Funziona lo stesso, forse anche meglio, senza la retorica del benecomunismo [SGA].
Ugo Mattei:
Contro riforme, Einaudi
Risvolto
Che cosa significa davvero fare le
riforme? Quali rapporti di forza e
costruzioni del potere accompagnano
il discorso sul riformismo?
Esso sembra costituire, dopo la caduta
del muro di Berlino, la forma
istituzionale del capitalismo. I beni
comuni, tuttavia, resistono contro
la privatizzazione incostituzionale
di ogni spazio.
Dalla metá degli anni Ottanta, il concetto di «riformismo», ha
conosciuto una nuova primavera anche in Italia. Tutti i politici
desiderosi di assumere cariche di governo, dimostrandosi responsabili
e affidabili agli occhi della comunitá internazionale,
si devono necessariamente dichiarare «riformisti». L'utilizzo
del nuovo linguaggio riformista ha accompagnato in Italia il
piú imponente processo di dismissione del patrimonio e delle
attivitá economiche pubbliche che l'intera Europa, compresa
l'Inghilterra thatcheriana, avesse mai conosciuto in un periodo
tanto concentrato. Il riformismo è oggi un gigantesco quanto
complesso dispositivo di potere autoritario globale, che porta
alla massima estensione e concentrazione della proprietá privata
a scapito di quella pubblica. L'ideologia riformista pone il
denaro, strumento indispensabile dell'attività di consumo e di
accumulo, al centro della scala dei nostri valori sociali e promuove
il mercato come sola costituzione materiale. Per uscire
da questa miseria, occorre un ripensamento profondo fondato
sulla ricerca di nuove istituzioni del comune, capaci di superare
l'attuale strutturazione estrattiva dei rapporti proprietari
pubblici e privati. Di come render costituenti queste alternative
occorre iniziare a discutere subito.
Il significante vuoto del neoliberismo
Il mimetismo degli apprendisti stregoni del capitalismo contemporaneo Una nobilitazione linguistica per legittimare l'espropriazione della ricchezza comune
APERTURA - Michele Spanò il manifesto 2013.03.28 - 11 CULTURA
Al termine «riformismo» si potrebbe applicare la metafora del Santo
Graal: si tratta di qualcosa di inesistente cui viene tuttavia (o forse
proprio perciò) imputato un qualche potere salvifico. Richiamarsi al
riformismo, accreditarsi quali suoi interpreti e assertori più
entusiasti e ortodossi è stata la specialità di almeno un paio di
generazioni di intellettuali, economisti e politici. Il «riformismo» ha
funzionato per decenni come un vero e proprio «significante-vuoto»
(senza nessuna allure radicale): al centro di infiniti proclami e
innumerevoli programmi, elastica rubrica sotto cui destra e sinistra
potevano agevolmente stipare ogni misura e manovra, esso aiutava a
unificare e articolare il blocco sociale e intellettuale che avrebbe
dominato quella stagione neoliberale da cui ancora non siamo usciti. Un
significante-vuoto sui generis, tuttavia. Il neoliberismo esibisce
infatti il carattere di una conclamata denegazione: è proprio il
reazionario che si dirà (e dovrà dirsi) riformista.
Nel suo nuovo
volume Ugo Mattei - Contro riforme, Einaudi, pp. 120, euro 10 - si
propone di fare chiarezza su questi apparenti paradossi, smontando
l'impostura intellettuale e politica che li sostiene. Serietà politica e
igiene semantica sono gli ingredienti alla base della ricerca. E
proprio incrociando l'ascissa e l'ordinata della delucidazione
concettuale e del resoconto storico partigiano - o della genealogia, se
si preferisce - Mattei imposta la sua indagine. Non si tratta tanto di
verificare la bontà o la legittimità dell'accreditamento di un pedegree
ideologico, quasi che ci fossero i riformisti genuini, da una parte, e i
pretesi tali, da smascherare o da «rettificare», dall'altra. Al
contrario: l'impossibilità di separare il grano dal loglio in campo
riformista attesta della natura stessa di quella trappola discorsiva che
il riformismo è stato e continua a essere. Come una macchina mitologica
(ma si dovrebbe dire politico-mitologica), il riformismo ha prodotto
l'illusione - politicamente efficace - che le sue pareti contenessero
una qualche essenza o sostanza cui attingere o cui richiamarsi così da
legittimare storicamente le proprie scelte (meglio note, oggi, sotto il
nome di policies). Come insegnava Furio Jesi: stare al gioco della
macchina è quanto di più rischioso. Non resta dunque che smontarla
politicamente.
Ugo Mattei orchestra il suo saggio secondo questi due
movimenti: da un lato indica l'inconsistenza stessa della macchina;
dall'altro addita una prassi liberata dalle sue scorie. Nell'ipotesi di
Mattei il riformismo è nulla di meno che la forma istituzionale del
capitalismo. Forma istituzionale e forma ideologica, si direbbe. Se,
come ha mostrato molto bene Wendy Brown, il neoliberismo è quella
tecnica di governo che può fare a meno di istituirsi in ideologia
dominante, l'ascesa del «conservatorismo» bushista negli Stati Uniti si
lascia leggere agevolmente come il vero e proprio «sintomo» della
governamentalità neoliberale. Ma tanto più si spiega l'egemonia del
riformismo: la parola che ha «designato» - negandolo - uno dei più
importanti e massici processi di estensione e concentrazione della
proprietà privata mai registrati. Il tempo in cui con «missione di pace»
si designa la guerra è lo stesso nel quale «fare le riforme» vuol dire
saccheggiare i prodotti della cooperazione sociale per appropriarli
privatamente.
