venerdì 29 marzo 2013
Pier Aldo Rovatti ricorda Franco Basaglia
Un grande intellettuale, al quale deve molto - e molti dei suoi quadri e militanti - soprattutto l'estrema sinistra italiana [SGA].
Un’analisi sulla sopravvivenza dei “manicomi giudiziari”
di Pier Aldo Rovatti Repubblica 29.3.13
Di
solito, per tranquillizzare la nostra coscienza, pensiamo che l’epoca
dei manicomi sia ormai conclusa. Come se fosse uno ieri molto lontano,
ricordiamo pionieri come Franco Basaglia il quale abbandonò le stanze
universitarie per andare a dirigere il manicomio di Gorizia: scoperchiò
un sottosuolo infernale e i suoi resoconti sono depositati in scritti e
immagini che hanno fatto il giro del mondo, fino al documento-racconto
che la televisione pubblica ha diffuso in prima serata pochi anni fa.
Tuttavia, nella testa della gente, i manicomi sono ormai un capitolo
finito e Basaglia, con la “sua” legge del 1978, dopo quasi un decennio
di battaglie anti-istituzionali a Trieste, ne avrebbe sancito la
definitiva estinzione. Certo non veniva chiuso il capitolo della salute
mentale (anzi lo si apriva clamorosamente), ma i manicomi diventavano
qualcosa come un brutto ricordo.
Non è così. Non solo perché nel
mondo la realtà manicomiale continua a esistere, ma anche perché nel
nostro stesso Paese essa mantiene, nonostante tutto, laceranti
sopravvivenze. Faccio solo l’esempio dei cosiddetti “manicomi
giudiziari” (Opg): come si sa, dovevano sparire entro questo mese, ma è
già stata decisa una proroga e ormai si dubita molto sulla loro
conversione in “comunità protette”. La scadenza — non osservata — ha
comunque richiamato l’attenzione sul tema della grande informazione: su
questo stesso giornale è apparso un reportage di Adriano Sofri che si è
calato nell’Opg di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), parlando con gli
internati ed evocando di nuovo l’immagine dell’“inferno”.
Sono così
riaffiorati alcuni aspetti cruciali, ferite istituzionali e culturali
lontane dall’essere rimarginate: la connessione tra l’idea di
“pericolosità sociale” e quella di disturbo mentale, un nodo terribile e
persistente, evidente sopravvivenza di una questione mai sciolta nella
sua barbarie sociale e civile. Occorre però vedere come lì si è
perpetuata la carriera dell’internato: nella prigione- manicomio si
entra anche per episodi minori (un furto, una lite violenta) e poi ci si
rimane sine die, e magari lì si muore (o si decide di farla finita)
attraverso una sequela di conferme di persistente pericolosità. Perché è
accaduto questo? Molto è dipeso dall’incapacità di adeguarsi allo stato
di detenzione (e contenzione) e all’obbligatorietà di un regime
farmacologico assai pesante e somministrato a semplice scopo sedativo.
Di cura vera e propria non c’è ombra, quindi niente riabilitazione né
terapeutica né sociale. Nulla che assomigli a una “guarigione”. Dato che
ti ribelli, convinto di essere oggetto di un’ingiustizia spaventosa, la
tua ribellione diventa la prova che sei ancora “socialmente
pericoloso”, e così, di due anni in due anni, la tua condizione di
internato viene confermata.
Si dirà: per fortuna questi infernali
manicomi giudiziari ce li stiamo lasciando alle spalle. In proposito,
tuttavia, corrono parecchi e motivati dubbi. Nessuno sa ancora bene che
cosa debba essere una struttura protetta, dove tali strutture
sorgeranno, come vi si articoleranno il regime psichiatrico e quello
giudiziario, chi vi verrà “accolto” oltre ai superstiti dei manicomi
giudiziari. Se si può prevedere che in esse la psichiatria (ma quale?)
avrà un ruolo prioritario, niente ci autorizza a pensare che l’elemento
manicomiale, e in sostanza il problema
della pericolosità, scompaia
magicamente. È più facile sospettare il contrario, e cioè che la cultura
manicomiale possa trovare qui un ulteriore terreno per diffondersi,
unificandosi a una quantità di altri segnali che provengono dalla
“normale” gestione della pratica psichiatrica, nei reparti ospedalieri
dei “Diagnosi e cura” e nella disseminazione già esistente di comunità
di contenimento del disturbo mentale.
Credo che l’attenzione agli Opg
abbia comunque lanciato un allarme che potrebbe propagarsi dentro
l’intera istituzione psichiatrica. Questo allarme si traduce in una
drastica domanda: «Ma si può guarire, e come?». E soprattutto: «Dove?».
Forse “guarire” è una parola che, nella sua evidente esplicitezza,
potrebbe portarci fuori strada bloccandoci nella coppia malattia-salute,
quando invece qui guarire non significa solo trovare la giusta diagnosi
del disturbo e una soddisfacente risposta farmacologica. Ma vuol dire
soprattutto riemergere da una condizione di non-soggettività a una
condizione di soggetti, liberi e dotati di diritti sociali. Una
condizione di risveglio pratico della nostra soggettività che sarebbe
l’unico vero antidoto alla cultura manicomiale ancora diffusa. Mentre
questa cultura è pur sempre incline a difendere la società dal disturbo
mentale segregando i cosiddetti folli, la cultura del risveglio
soggettivo va nella direzione opposta: vorrebbe eliminare ogni forma di
contenzione e isolamento protettivo e restituire un corredo di
soggettività a chi ne è privo o ne è stato privato. Non è forse proprio
questa l’eredità che ci ha lasciato Basaglia? E cioè, che non basta
chiudere i manicomi per farla finita con la cultura manicomiale? Se è
così, come credo, allora dobbiamo constatare che il messaggio è stato
ascoltato molto parzialmente e solo localmente, e che adesso
occorrerebbe una decisa volontà politica per compiere il grosso del
lavoro.
Ho trovato molti e utili spunti in un libro appena pubblicato
(Guarire si può. Persone e disturbo mentale di Izabel Marin e Silva
Bon, introduzione di Roberto Mezzina, edizioni Alpha Beta Verlag di
Merano), in cui si dà conto con testimonianze e riflessioni di una
ricerca condotta a Trieste sulla recovery (che possiamo tradurre con
“ripresa” o “riemersione” del soggetto). Questo libro è apparso in una
collana nella quale era anche stata pubblicata la sceneggiatura del film
televisivo di Marco Turco che ho ricordato all’inizio, C’era una volta
la città dei matti.
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