sarà mai un formale alleato degli Usa ma per numero di abitanti, capacità militari e posizione geografica costituisce il contrappeso naturale della Cina e ciò offre agli Usa la possibilità di giocare nelle acque dell’Oceano Indiano la contropartita tesa a neutralizzare la divisione del Sud del Pianeta in sfere di influenza fra Mosca e Pechino».

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