Questa macchina di captazione del valore ha una
storia; quella che Mattei ricostruisce cercando di isolare il punto di
faglia che ha permesso al «riformismo» di transitare da ideologia
compensativa dell'assolutismo giuridico moderno, cruciale in una
stagione impegnata a sfruttare tutti gli effetti sociali di un diritto
che pure portava inscritto il codice genetico dell'individuo
proprietario, a ecumenica bandiera issata ogni qualvolta si è trattato
di espropriare e recingere alcunchè di comune. Mattei muove dalla
stagione delle codificazioni per mostrare quanto combattuta e tutt'altro
che lineare fu la pretesa di una trascrizione giuridica integrale di
una pretesa antropologia proprietaria. È vero che il Code Napoléon (e
tanti suoi omologhi) sono percorsi da questo leitmotiv, ma è anche vero
che una lunga e vivace stagione «riformista» permise di inoculare un
«virus» sociale all'interno di questo sistema, spezzandone le linee di
forza ed esponendolo alla furia del contesto che lo circondava. Questa
soluzione di compromesso, che ha fatto del diritto privato e pubblico, a
partire dall'inizio dell'Ottocento, un campo di battaglia tra capitale e
lavoro, è quella stessa eredità che il riformismo neoliberale si è
impegnato a disfare.
Nessun laboratorio è più utile a verificare
questa ipotesi che quello costituzionale italiano. Mattei dedica infatti
buona parte del suo volume a una lettura «microscopica» della carta
costituzionale, ripercorrendone il fraseggio secondo l'intenzione di
restituirne la complessità di apporti e la plurivocità di letture
possibili. Anche in questo caso, e più ancora che in sede codicistica,
l'effrazione sociale di un'infrastruttura tenacemente proprietaria, era
destinata a dare esiti straordinari. Gli stessi su cui, una volta di
più, si sarebbe appuntato quello sforzo di certosino smontaggio operato
da ogni nuova «riforma». Tuttavia, nonostante la strabiliante
«decostruzione» istituzionale e giuridica che, a colpi di riformismo,
hanno subito gli assetti disegnati dalla Costituzione, Mattei ne
illumina il carattere «resistente»: interpretata come vera e propria
cassetta degli attrezzi cui attingere per far fronte all'attacco
riformista, la Costituzione è ancora una riserva di soluzioni
innovative. In questo senso, quello che Mattei propone è un laicissimo e
ragionato plaidoyer per il diritto: lontanissimo da ogni retorica
legalista, esso è piuttosto un richiamo realista alle potenzialità che
molta produzione giuridica - e quella costituzionale specialmente -
ancora possiedono. Non lettera morta (variamente strapazzata da
privatizzazioni e liberalizzazioni), ma un vero e proprio arsenale di
creatività istituzionale disponibile a generare nuovi usi e nuove
prassi. La Costituzione insomma non si esaurisce, ma, sempre di nuovo
risocializzata, si configura come matrice di nuovi processi costituenti.
Proprio
perciò Mattei può allineare, in coda al libro, una succinta, ma robusta
«teoria» di quelle che si usa chiamare istituzioni del comune. Le
occupazioni in nome dei beni comuni, le costituende fondazioni (il
Teatro Valle), la trasformazione della municipalizzata dell'acqua di
Napoli (Arin Spa) in azienda speciale di diritto pubblico (ABC Napoli),
attestano della possibilità di sperimentare concretamente l'operazione
tra tutte più rischiosa: quella di «istituire» ciò che è comune. È un
terreno senz'altro scivoloso. Tuttavia è forse proprio qui che il potere
incantatorio della macchina delle riforme può essere spezzato; senza
nostalgie, ma anche senza tentazioni redentrici: nell'immanenza di una
pratica costituente.
Anche il gulag ormai è diventato un «bene comune»Redazione
- il Giornale
Mar, 28/05/2013
Talvolta
non basta un curriculum lungo un chilometro per evitare scivoloni. La
quarta di copertina di Contro riforme (Einaudi), nuovo saggio di Ugo
Mattei è generosa di informazioni sull'autore: professore di diritto
civile all'Università di Torino, professore di diritto comparato
all'Università della California, avvocato cassazionista, redattore dei
quesiti referendari sui beni comuni, vicepresidente della commissione
Rodotà, presidente di Arin/Abc Napoli. Il libro è un attacco alla
proprietà privata e al mercato in nome dei «beni comuni» (Mattei ha
scritto per Laterza Beni comuni, un manifesto). In un capitolo, si legge
che gran parte dell'innovazione giuridica occidentale fu stimolata
«dagli straordinari progressi» introdotti da Lenin «ottimo giurista»
nella prima parte degli anni Venti. Tra questi progressi, fecondi di
novità negli anni Trenta, c'è «la funzione rieducativa della pena». Ecco
spiegato a cosa servivano i Gulag.
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