martedì 26 marzo 2013
La Cina e il conflitto di classe internazionale che l'Unità non è più in grado di comprendere
Nel conflitto di classe interno, l'Unità e il suo partito sono già da tempo schierati dalla parte dei ceti dominanti [SGA].
CINA Dopo il megacontratto sull'energia con la Russia e i nuovi rapporti con l'Africa
ARTICOLO - Simone Pieranni PECHINO il manifesto 2013.03.26 - 07 POLITICA & SOCIETÀ
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26 Marzo 2013
Xi, il nuovo re d’Africa
Il colonialismo ugualitario dei cinesi
di Gabriel Bertinetto l’Unità 26.3.13
La
curva descritta dal grafico si impenna vertiginosamente verso l'alto,
fotografando un incremento dell'interscambio commerciale fra la Cina e
l'insieme dei Paesi africani di sensazionale rapidità.
Nel 2002 la
linea si solleva appena al di sopra dello zero, a indicare una manciata
di miliardi di dollari. Dieci anni dopo l'import-export globale tocca
già i 200 miliardi. Una cifra che mette il Paese di Xi Jinping
saldamente al primo posto nel mondo fra i partner commerciali del
continente nero. Aggiungiamoci i dati sulla quantità di imprese
trapiantate in Africa (oltre 800), e sul numero dei cittadini della
Repubblica popolare ivi emigrati per lavoro (almeno un milione), e il
quadro della pacifica invasione cinese si presenta in tutta la sua
impressionante e massiccia chiarezza.
Xi Jinping ha inserito non a
caso tre Paesi africani fra le mete del suo primo viaggio all’estero
nelle vesti di capo di Stato: Tanzania, Sudafrica, Repubblica del Congo.
A Dar es Salaam ieri ha firmato 16 nuovi contratti, suggellando un
rapporto di collaborazione che qui risale molto indietro nel tempo,
addirittura all’era di Zhou Enlai e della ferrovia costruita dagli
asiatici per collegare la Tanzania con lo Zambia. Rivolgendosi
direttamente agli interlocutori locali, ma certamente avendo presente i
crescenti timori della concorrenza politica ed economica internazionale,
Xi ha cercato di descrivere in termini paritari, il rapporto del suo
governo con gli Stati del continente nero. Ricordando i 20 miliardi di
dollari che nei prossimi due anni verranno emessi a favore degli Stati
locali, ha sottolineato che «l’Africa appartiene agli africani» e tutti
ne devono «rispettare la dignità e l’indipendenza». «Vediamo lo sviluppo
altrui come una nostra opportunità -ha aggiunto Xie lo promuoviamo
insistendo sull’uguaglianza dei Paesi indipendentemente dalla loro
dimensione, forza o ricchezza».
Sul piano ideologico il discorso
fila. Ma sul terreno fattuale sono molte le voci che ne contestano
l’attendibilità. Lamido Sanusi, governatore della Banca centrale di
Nigeria, ritiene ad esempio che l’Africa stia semplicemente cedendo le
sue risorse naturali alla Repubblica popolare in cambio di prodotti made
in China. «Questa fu a suo tempo l’essenza del colonialismo. Gli
inglesi andarono in Africa e India per procurarsi materie prime e
mercati. L’Africa oggi sta spontaneamente aprendo le porte a una nuova
forma di imperialismo».
Altre critiche sono meno perentorie, ma
altrettanto severe: «Africa e Cina da un decennio vivono una vera storia
d’amore, ma la luna di miele è finita», afferma Ana Alves, studiosa
dell’Istituto sudafricano di affari internazionali con sede a
Johannesburg. Alves si riferisce alle tensioni sempre più frequenti fra
cinesi emigrati e gente del posto. L’episodio più grave risale allo
scorso agosto, in Zambia, quando l’amministratore cinese di una miniera
di carbone fu ucciso dai lavoratori in sciopero che reclamavano invano
un aumento di stipendio. Human Rights Watch denuncia le pesanti
condizioni di lavoro imposte dai padroni cinesi nell’industria
estrattiva, dove gli orari sono estenuanti, le misure di sicurezza
insufficienti, le paghe minime. Un forte malcontento deriva anche
dall’afflusso di manodopera straniera che soprattutto nell’edilizia
toglierebbe lavoro ai locali, e dall’immissione di prodotti cinesi a
basso costo (tessili ed elettronici soprattutto) che fanno concorrenza
alle merci fabbricate sul posto.
A Durban, dove parteciperà oggi al
vertice dei cosiddetti Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica,
cinque potenze emergenti in cui vive quasi metà dell’intera popolazione
mondiale), Xi Jinping si sentirà probabilmente ripetere dal capo di
Stato locale Jacob Zuma le osservazioni che ques’ultimo fece sei nove
mesi fa durante una visita a Pechino. Allora Zuma mise in guardia verso i
rischi di relazioni commerciali squilibrate, spiegando come
«l’esperienza fatta dall’Africa con l’Europa in passato inviti alla
prudenza».
Al di là dei proclami di facciata, Pechino è consapevole
che i problemi ci sono. Prima della partenza di Xi, il suo vice ministro
degli Esteri Zhai Jun ha ammesso «le crescenti sofferenze» nei rapporti
con i Paesi africani, pur individuandone le cause in un semplice
«deficit di comprensione reciproca». C’è poi un aspetto
dell’atteggiamento della Repubblica popolare che inquieta l’Occidente,
al di là della rivalità di tipo economico. Pechino è solita giustificare
in nome della non ingerenza negli affari interni altrui, la sua
tolleranza verso regimi che la comunità internazionale ha messo
all’indice per le violazioni dei diritti umani. Intrattiene buoni
rapporti commerciali con personaggi come Omar al-Bashir, dittatore
sudanese su cui pende un mandato di cattura della Corte internazionale
dell’Aja per genocidio e crimini di guerra, o Robert Mugabe, leader
dello Zimbabwe.
Materie prime ed esportazioni Xi alla conquista dell’Africa per superare l’economia Usa
L’esordio all’estero del leader cinese. Ela moglie trionfa sul web
di Giampaolo Visetti Repubblica 26.3.13
PECHINO
— «Vediamo lo sviluppo degli altri come una nostra opportunità e lo
promuoviamo su un piano di uguaglianza tra Paesi, indipendente rispetto a
dimensione, forza o ricchezza». Xi Jinping atterra in Tanzania e invia
un messaggio diretto alle nazioni in crescita e al resto del mondo: la
Cina punta sull’Africa per superare l’economia Usa entro il 2016,
assicurandosi le materie prime e le esportazioni per accelerare il salto
alla guida del secolo. Il neo-leader di Pechino, a dieci giorni dalla
presa del potere, è impegnato nel primo viaggio-simbolo dell’era che ha
chiamato del «sogno cinese». In patria aveva scelto una missione a
Shenzhen, sulle orme di Deng Xiaoping. Per presentarsi all’estero ha
optato invece per la Russia di Putin, per le potenze emergenti
dell’Africa e per il vertice dei Brics a Durban, il primo ospitato nel
«continente del futuro». A Mosca si è parlato di energia e di armi, ma
soprattutto del nuovo patto politico tra i Grandi usciti sconfitti dalla
Guerra Fredda, in opposizione all’alleanza Usa-Giappone nel Pacifico.
Qui, per quattro giorni tra Sudafrica e Congo Brazaville, Pechino è
decisa invece a lanciare «un nuovo ordine globale dello sviluppo »,
assumendo la guida del «pianeta con il segno più».
Per Xi Jinping è
un viaggio fondamentale, schiaffo al tramonto di Stati Uniti ed Europa,
esclusi dall’agenda delle priorità. «Ogni volta che vengo in Africa — ha
detto Xi a Dar Es Salaam — mi colpisce il continuo progresso. La Cina
rafforzerà i rapporti commerciali, opponendosi alla prepotenza dei
grandi sui piccoli e dei più ricchi sui più deboli». E’ il discorso del
nuovo amministratore delegato dell’ex Terzo Mondo, considerato il
«prossimo asse dello sviluppo globale» e il continente da cui Pechino
può «cominciare ad espandere il proprio modello economico e culturale».
Nel 2000 l’interscambio Cina-Africa era di 6 miliardi di dollari. Nel
2012 ha superato i 200 e il Dragone si è impegnato prestarne 20 fino al
2015. In un decennio Pechino ha concesso 67 miliardi di crediti
all’Africa subsahariana, rispetto ai 55 erogati dalla Banca Mondiale. Lo
scorso anno gli investimenti diretti cinesi in Africa hanno toccato
quota 16 miliardi, trasformando il continente nella grande miniera della
seconda economia mondiale. La Cina importa da qui il 30% del suo
petrolio, più le materie prime necessarie alla crescita dei propri
colossi multinazionali. Nel 2012 le importazioni, cresciute di venti
volte in un decennio, sono arrivate a 113 miliardi di dollari. In cambio
Pechino costruisce strade e ferrovie, porti e aeroporti, città e
distretti industriali, fino a pianificare sette «zone economiche
speciali », dall’Algeria alle Mauritius.
Archiviata la fase dei
conglomerati rossi: le piccole e medie imprese cinesi emigrate in
Africa, da 800 nel 2006, sono esplose ufficialmente a 11 mila e gli
analisti parlano di decine di migliaia. Dopo l’abbraccio euro-asiatico
tra Russia e Cina, ecco dunque il ponte afro-cinese, lanciato oggi a
Johannesburg dal vertice tra Jacob Zuma e Xi Jinping. L’Occidente è
povero di risorse, consuma sempre meno ed è vecchio. Asia e Africa
scoppiano di materie prime, hanno i Pil in crescita e sono il serbatoio
dell’umanità giovane. Per i media di Stato, il primo tour del leader
comunista è dunque «l’icona di una nuova era» e segna «il passaggio del
testimone dello sviluppo dall’Ovest all’Est». Valore moltiplicato dal
vertice con Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica che rappresentano
il 43% della popolazione mondiale, il 69% della crescita e il 17% del
commercio. Obbiettivo del summit «anti-G20» è dare vita ad un proprio
fondo comune e ad un nuovo istituto bancario internazionale (50 miliardi
di dollari di capitale iniziale), alternativo a Banca Mondiale e Fondo
monetario internazionale, considerati «strumenti sorpassati delle
superpotenze occidentali sebbene a spese delle nazioni emergenti». Il
primo passo, per Pechino, verso una rivoluzione monetaria, la piena
convertibilità dello yuan e la sua trasformazione in nuova valuta di
riserva.
La pre-condizione, per il Quotidiano del Popolo è però
«guidare il cartello delle economie pronte ad esplodere». «L’Africa
appartiene agli africani — ha detto Xi Jinping — e agiremo affinché
tutti i Paesi ne rispettino dignità e indipendenza ». Non solo un monito
alle ex potenze coloniali europee e agli Usa. La Cina vede crescere
l’accusa di «neo-colonialismo predatorio », di teorizzare la «non
ingerenza » per giustificare il sostegno a regimi spietati, di esportare
modelli di lavoro «simili alla schiavitù». Famosa la definizione di
Hillary Clinton nel 2011: «Neo-colonialismo strisciante». Si sono
aggiunti scandali e rivolte contro «l’invasione gialla», come in Zambia,
con i manager
cinesi imputati per aver sparato sui minatori
sfruttati nelle cave del rame, o come la requisitoria della Nigeria
contro «una Cina che si prende le materie prime per rivenderci
sottoprodotti finiti». Xi in Tanzania si è difeso ripetendo che quella
di Pechino è «una strategia win-win», di mutuo vantaggio perché «lo
sviluppo cinese arricchisce gli africani, abbassando i rischi di
instabilità sociale e di espansione del terrorismo islamico».
Il
“sogno cinese” del nuovo leader, che ha rinviato il primo faccia a
faccia con Obama all’autunno, è così «sfilare l’Africa all’Occidente»
per costruire il «nuovo ordine mondiale» fondato sulla Cina. Decisiva
l’immagine, a partire da quella di Peng Liyuan, prima first lady di
Pechino dalla morte della moglie di Mao. Il suo esordio a Mosca, con
abiti e accessori d’alta moda, ha fatto impazzire sia i cinesi che i
media stranieri, che l’hanno ribattezzata la “Raissa Gorbaciova”
dell’Asia. Altro colpo al soft-power della Casa Bianca, mentre a Durban
tutti aspettano «la neo-donna più potente del mondo», prima cinese della
storia a prendere la parola (a favore della lotta all’Aids) in
occasione di un vertice internazionale. La conferma che in Africa il
futuro è già cominciato.
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